105 domande, meno 100 scartate: 5 Domande insolite a Davide Orecchio

La copertina di "Città Distrutte" di Davide Orecchio è stata creata da Maurizio Ceccato.

La copertina di “Città Distrutte” di Davide Orecchio è stata creata da Maurizio Ceccato.

“Le vite si mostrano all’individuo che le riceve…” (Davide Orecchio*)

Sei uno degli scrittori più apprezzati dalla critica. Ti andrebbe di dirci da quanto tempo scrivi e perché?

Il laboratorio si è aperto intorno ai diciannove, vent’anni. Fino ai trenta, con ostinazione ma senza alcuna certezza, ho scritto ininterrottamente, non molto ma con una forza inerziale. La risposta al perché io scriva sta in questa ostinazione. Non avevo storie né voce, però. Riverberavo influenze di scrittori che andavo leggendo; e intanto, forse, imparavo qualcosa. (Ho anche perso tempo con progetti sbagliati o non interessanti su un piano editoriale, ma utili, se posso usare una formula altisonante, per conoscere me stesso.) Dopo i trenta l’ostinazione divenne anche una convinzione che alla mia natura appartenesse l’esercizio di scrivere. Una convinzione in apparenza immotivata, visto che né la voce né le storie c’erano ancora. Al contrario, i trenta sono stati il decennio di molte delusioni e minuscole conquiste. Un punto di svolta fu una bocciatura. Chissà perché mi ero convinto di aver scritto un romanzo formidabile (mi sbagliavo) e lo sottoposi al giudizio di un critico che lo bocciò con disincanto: “discontinuo”, disse; e aveva ragione. Mi rifugiai a letto per due giorni. Mi sentivo, letteralmente, spezzato. Espropriato della mia identità. Una vera sofferenza. Dopo mi rimisi al lavoro. Su di me, la voce, le storie. Sulla riscrittura. Sull’autoanalisi dell’editing solitario. Verso i 35 anni ero pronto. Avevo scritto Éster Terracina, la prima delle biografie che poi avrebbero composto Città distrutte. Passarono diversi anni prima che la mia scrittura trovasse un qualche canale pubblico.

Solo qualche giorno fa ho scoperto che tuo padre è stato, anni prima che io nascessi, un bravo giornalista. Che rapporto c’era fra te e lui a proposito delle storie da leggere e da scrivere?

Mio padre è stato un personaggio piuttosto importante nei suoi anni. Giornalista, critico teatrale e cinematografico, scrittore, poeta. Tutto questo io non l’ho testimoniato, perché sono un suo figlio tardivo. Testimoniai però, sia in lui sia in mia madre, la passione per la letteratura. Non ricordo che si desse grande importanza alle “storie”, ma allo stile sì, alla lingua e alla consistenza etica dell’autore attraverso la sua opera. Ogni libro che meritasse, era un piccolo vangelo. Si viveva quindi in una casa pagana, colma di divinità e dei loro prodigi: le Opere. Quanto allo scrivere: il giorno che espressi un’inclinazione distratta, mio padre ricopiò un pensiero di Alain su un foglio e me lo diede. Ogni tanto il foglio rispunta dalle pagine del Gabrielli, dove e quando vado a cercare sinonimi. Te lo allego nell’immagine.

S.Alain Frammento scritto a mano. Foto di Davide Orecchio, per gentile concessione. (Copyright Foto: Davide Orecchio)

Qui il testo:«La scrittura naturale è un gesto fissato. La mano si arma di una bacchetta e segna un punto sulla sabbia dove traccia un limite con il gesto stesso che lo indica. E l’azione, che è il primo gesto, lascia anche tracce, sulla terra, sull’erba vergine, nella foresta. Le tracce dell’amico e del nemico, degli animali e del leone, furono la prima scrittura. Leggere fu un “completare” andando dal segno al leone. La riflessione davanti a questi segni fissati sul suolo, fu senza dubbio il primo sforzo del cervello umano. Perché, dato che i segni non fanno che apparire e scomparire, l’immaginazione è senza disciplina, mentre la percezione del segno (della pista) resta, formando così un centro d’attenzione al quale i folli pensieri sono costantemente restituiti. Ne deriva che il piacere di leggere è senza misura, persino quello di leggere ciò che si sa: ed è il primo rimedio alla noia, a tutte le passioni e, generalmente, a quegli incoerenti sforzi che sono il lavoro di uno spirito senza oggetto. La nostra A somiglia ancora all’alfa dei greci, che non era che l’immagine semplificata di una testa di bue.» Con una sintesi un po’ rozza, si potrebbe approssimare che la scrittura e la vita coincidono.

Il romanzo è morto. Lo dicono in tanti. Tu cosa ne pensi?

Il romanzo ha a che fare col tempo: con la proporzione di vita che un lettore estatico, e disponibile allo stupore, accetta di concedere all’opera. Il romanzo ha bisogno di gioventù: l’unica fase nella vita di un individuo dove il tempo e la sospensione dell’incredulità s’incontrino. Per questo il romanzo muore in assenza di gioventù e al cospetto del disincanto (un’ipotesi non inverosimile in una società senile), o in presenza di una gioventù distratta da altre forme di narrazione (televisiva, multimediale, cinematografica) e affetta da analfabetismo letterario; malattia, quest’ultima, che ovviamente penalizza tutti i generi. Personalmente, in questa fase della mia vita, sono più attratto, prima di tutto come lettore, da forme brevi e meticce di letteratura (racconti, diari, romanzi di racconti). Tutto cambierà il giorno in cui m’imbatterò nel nuovo Bolaño.

Qual è l’autore di storie- non vivente- che hai amato più di altri?

Un solo autore è davvero troppo poco! Poi tendo ad avere nel cuore più le opere che gli autori. Potrei cominciare dalle Finzioni di Borges, o da La colazione dei campioni di Kurt Vonnegut, o da I detective selvaggi di Bolaño, oppure dai Sillabari di Parise, o ancora da Gli emigrati di Sebald… Mi rifiuto di rispondere con un solo nome. Come ho scritto anche sopra, sono un lettore pagano.

Ti andrebbe di dirci come -e dove- prendi appunti per le tue storie?

Mah… Dipende. Le storie che mi raccontano o che trovo spulciando le cronache delle agenzie di stampa, o in Rete, sono appunti digitali destinati agli storage dei nostri tempi. Per ricerche più accurate, sopralluoghi in archivi, letture e studio di libri, mi piacciono ancora i vecchi quaderni, le sottolineature a matita. Sono convinto che l’individuo abbia un rapporto sensuale, prima di tutto percettivo, col mondo. Quindi le storie da qualche parte devono entrare grazie al meccanismo, o meglio all’organismo della spugna. Le vite si mostrano all’individuo che le riceve. L’ideale è che ciò accada sotto forma di oralità e incontro. Anche l’esperienza d’archivio, o libresca, può cagionare bellissimi racconti (scoperti, adottati, masticati, digeriti, riscritti).

Davide Orecchio* vive e lavora a Roma, dove è nato l’anno dello sbarco sulla Luna. Ha pubblicato nel 2012 Città distrutte. Sei biografie infedeli (Gaffi), una raccolta di racconti  che ha vinto il premio Mondello Opera Italiana e SuperMondello 2012, il Premio Volponi 2012 ed è arrivata finalista al premio Napoli. Storico di formazione e giornalista professionista, ha pubblicato racconti, testi, articoli e saggi  su «Nazione Indiana» (il blog collettivo del quale fa parte dal 2012), «Nuovi Argomenti», «WATT», «The American Reader», «Achab», «Reset», «Caffè Europa», «Dimensioni e problemi della ricerca storica», «Style Piccoli/Corriere della Sera». Il suo blog personale è: http://davideorecchio.it/

 © Mario Schiavone, per Inkistolio: Storie Orticanti.  RIPRODUZIONE TESTI RISERVATA.

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