3 domande (più due): intervista a Matteo B Bianchi

Ultimi libri di Matteo B Bianchi (Copyright foto: Matteo B Bianchi)

Si chiamava “Miao” ed era un giornalino con illustrazioni ma senza fumetti, perché si rivolgeva a bambini molto piccoli, non ancora in grado di leggere. Le storie si seguivano solo attraverso i disegni in sequenza” (Matteo B Bianchi*)

Vedo i tuoi libri sugli scaffali delle librerie. Leggo i tuoi post sul tuo profilo, sempre attivo, sui social network. Talvolta appari anche in tv! Quanti fratelli gemelli hai?

Vorrei che tutto questo fosse vero: in realtà, miei libri non ne vedi in libreria da due anni, i miei post sul blog sono ridotti a quattro o cinque in un mese, e in tv sto dietro le quinte. Quindi nessun gemello, sono sempre io e faccio un quarto delle cose che dovrei fare. C’è una specie di leggenda urbana sulla mia ipercinesi, ma la verità è che sono semplicemente uno che diversifica le attività. Del resto basta fare i conti: in dodici anni ho pubblicato solo quattro romanzi. Non certo un indice di iper-produttività!

‘Tina, la tua rivista letteraria, pubblica esordienti e non: di sicuro scrittori interessanti. Cosa deve avere una storia per colpire la tua voglia di leggere?

E’ molto difficile da dire: certamente deve essere ben scritta, avere uno stile personale. Poi ammetto che non sono quasi mai le trame che mi colpiscono, quanto le idee: certi passaggi inaspettati, personaggi fuori dalla norma, la capacità di riprodurre sulla carta alcuni tic linguistici… Deve esserci sempre qualcosa che mi sorprenda. Devo aggiungere che faccio ‘tina da diciassette anni e probabilmente io stesso sono anche cambiato nei gusti e negli interessi. Una volta la narrativa di stampo giovanilistico mi piaceva di più e aveva ampio spazio sulla rivista. Oggi mi affascina meno (o forse mi appare troppo stereotipata rispetto a prima). In compenso mi incuriosiscono molto le altre forme della scrittura: i frammenti, i testi teatrali, i racconti drammatici. L’unica costante nel tempo è che ’tina resta il termometro fedele dei miei gusti: essendo l’unico redattore, ho la libertà dittatoriale di pubblicare solo quello che mi piace.

 Negli ultimi tempi, in Italia, è nata la figura dello “scrittore impegnato”… forse nel dar risposta a ogni problema di questo mondo. Non basterebbe scrivere storie e basta?

Immagino tu ti riferisca a certi celebri scrittori chiamati a scrivere sui giornali su ogni tipo di argomento, dalla politica agli spettacoli. Da un lato questo mi sembra positivo: l’opinione di un autore può essere illuminante, proprio perché può offrire uno sguardo più laterale, artistico. Quello che è deleterio invece è la superficialità con cui i responsabili dei giornali richiedono questi interventi. E’ evidente che alcuni scrittori sono scelti solo per la loro fama e non per la competenza rispetto a certe tematiche. Allo stesso autore viene affidato un ricordo di Foster Wallace, una recensione del disco di Capossela, un articolo sul festival di Cannes, un reportage da Dubai, il resoconto di una sfilata di moda, un commento sulla finale di Amici… ed è ovvio che su almeno alcune di queste cose non abbia opinioni illuminanti da dare, anche per una semplice ragione statistica (non può interessargli e piacergli TUTTO). Purtroppo anche le star letterarie non hanno molti consiglieri saggi accanto, qualcuno che faccia capire loro che la sovraesposizione può essere deleteria.

Ti andrebbe di parlarci di un oggetto della tua infanzia che meglio ti rappresenta?

Ci ho dovuto pensare un po’ e non mi è venuto in mente nessun oggetto in particolare, però mi sono ricordato di un giornaletto. Sarà valido lo stesso? Ci provo. Si chiamava “Miao” ed era un giornalino con illustrazioni ma senza fumetti, perché si rivolgeva a bambini molto piccoli, non ancora in grado di leggere. Le storie si seguivano solo attraverso i disegni in sequenza. La cosa che mi piaceva di più di “Miao” erano i lavoretti che conteneva: figurine di carta da ritagliare, piegare e incollare. Anche qui le istruzioni erano solo illustrate, senza parole. Adoravo costruire quegli animaletti o macchinine di carta. Soprattutto “Miao” ha rappresentato per me la prima, embrionale forma di appuntamento culturale: sapevo il giorno in cui usciva il nuovo numero in edicola e lo aspettavo con trepidazione.

 Quante ore dedichi al giorno alla tua scrittura in prosa?

Troppo poche. Non è una battuta, è una considerazione. Anche nei giorni di maggiore concentrazione non riesco a scrivere più di due ore e mezza, tre. Sono di una lentezza esasperante, impiego secoli a finire romanzi sempre brevi. Per limitare i danni, cerco di seguire più progetti contemporaneamente: un romanzo, dei racconti, una sceneggiatura… Cambiare progetto nel corso della giornata mi aiuta a fare una sorta di reset, come i computer, e a ritrovare nuova energia. Con questo trucchetto riesco a scrivere un po’ di più. Se fossi tutto il giorno focalizzato sullo stesso lavoro, mi esaurirei più in fretta. (So anche di essere un’eccezione in questo: di solito gli scrittori si immergono in un’opera e non riescono a uscirne finché è terminata, per me è valido esattamente il contrario: devo allontanarmene e tornarci di continuo).

Matteo B Bianchi* è sceneggiatore, autore televisivo e romanziere. Il suo ultimo libro è questo: http://www.ibs.it/code/9788861891623/bianchi-matteo-b/sotto-anestesia-furibonde-avventure.html

Il suo blog, aggiornato periodicamente, ma ricco di riflessioni interessanti è : http://matteobblog.blogspot.it/

 © Mario Schiavone, per Inkistolio: Storie Orticanti.  RIPRODUZIONE TESTI RISERVATA.

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