Mese: dicembre 2013

“Terza ripresa”.Un racconto di Ilaria Scarpiello, scrittrice esordiente che ha colpito con forza noi medusine di Inkistolio.

                            

“Ho paura di rimetterci il setto nasale in questi incontri dilettantistici. Ho un naso perfetto. Sono una ragazza con il naso perfetto…”

 Sudore. Le gocce di sudore mi scendono copiosamente giù per il viso. Le sento addensarsi abbondanti alla base del collo. Scivolare nell’incavo dei seni. Percorrere tutta la linea della schiena, deformarsi sulle rotondità dei muscoli per poi venire assorbite dall’orlo della stoffa che ricopre l’elastico che mi tiene su i pantaloncini della Leone. Ancora mi stupisco di come riesca a sudare così tanto quando sono su un ring. Per fortuna il trillo che annuncia la fine della ripresa è arrivato al momento giusto, pochi altri secondi in più e sarei finita a tappeto di sicuro. Carlo mi guarda in cagnesco, ma tanto lo so il perchè. Faccio sempre gli stessi errori. Non riesco a rimanere in linea. Saltello troppo sulle punte. E il mio gancio destro è ‘na ciavattata. Lenta, sono troppo lenta.

Mi siedo sullo sgabello all’angolo. Mi tolgono il paradenti nero, mi fanno bere un sorso di acqua e sali minerali.

Quante, quante dannate volte t’ho detto de sta’ in linea? Eh? Quante vorte?

Carlo mi guarda negli occhi roteando con forza un asciugamano davanti alla mia faccia. Mi parla con un tono di voce tanto incazzato quanto preoccupato.

Sai che ti dico? So’ contento che stai a pijà tutti sti’ cazzotti! Ma perchè non mi ascolti? Ma che ho fatto di male io pe’ meritamme tutto questo?

Vorrei chiedergli scusa, gli vorrei dire che ho paura. Ho paura che mi spacchi il naso. Ho paura di rimetterci il setto nasale in questi incontri dilettantistici. Ho un naso perfetto. Sono una ragazza con il naso perfetto. Non riesco a dirgli nulla però. Non riesco a parlare, mi viene da vomitare. Spesso mi viene da vomitare per colpa della stanchezza, dello sforzo fisico. Stavolta credo sia anche colpa del diretto destro che mi è arrivato direttamente sulla bocca dello stomaco. Per una frazione di secondo mi è mancata l’aria. Sono entrata in debito di ossigeno. Ho strabuzzato gli occhi e poco dopo è scoppiato il dolore. Una volta ripreso a respirare i miei nocicettori hanno fatto il loro dovere e l’adrenalina mi ha permesso di reagire al colpo.

Adesso concentrati. Concentrati su chi ti sta davanti. Studiala! Hai capito i suoi punti deboli no? Che aspetti? Te devi…

Non lo sento più. Non capisce che sono già cotta. Siamo alla seconda ripresa e già non ce la faccio più. I tre minuti più lunghi della mia vita in assoluto. Il concetto di tempo perde definizione, perde consistenza. Sono così in affanno che ad ogni respiro il petto mi si allarga a dismisura. Sento un formicolio proprio sotto l’occhio sinistro, lo so che i lividi stanno incominciando a gonfiarsi. Stasera, dopo la doccia, rimarrò come al solito mezz’ora davanti allo specchio dello spogliatoio a guardarmi il viso. Come al solito mi guarderò con i capelli ancora bagnati e non mi riconoscerò.

Il trillo del contaminuti. Terza ripresa.

Giriamo in tondo e ci guardiamo negli occhi. Non avrà trent’anni, proprio come me. Poco più alta di me, questa cosa mi porta a dover giocare con la mia bassa statura cercando di entrarle il più possibile vicina al busto. Altrimenti lei potrebbe sfruttare la distanza avendo le braccia più lunghe. Bionda, capelli non troppo lunghi, li ha legati in una treccia imperfetta. Una bella ragazza, in situazioni normali. Sembra affaticata anche lei. Mi viene da sorridere pensando che molto probabilmente sul peso abbiamo barato tutte e due.

Ho tutti i muscoli del corpo in tensione. Sento pulsare i quadricipiti, tirare gli addominali, scoppiettare il gran dorsale, affilare le unghie i bicipiti. Le pupille passano da uno stato di fissità ad uno di estrema velocità, a seconda dei movimenti della mia avversaria. La guardo attraverso i guantoni, assaporando il gusto salato del sudore che mi finisce in bocca. Mi aiuta fantasticare che anche lei abbia paura di me. Mi sento carica, è ora di attaccare.

Mi avvicino rapidamente, sferro un sinistro e poi ancora un diretto sinistro. I pugni diretti confondono l’avversario, gli danno fastidio, così mi ha sempre detto Carlo. Mi sposto velocemente sulla destra facendo perno sul piede. Ed è a questo punto che, abbassandomi, affondo il destro all’altezza dello stomaco. Stessa moneta, ti ripago con la stessa moneta. Ritorno subito in guardia. Ha accusato i colpi, è leggermente ripiegata in avanti. Notevolmente sbilanciata. Decido di approfittarne, mi preparo. Non appena mostro l’intenzione di attaccare ancora vengo vistosamente fermata dall’arbitro. Non mi sono accorta che le esce sangue da un sopracciglio. Devo averle procurato un taglio con il secondo diretto sinistro. Devono sospendere l’incontro. La ragazza bionda protesta, interviene anche il suo allenatore, ma non c’è niente da fare. L’incontro è finito. Questo vuol dire che ho vinto.

Mi giro verso il mio angolo di ring. Nascosto dalle corde tese, Carlo batte le mani. E ride.

Adoro il pugilato.

Rido anche io, mentre mi metto addosso l’accappatoio e mi avvio verso gli spogliatoi.

  “Terza ripresa”.Un racconto di Ilaria Scarpiello* pubblicato per gentile concessione dell’autrice. 

Ilaria Scarpiello*. Psicologa, è nata a Foggia nel 1981, ma vive a Roma. Entrata nel 2000 nella cinquina del Campiello Giovani, ha esordito con questo notevole libro:

http://www.ibs.it/code/9788865964019/scarpiello-ilaria/figlia-femmina-di-adamo.html

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5 domande più una: Intervista a Max dei Rough Combo; un musicista casertano capace di sentire – anche – le note del vivere quotidiano.

Max Pieri e i Rough Combo

“Il blues, prima ancora che un genere musicale, è uno stato dell’anima”(Max Pieri)

 

Chi siete, quanti siete, da dove venite? ( e quanti dei vostri strumenti musicali sareste disposti a cedere in cambio di un fiorino?)

Sono Max Pieri aka Rough Max, emigrante irregolare in direzione contraria: dal centro al sud Italia. Prima da Viterbo a Siracusa, poi a Caserta in due tempi, passando per Napoli e Perugia. Un testardo autodidatta della musica; che ha incontrato due giovani viandanti lungo la terra oggi- irrimediabilmente- riconosciuta non più felix. Michele Murante e Oscar Pisanti non sono certamente viaggiatori ordinari, hanno studiato a fondo i loro strumenti e sanno bene dove mettere le mani. Conoscono le carte nautiche, ma hanno accettato anche la sfida di dimenticarsele. Almeno per un po’. Hanno scelto d’imbarcarsi in un’avventura picaresca, insieme a un vecchio marinaio: attraversare la palude in fiamme, dove non servono mappe, ma è sufficiente guardare le stelle. Rough Combo è un’imbarcazione costruita per navigare in acque molto pericolose, oltre mille fiorini sono stati già spesi per costruirla e mi spiace: Non è in vendita. Il capitano ha deciso di affondare con tutta l’imbarcazione.

 

Il tocco musicale lo vedi nell’autodidatta testardo e capace come nell’allievo di conservatorio. Il primo però ha l’istinto e la voglia. In fondo, a pensarci bene, il blues nasce per strada. Mica nelle aule di conservatorio… pure se molti oggi passano da lì e poi approdano al blues”. Sono parole di un musicista blues italiano. Lui da anni ha appeso gli strumenti al chiodo per problemi familiari. Cosa aggiungeresti alla questione “blues che nasce in strada”, se ti chiedessi di parlarmi del tuo percorso personale come musicista?

Il blues, prima ancora che un genere musicale, è uno stato dell’anima. Al di la degli aspetti storico-sociali che l’hanno generato (e che ben poco appartengono alla nostra cultura), esiste un comune denominatore, indipendente dalle etnie, riguarda la capacità della specie umana di esprimere emozioni attraverso meta-linguaggi. Le arti grafiche, la scrittura e la musica sono piani superiori di comunicazione delle nostre suggestioni che non appartengono ad altri esseri viventi. Nella notte dei tempi, nel centro dell’Africa, dove è apparso per la prima volta l’Homo sapiens, il canto di una madre per il suo cucciolo è stato certamente il primo atto compiuto per salire su questi piani paralleli; l’uso di strumenti primitivi per accompagnare quel canto è stato il secondo. L’evoluzione ha fatto il resto. La storia ci ha consegnato le musiche popolari e accademiche in molteplici declinazioni; fino a originare meta linguaggi molto sofisticati, assecondando la sempre maggiore complessità della mente umana. Tuttavia, la mia esperienza di ruvido musicista è stata plasmata soprattutto in quei momenti in cui veniamo sopraffatti dall’urgenza di esprimere le nostre tensioni. Il tutto accadeva subendo una specie di sbandamento, un cortocircuito che annulla in un momento migliaia di anni della nostra evoluzione. All’improvviso senti proprio quell’istinto di scendere in strada, e ti basta un tocco abrasivo su accordi maggiori per esprimere tutta la felicità del mondo o su accordi minori per rappresentare una profonda tristezza.

Quando scrivi i pezzi, per non perdere suggestioni note e parole, cosa porti sempre con te?

Ora non porto più nulla. In passato avevo quasi un’attenzione maniacale per oggetti e strumenti utili ad intercettare persino le variazioni delle onde elettromagnetiche. Col tempo ho capito che se il tuo mondo interiore non è sintonizzato con quello esterno, puoi sbatterti quanto vuoi, non caverai un ragno dal buco. Se invece s’innesca con forza un canale di comunicazione, basta poco per decriptare la grande bellezza. Basta un telefonino per fare una foto, riprendere una scena, appuntarsi parole e rime o fischiettarci dentro una melodia.

Ti andrebbe di parlarmi del progetto musicale ultimo, ovvero quello legato al cd che avete appena lanciato?

Rough Combo ha avuto una lunga gestazione perché si tratta di un progetto non facile da mettere in pratica e che necessita di interpreti folli per essere realizzato. Suonare il blues in forma obliqua – senza strumenti armonici come chitarra o piano – è un vero e proprio salto nel vuoto, un contesto in cui eseguire anche solo un accordo necessita di istinto e coesione assoluta. Insomma ci vuole un gran coraggio e idee molto chiare perché le partiture restino in piedi sulla palafitta sax-basso-batteria. All’esordio non è stato facile, perché non eravamo agevolmente collocabili. Poi la realizzazione del cd ci ha consentito di essere meglio riconosciuti, sia dagli addetti ai lavori che dagli appassionati. In fondo “The basement tapes” è come un messaggio nella bottiglia, scritto in bella calligrafia, fatto apposta per esser lanciato il più lontano possibile, nel tempo e nello spazio. Un messaggio marziano per orecchie marziane.

 

Avete una pagina facebook, un sito internet, una mongolfiera pubblicitaria che vi sponsorizza o preferite solo il passaparola?

Abbiamo una pagina face book. Solo quella, nient’altro. In realtà il circuito dei concerti dal vivo che frequentiamo e la stessa rete internet sono talmente congestionati che il solo fatto di avere un cd con musica inedita ci lascia paradossalmente qualche chance in più di fronte ai tremendi segnali di crisi, non solo economica, ma soprattutto culturale. Siamo compressi, da una parte nella pletora delle cover band, dall’altra nella proliferazione assurda dei codici a barre anche sui “prodotti culturali”. Questo è anche il motivo del caos generale; la ragione per cui i frequentatori di club e sale da concerto, ma anche delle gallerie d’arte, dei cinema e delle librerie rimangano sempre più frastornati e confusi. Si ritrovano con sempre meno soldi in tasca e ancor meno strumenti oggettivi per riconoscersi in ciò che viene realizzato nelle arti.

Per te Max, la musica che produci cos’è di preciso: stimolo, passatempo, passione unica… o un modo per sbarcare il lunario in modo creativo, senza avvilirsi, quando le cose vanno storte?

Un po’ tutto quello che hai detto messo assieme. Questa è un’epoca in cui sono crollati tutti i principi. La religione, l’etica, la coesione sociale, lo sport, la politica (di sinistra e di destra), tutto ha mostrato inesorabilmente la corda. Non è rimasto più nulla di realmente liturgico. Persino l’amore si trasfigura in un afflato con la data di scadenza. Come in un nuovo medioevo la fiducia dell’uomo viene ignobilmente calpestata dalle menzogne. Soffriamo – con le dovute differenze – di quell’incertezza e assenza d’identità di cui soffrivano gli schiavi afro-americani e che, allo stesso modo, patiscono i migranti che affidano i loro destini a barconi sgangherati. Ecco quindi che raccontare storie semplici e dirette, cantare il blues senza sottacere nulla, resta uno strumento intimo per condurre una vita più consapevole e resistente, un metodo potente per recuperare quello di cui l’uomo ha veramente bisogno: qualcosa di sacro.

CONTATTI: MAX maxwarmgun@gmail.com Cel: 349.2617077

https://www.facebook.com/ROUGHMAX

Pagina web fb  Rough Combo: https://www.facebook.com/TheRoughCombo

Il dono 3#. Un racconto a puntate di Riccardo Poli. (Terzo episodio).

 

 Respiro polvere, sbando e rallento coprendomi la bocca con la manica della camicia.  Non posso e non devo fermarmi, sono quasi arrivato nel luogo in cui mi sono “svegliato”, qualche minuto fa, anche se “svegliarsi” non è la parola adatta. Ciò che temevo sta già accadendo. Sento il motore della macchina andare su di giri, poi un urlo e un istante dopo, attraverso quella nebbia candida che a poco a poco si sta depositando, vedo volare scarpe, una seggiola dilaniata e quel che è peggio, un uomo. Si tratta del vecchio che dice di essere mio padre.

É un volo scomposto e incontrollato quello che ha fatto il vecchio. L’auto lha colpito in pieno e proseguendo la sua corsa si è andata a incastrare fra due arbusti di ginepro, quasi del tutto inclinata dalla parte del guidatore. Arrivato sul luogo dellaccaduto getto la bici a terra e corro verso il punto in cui è atterrato il vecchio. Lo trovo riverso a terra. Sangue che gli esce copioso dalla bocca fino a formare una pozza che il terreno arido e sabbioso con lentezza comincia ad assorbire.

Una terra maligna, avida di sangue…” è il primo pensiero che mi passa per la mente a quella vista, poi mi concentro sulle condizioni dell’uomo anziano. Non mi ci vuole molto a capire che è morto. Ha le pupille spente, la testa inclinata verso le spalle, tende all’indietro in maniera innaturale.

Gli tasto comunque il polso, per capacitarmi meglio. Non avverto nessun battito. Mi dico che non avrebbe senso chiamare soccorsi da qui. E poi, chiamare chi o cosa?

Non so chi sia questa persona, non so ancora dove io mi trovi e non sono affatto sicuro che vi siano ambulanze ( o altri mezzi di soccorso) nelle vicinanze. Ho voglia di mettermi a ridere, pensando che per un attimo ho sentito l’istinto di cercare il telefono cellulare nelle mie tasche. Un forte rumore proveniente dalla Balilla mi distoglie da quel pensiero. Le portiere sono incastrate, mentre l’individuo che la guidava sta cercando di uscire dalla macchina. Non sono per niente sicuro che abbia buone intenzioni, visto ciò che ha combinato allaltro pover’uomo che ha perso la vita. Intravedo la sua sagoma dimenarsi attraverso il lunotto sporco e incrinato.

Sento una forte scarica di Bam! Bam! Bam!.

 Sono pugni e calci, stavolta sulla portiera opposta, che si è aperta appena per poi richiudersi subito dopo per la forte inclinazione della vettura.

Guardo le gambe del cadavere qui davanti a me. La destra ha subito fratture in più punti: vedo un pezzo d’osso biancastro uscire dalla macchia di sangue che sporca i pantaloni lacerati. Calzava scarpe simili alle mie: una manca ed è scivolata via nell’impatto.

Devo fare ordine fra i pensieri che affollano la mia testa.

Sono qui, con un cadavere a pochi metri da me e un autista dalle intenzioni folli che forse vuole farmi fuori. Non ho ancora scoperto nulla del luogo in cui mi trovo e dove vede svolgersi tutto questo. Tutto è accaduto per colpa di quella stramaledetta scarpa. Provo a sedermi, mi lascio cadere sconvolto e privo di forze: mentali e fisiche. Quella dannata scarpa Jimmy Choo. Avei dovuto lasciarla dov’era. Avrei dovuto smetterla di raccogliere scarpe.

Dannazione! Ma…sì!”

É un pensiero fulmineo, forse un’idea bislacca quella che mi passa  per la testa, ma è tutto quello che posso fare.

Guardo di nuovo i piedi del tizio che dice di essere mio padre. Forse ancora posso sperare di comprendere quanto sta accadendo. Forse anche qui il mio dono può funzionare. Mi guardo intorno, cercando la scarpa che l’urto ha fatto schizzare dal piede del vecchio ma ne vedo a dozzine. Devo fare in fretta, ma la polvere che le ha coperte le rende tutte somiglianti: non è facile individuarla.

Stump!

La portiera è caduta via dalla macchina. Quel suono mi scuote: ho come l’impressione che trovare quella scarpa sia l’unica cosa sensata che io possa fare. E in fretta. Molto in fretta.

Mi getto carponi e comincio a toccare tutte quelle che vedo, ma non succede niente. Ne scorgo altre più distanti.

Mi precipito verso le altre ed eccola, la riconosco, una delle scarpe del vecchio. Sento dei passi alle mie spalle, sempre più vicini. La persona che guidava la macchina mi sta inseguendo. Mi si rizzano i capelli che scendono dietro la nuca e ho la sensazione che in pochissimo tempo sarà su di me. Mi tuffo allora verso la mia ultima speranza, come fa un giocatore di baseball verso la base. Le mie dita toccano il cuoio duro.

Chiudo gli occhi.

Non ho il coraggio di riaprirli. Forse mi ha raggiunto.  Una sensazione di freddo mi procura uno spasmo e forti brividi. Immagino il folle accanirsi su di me, pronto a colpirmi. Aspetto, senza il coraggio di muovere un muscolo.

– Me la vai prendere questa gazzosa? – dice il vecchio che afferma di essere mio padre.

Apro gli occhi e sono lì, ma tutto è in ordine. Siamo seduti, ognuno ai due capi del banchetto ricoperto di scarpe. Il vecchio mi guarda. Ignaro di tutto. Ignaro di ciò che gli è successo o meglio di cosa gli accadrà. Potrei impazzire, ma allo stesso tempo avverto una sensazione nuova, che fino a quel momento non avevo provato, almeno in questo luogo o in questa dimensione: mi sento potente. E per la prima volta, nonostante sia ancora in un posto sconosciuto in compagnia di persone mai viste, penso di avere qualche freccia al mio arco. Poter ricostruire una storia, seppur breve, non è cosa da poco. Ma devo giocarmela bene.

“Andrò a prenderti la gazzosa… -penso nella mia testa-… caro il mio Lazzaro resuscitato che ti spacci per mio padre, ma prima devo farti due domande. Sorrido e gli dico:

 – Ora vado, ma prima mi dai qualche soldo? Mi mandi sempre senza. Non facciamo abbastanza affari con queste scarpe usate?

– Figliolo – dice lui – da quando in qua ti preoccupi delle scarpe che vendiamo? Sai bene che non siamo qui per questo – e il suo sorriso che ancora non avevo visto, si allarga sotto l’ombra del grande cappello.

(continua…)

Riccardo Poli per Inkistolio:Storie Orticanti.

Se volete leggere i precedenti episodi de “Il dono” di Riccardo Poli, cliccate qui:

Episodio #2:  https://inkistolio.wordpress.com/2013/09/10/il-dono-un-racconto-a-puntate-di-riccardo-poli-episodio-2/

Episodio #1: https://inkistolio.wordpress.com/2013/08/02/il-dono-un-racconto-a-puntate/