Inedito Orticante: Intervista allo scrittore Domenico Dara.

Breve Trattato sulle coincidenze di Domenico Dara

 

“È vero, il manicomio, questo archivio della follia umana, è un generatore infinite di storie, in particolare di quelle storie che mi piace raccontare, storie estreme e fuori dall’ordinario

(Domenico Dara*)

Nel tuo bel libro d’esordio, pagina dopo pagina, affiora in superficie un senso di nostalgia per le vite degli altri.Vite non vissute, dal postino protagonista, ma osservate. Secondo te, quanto perdiamo di bello -in questa vita contemporanea liquida e veloce- delle vite di chi abbiamo attorno?
Diciamo che la nostalgia è una mia cifra stilistica e caratteriale imprescindibile. A volte il senso d’insoddisfazione che accompagna le nostre giornate è tale che per non lasciarci completamente andare avvertiamo la necessità di analizzarlo e comprenderlo, e quasi sempre questo tentativo di comprensione e chiarimento coincide con una rivisitazione della nostra vita passata alla ricerca del “nodo”, dell’attimo cioè in cui, col senno di poi, la vita ha preso una strada diversa da quella che avremmo voluto, o meglio, l’attimo in cui, a posteriori, una scelta diversa ci avrebbe portato vita piena di soddisfazioni. Tra i tanti brani sacrificati dal mio personale editing, ho escluso un brano a riguardo significativo, Anatomia della nostalgia, in cui il postino, con il suo consueto sguardo scientifico, cercava di analizzare e chiarire le cause di quel permanente stato d’animo. Io penso che noi siamo un conglomerato di possibilità, e che quella che viviamo è una delle tante vite possibili che potevamo essere. Lo pensa anche il postino, che però a differenza di molti ha il privilegio di scrutare nelle vite degli altri e in questo confronto diluire la propria nostalgia, perché a volte anche le molliche aiutano a sfamarsi. Durante uno dei suoi rari spostamenti, il postino un giorno si trova a Zurigo, di fronte a un enorme palazzone di periferia: “s’era messo a contarne i piani, le finestre, a calcolare gli appartamenti, le famiglie, le persone, e quando giungeva a un numero che gli sembrava il più realistico possibile, lo moltiplicava per tutti i palazzi che vedeva, e il totale era così alto che lo spaventava il pensiero di quanti uomini e donne fossero concentrati in uno spazio così limitato,quanti destini, quanti incontri possibili… Pensò che la nostra breve esistenza ci esclude dalla possibilità di migliaia di altre vite, pensò che se avesse potuto si sarebbe infilato in ognuno di quegli appartamenti e avrebbe vissuto la vita di ciascuno.Quante donne c’erano in un solo palazzo, e quante nel quartiere,nella città, nel mondo… e lui avrebbe voluto conoscerle tutte, lui, ch’era un uomo solo e negletto al mondo, avrebbe voluto avere un occhio in ogni casa e vederle vestire e uscire via, e poter poi frugare nel guardaroba e fantasticarne i segreti da una piega sul cuscino, dalle gocce d’acqua nella vasca da bagno, dalla sottana trasparente abbandonata sulla sedia”. Il postino è un uomo privilegiato anche perché vive un tempo rallentato e uno spazio limitato che può essere riempito dalla vita degli altri, a differenza della nostra frenesia che ci mette come una benda sugli occhi e non ci fa accorgere della vita che accade a pochi metri da noi. Il romanzo, in questo senso, può anche essere letto come un omaggio alla lentezza intesa anche come disponibilità.

Ho un amico in un paese cilentano. Tipo strano ma intelligente quanto il protagonista del tuo libro: non ricorda i nomi di tutti quelli che vivono in paese, anzi il più delle volte è schivo nei loro confronti. Eppure, osserva ogni vita e sa dire di quel giovane, quell’anziano o quell’adolescente di paese cosa compra al supermercato, che lavoro ha svolto o svolge e come passa il tempo in paese. Potremmo definirlo un silenzioso disegnatore di mappe quotidiane. Nella tua mente, per pensare-scrivere questo libro, quante mappe quotidiane di perfetti estranei hai immaginato negli anni?

È bella l’immagine della mappa quotidiana, usata più volte nel mio libro, e l’idea che sottintende di un percorso. Non è la cartina geografica col suo carico d’itinerari infiniti: la mappa disegna un percorso, uno solo, perché è vero che siamo un conglomerato di possibilità, ma solo all’origine, perché poi, ogni giorno, tracciamo un tratto della strada, e più tratti allineiamo più quella strada si definisce fino ad assumere i connotati della necessità. Il postino è cosciente della sua mappa quotidiana, tant’è che a volte si diverte a ridisegnarla, convinto che basti cambiare direzione di marcia per favorire l’apparizione di qualche miracolo.Non solo ho immaginato le mappe quotidiane dei miei personaggi, le ho perfino tracciate sul mio quaderno di appunti, perché quando scrivo sono come un viaggiatore in una terra sconosciuta e inesplorata, per muovermi ho bisogno di segni, di tracce, di sassolini…

 

La lingua di Girifalco, in molti tratti, contiene parole cilentane. Basta sfogliare un atlante linguistico e vengono fuori decine di parole in comune. Questioni di linguistica a parte, ti andrebbe di dirci perché non hai scritto questo libro in dialetto ma hai scelto una lingua ibrida fatta di incursioni dialettali brevi ma vive e guizzanti?
È una domanda interessante perché per la prima volta vengono mutati i termini della questione. Di solito mi chiedono perché non ho scritto il libro in italiano; la prospettiva della domanda invece è quella corretta, poiché l’intenzione iniziale era scrivere solo in dialetto e cioè nell’unica lingua capace di aderire come una pelle alla storia che raccontavo. Questo però avrebbe significato che il libro non sarebbe mai stato pubblicato, e soprattutto che avrebbe ristretto di molto la cerchia dei suoi lettori. Il compromesso linguistico, che però non nasceva ex novo ma rimandava a una consolidata tradizione letteraria, era quello di mescolare le due lingue sia a livello morfologico che sintattico, ricorrendo, con preciso intento di recupero, a calchi omerici e facendo cozzare linguaggio popolare e aulico. Ne è venuto fuori un bagaglio linguistico che non spetta a me dire se riuscito, ma che certo ha rappresentato per me il banco di prova più difficile.

 

Ho letto da qualche parte che stai scrivendo una storia ambientata sempre in Calabria. Narrazione in cui entra in gioco anche l’arrivo di un circo. Potresti dirci qualcosa in più di questa storia e quando sarà possibile leggerla?
Il titolo provvisorio è Dalla pietà celeste, un breve verso tratto dalla preghiera “Angelo mio che sei il mio custode”. L’ambientazione e il linguaggio rimangono immutati. La storia narra la vicenda polifonica di sei personaggi (un sarto donnaiolo, un piccolo orfano, una moglie sterile, un pazzo, un professore solitario, una donna abbandonata) che, colti in un momento di stallo della loro vita, troveranno una svolta in seguito all’arrivo in paese di un misterioso e angelico circo. In questo libro approfondisco un tema presente anche nel Breve trattato, quello dell’angelo custode, inteso laicamente come elemento corroborante nella definizione del destino di ogni uomo. Per quanto riguarda i tempi, non ho fretta. Certo, spero non ci vorranno gli anni dedicati al Breve trattato, ma non voglio che l’ansia della pubblicazione possa in qualche modo compromettere la scrittura del libro. È uno dei vantaggi di non dover campare con i propri libri: puoi curarli oltre modo.

 

Girifalco è in Calabria: una terra colma di fatti, personaggi e luoghi che meritano di essere raccontati. C’è anche un manicomio a Girifalco, luogo generatore di infinite storie. E ci sono personaggi incredibili portatori di storie infinite che solo in parte –perché profonde, complesse e affascinanti- hai narrato nel tuo libro appena uscito. La tua scrittura sembra formarsi, riga dopo riga, per sottrazione. Di tutta quella materia narrativa citata all’inizio della domanda, cosa scarti scrivendo? E cosa rimane dentro l’anima pur non prendendo vita sulla pagina?

È vero, il manicomio, questo archivio della follia umana, è un generatore infinite di storie, in particolare di quelle storie che mi piace raccontare, storie estreme e fuori dall’ordinario. In un passo del Breve trattato scrivo che l’elastico mostra la sua vera natura un attimo prima della rottura. Penso funzioni così anche con gli uomini: dimostrano la loro natura poco prima di cadere nel precipizio. Il manicomio è presente nel Breve trattato, lo sarà ancora di più nel prossimo libro, e certamente sarà il protagonista di una delle mie storie future. Pure avendo un solo protagonista, il Breve trattato è un romanzo corale nella misura, certo ambiziosa, in cui cerca di ricostruire una comunità. Una comunità anch’essa generatrice di storie infinite che devono necessariamente sottostare a un filtro selettivo, che agisce non solo sulla quantità dei personaggi ma anche sui particolari delle loro storie. La scrittura si modella per sottrazione, ma dopo che ha agito l’accumulazione: nella prima stesura si scrive tutto il possibile, quasi una sorta di scrittura automatica, e poi si sottrae tutto ciò che non è portatore di significato: ogni parola deve essere funzionale alla definizione del personaggio o dell’avvenimento, anche quella apparentemente giocosa e ornamentale serve in realtà a definire diversamente ciò che si sta narrando. Sottrarre facendo attenzione che tutto il materiale scartato venga in qualche modo contemplato ed evocato nella scrittura sopravvissuta, un po’ come i lineamenti paterni sopravvivono nel volto somigliante del figlio.

 

*Domenico Dara è uno scrittore italiano di origini calabresi. Vive e lavora in Lombardia. Per saperne di più sul suo ultimo libro ecco un link con libro e scheda biografica a cura dell’editore Nutrimenti: http://www.nutrimenti.net/libro.asp?lib=307

 

© Mario Schiavone 2014 per Inkistolio: Storie Orticanti. RIPRODUZIONE TESTI RISERVATA.

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