Giorno: 24 gennaio 2015

I miei anni Novanta

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Quando sognavo Dorothy Parker che ascoltava Alanis Morrisette.

Questa volta non parlerò di un telefilm, di un libro o di una canzone, ma di un periodo preciso e speciale, una vera e propria era: gli anni ’90. Sono tante le citazioni, i riferimenti, le musiche, gli stimoli di quegli anni. Al contrario di quanto accade oggi: gli impulsi più intensi arrivano dagli smartphone, quando è solo la vibrazione di chiamata…

Negli anni ’90 io ero adolescente e dopo aver vissuto l’inferno quotidiano del liceo, tornavo a casa per consolarmi guardando MTV; una rete che all’epoca trasmetteva quei brani che hanno fatto la storia della musica della mia generazione. Mi avvolgevo nel mio camicione grunge ascoltando di volta in volta le note di quelle canzoni che, a mia insaputa, avrebbero fatto storia. Attendevo con ansia il sabato, perché alle ore 14 sulla rete televisiva TMC2, passavano un programma chiamato Sgrang. Un vero e proprio  contenitore di musica heavy metal, rock, hard rock, grunge davanti al quale potevo lasciarmi trasportare da assoli di chitarre elettriche e voci rauche di capelloni. La cosa davvero strabiliante di quei momenti è che Sgrang lo guardavo con mia madre.

 

Lei è per me il sole da cui si sono irradiati tutti quegli stimoli culturali che trovavo affascinanti e forti perché in opposizione alla banalità e piattezza dei miei coetanei e della realtà che mi circondava.

La voce di Tori Amos mi conduceva in luoghi lontani e surreali, dove le ragazze cornflake erano finalmente giudicate ragazze puritane e banali, mentre le raisin girls, erano apprezzate, danzando sui tasti bianchi e neri senza essere giudicate. I suoi brani erano intrisi di tristezza, e raccontavano di un padre reverendo e uno stupro da dover dimenticare. I suoi testi narravano del mondo femminile e di una ribellione indispensabile per essere liberi.

Una rivoluzione di cui cantava anche Tracy Chapman, che mia madre ascoltava di continuo da quando ero molto piccola. Chapman con la sua voce scura in gola e la rasta in testa, sussurrava di una rivoluzione che sarebbe arrivata: “Non lo sai, stai parlando di una rivoluzione, Risuona come un sussurro, Mentre fanno la coda per il sussidio, Piangendo alla porta di quegli eserciti della salvezza, Sprecando tempo in coda agli uffici di collocamento, Restando seduti in attesa di una promozione, I poveri insorgeranno, e si prenderanno la loro parte, Non lo sai, faresti meglio a correre, Perché finalmente le cose stanno iniziando a cambiare, parlando di rivoluzione, Talkin’ bout a revolution”.

Lo stesso senso di ribellione che ritrovavo anche in due eroine dei cartoni animati: Daria e Lisa Simpson. Lisa per la sua intelligenza repressa in un mondo stupido e superficiale e Daria, per il suo sarcasmo coma arma di difesa in “questo triste mondo malato”.

Ancora su Mtv seguivo un telefilm che si chiamava Popular e raccontava di una guerra liceale tra bionde e brune, dove le bionde erano le belle e perfide adolescenti mentre le brune erano le sfigate, intelligenti che sfoggiavano originali outfit e magliette di Emily The Strange, aspettando solo la rivincita all’università. Io parteggiavo per le brune.

In quegli anni altra vera rivelazione fu la canzone che faceva da sigla al telefilm prima citato, Supermodels di Kendall Payne che con i suoi capelli corti e colorati, gridava un nuovo slogan: “Odiamo le supermodelle, non c’è nulla di personale, è solo che siamo stanche del confronto”. Ecco qualcuno che gridava i miei pensieri che avevano vita nella mia testa e poi sulla carta dei miei diari: “Cosa è causa delle tue lacrime… combattere per una taglia? Pensaci su un paio di volte, cosa dura di più in questa vita, la personalità o cosce sode? Credi che la bellezza sia in quello che vedi? Allora se pensi questo sei stata ingannata!”.

In quegli anni pensavo seriamente che Sylvia Plath avrebbe potuto apprezzare quel pezzo, che forse avrebbe citato quella canzone nei suoi diari che avevo divorato e amato alla follia. Anche io mi sentivo sotto una campana di vetro. Purtroppo, col tempo, notavo che molti scrittori, pittori, cantanti, artisti che ammiravo erano morti suicidi, e questo fu tutt’altro che incoraggiante per la mia formazione culturale!

La follia vissuta da alcuni di loro mi fece scoprire grandi donne che avevano fatto la storia della letteratura; donne come la stramba Emily Dickinson e la bipolare Virginia Woolf. Quest’ultima in Una stanza tutta per sé, mi aveva fatto adorare ancora di più quel mondo femminile letterario popolato da donne che avevano vissuto, nonostante il loro talento, nell’ombra. Mi interessai alla formazione artistica delle scrittrici più difficili d’animo dei secoli precedenti. Leggendo tutte quelle pagine così evocative perché composte da parole forti e vissute, nate da una forma di repressione che trovava sfogo nella scrittura in prosa e nell’espressione poetica. Un gesto, quello del ribellarsi, che necessitava di mostrarsi anche esteticamente. L’idea mi venne quando arrivò sullo schermo un faccione riccio -forse la ragione del mio primo piercing ad anello al naso- di una donna fuori dal comune: Joan Osborne. Lei umanizzava nel testo di One of us – molto evocativo il video che mostrava un circo con freak e reietti – chi potesse essere Dio. Quell’idea che qualcuno potesse ipotizzare un Dio in carne (un perdente o uno strano su un autobus, come recita la canzone, che cercava la strada di casa) mi apriva a un mondo di riflessioni personali.

Voglia di ribellione che sfociava in un rock non elevato, ma leggero. In fondo un po’ di leggerezza ci voleva e chi meglio di Courtney Love (e della sua band), poteva rispecchiare quello stile? Cantando “vivi di nuovo, non lasciarti morire” io vedevo sullo schermo del televisore palme in fiamme e donne rock che mi mostravano come si poteva essere un po’ glamour.

Meredith Brooks però, mi riportò con i piedi per terra, quando con il suo rock cantava che odiava il mondo e con quello che sembrava un mantra “I’m, a bitch, I’m a lover, I’m a child, I’m a mother, I’m a sinner, I’m a saint, I do not feel ashamed, I’m your hell, I’m yor dream, I’m nothing in between, You know you wouldn’t want it any other way, quindi prendimi per quella che sono”. Le sue parole ben rappresentavano la complessità dell’essere donna, nei suoi molteplici ruoli. Ricordava agli uomini che se avessero smesso di cercare di capire, “limitandosi” ad amare e basta e ad essere forti, allora sarebbe stato tutto più facile.

D’un tratto però scorrevano immagini che mi turbavano, rimarcando che le vere riflessioni devono fondarsi su questioni sociali, e la voce straziante di Dolores O’Riordan dei The Cranberries gridava zombie, (“e i loro carri armati e le loro bombe, e le loro bombe e le loro pistole… piangono ancora nella tua testa”) mentre lei completamente dorata sulla pelle intimava a reagire.

Grazie però ad Alanis Morissette, capii che si poteva reagire e difendersi con un’arma potentissima: l’ironia. Mentre si contorceva in auto con i suoi lunghissimi capelli ricci, gridando dopo una serie di orrende coincidenze che possono capitare nella vita, “è ironico non credi?”, mi dissi che forse l’ironia mi avrebbe salvato da un mondo che non sentivo mio. Poco dopo in mio soccorso arrivò una donna fantastica, Dorothy Parker, che con i suoi occhi espressivi e buffi cappelli, la sua irriverenza e l’etichetta di “comunista”, notava come molti metodi di suicidio fossero sopravvalutati e quindi- come lei sosteneva- tanto valeva vivere.  Si premurò in vita, di far scrivere come epitaffio “Scusate la polvere”. Mostrando così come l’ironia potesse funzionare anche da morti. Forse le sarebbe piaciuto ascoltare Ironic della Morissette, magari danzando sulle note di quella canzone.

Quella stessa ironia mi fece scoprire dei personaggi che nel fumetto e nel cinema aprirono ulteriori orizzonti:

Mafalda di Quino e Mercoledì della famiglia Addams.

Mercoledì nutriva il mio amore per il macabro, con i suoi vestiti neri e la bambola senza testa mostrava che lo stereotipo della Barbie e delle principesse poteva essere distrutto. E il fatto di avere una famiglia un po’ strana faceva sì che la mia apparisse un po’ più normale. Mafalda, nata molto prima, ma da me letta e riletta negli anni Novanta era invece quella bambina che più mi assomigliava, ricci ribelli, sensibilità verso le questioni sociali  e ipercriticità verso il mondo. Tutte doti che non venivano sempre apprezzate.

Tutte queste donne, fatte di carne e carta, musica e scrittura, hanno influenzato il mio modo di essere e le ringrazio una ad una. Scusandomi con tutte quelle che non ho nominato in questo viaggio in rosa fatto a ritroso negli anni ’90.

Annalisa Rascato