Giorno: 25 gennaio 2015

Il gioco dei rifiuti

camioncino rifiuti

 

Non c’erano corsi d’acqua a Casal di Principe. Sulle nostre teste cielo e nuvole leggeri come carta velina, sotto i nostri piedi l’asfalto ruvido come carta vetrata. Attorno a noi il cemento con cui erano fatte tutte quelle case che spuntavano come segnalini del monopoli. Non c’erano neanche ruscelli, come quelli che si vedono nei cartoni animati o sui libri di scuola. Per vedere un ciummo dovevi farti portare a Castelvolturno da qualche compaesano coraggioso, perché capace di calare le reti in quel fiume così sporco da ospitare animali morti che galleggiavano sull’acqua. In prima elementare, alla scuola “Gioiosa” ci avevano chiesto di raccontare in poche righe una cosa fatta d’acqua. Io avevo pensato alla iumara, il vallone in cui scorreva acqua vicino casa dei miei nonni materni, in provincia di Salerno. Ma non potevo parlare di quello, la cosa d’acqua doveva stare a Casal di Principe. Così decisi di scrivere di quando io e mio cugino Lorenzo andavamo nei terreni dello zio Mimmo e ci sedevamo a guardare il fiume speciale che c’era in mezzo al campo di pesche. Ai lati del campo cumuli di rifiuti scaricati la notte, l’acqua fetente che usciva dai rifiuti scorreva fin dentro i solchi scavati sotto gli alberi. Sacchetti di plastica, pannolini, giocattoli rotti e frutta andata a male. Munnezza multicolore e liquidi più scuri di quelli che escono da una fognatura scorrevano fra gli alberi creando piccoli corsi d’acqua. Sopra i rami pesche così grosse che parevano palloni Supersantos bucati.
A scuola avevo raccontato quello che c’era da raccontare e le maestre non avevano fatto domande, ma solo scritto una nota nel quadernone d’italiano: si trattava di un invito per i miei genitori, dovevano presentarsi a scuola per parlare con le maestre delle cose da me raccontate.

Nel mio compito di scuola non avevo parlato dell’intera campagna che circondava i confini della nostra città, che dava segni di malattia come una bestia ferita. Succedevano cose da film dell’orrore. Prima i vegetali stavano male, poi gli animali e poi toccava all’uomo.
Pure le pecore erano malate. Umberto il pastore aveva portato a casa nostra del formaggio di pecora che aveva il sapore di pesca. Quando mia madre lo aveva messo a tavola la sera, dopo il secondo, avevo provato a mangiarne un pezzo; avevo sentito l’odore della polpa di pesca fra i denti. E poi a guardarlo bene quel pezzo di formaggio tondo e bianco fuori, ma giallo dentro a me pareva parte del cibo che la Nasa spediva agli astronauti diretti verso la luna.
Ma noi non vivevamo sulla luna, noi abitavamo nel pianeta dei colori e degli odori che tutti potevano inventare. Bastava andare al fiume dello zio, sedersi e chiudere gli occhi. Ogni volta che ci andavo con i miei cugini, sentivo un odore nuovo. E se provavo ad avvicinarmi a qualche albero per assaggiare un frutto, il sapore che sentivo ricordava sempre qualcos’altro. Facevamo una vita altra, eravamo come alieni in missione su un nuovo mondo.

“Mio figlio è nato con sei dita per entrambe le mani. Lo stesso pure ai piedi. Secondo te quando sarà grande lo sfotteranno?” aveva domandato a mia madre la nostra vicina di casa Rosetta.
“Rosè il tuo Francesco sempre figlio ti è… devi volergli bene, pure se è storto. Tanto qui di criature storte ne possono nascere chissà quante con tutta la schifezza che ci vendono al mercato della frutta e della verdura” aveva risposto mia madre senza fare tanti giri di parole.
Francesco, figlio dei vicini Antonio e Rosetta, giocava spesso con me e gli altri del quartiere. C’era Carlo, uno che giocava a calcio come attaccante che gli diceva spesso: “Lampadì si scemo, tieni le mani e i piedi magici ma a te manca la lampadina che si accende in testa quando uno è scetato”.
Così, dopo quella frase di Carlo, lo chiamavamo tutti Lampadina. Quel pomeriggio in cui aveva sbagliato un goal lo avevano sfottuto così tanto e lui si era fatto rosso rosso. Mery, una che abitava nel vicolo, lo aveva visto rientrare con quella faccia e gli aveva gridato: “ Lampadì non ti appicciare troppo, che la corrente dentro sta via la paga solo tuo padre”.

Sopra il tetto della casa di Lampadina non c’erano metri di cavi volanti, i suoi genitori la corrente la pagavano davvero. Gli altri di via Caserta la rubavano dai pali municipali della luce. Il padre di Lampadina faceva il macellaio, a casa sua per risparmiare si mangiavano la carne che rimaneva invenduta al negozio. Eppure le bollette le pagavano sempre in tempo. Questo lo sapevo perché io e Lampadina ce la facevamo spesso assieme, eravamo nati entrambi nel 1983.
“I soldi per mettere il pesce a tavola in questa casa non li teniamo, ma noi non dobbiamo rubare niente allo Stato o alla gente che vive vicino a noi.”, avevo sentito dire un giorno dal padre di Lampadina. Ma Lampadina non era tanto convinto di quello che diceva suo padre. Quando aveva i soldi per due bustine di figurine e ne desiderava quattro, ripeteva sempre le stesse parole: “Se il giornalaio non mi passa quattro bustine di figurine io vado di notte con la benzina e gli appiccio tutti i giornali che tiene nel cassone fuori.” Oppure diceva anche: “Quando divento grande voglio una casa così grossa che pure dentro al cesso devo tenere la televisione. Compresa la piscina nella stanza da letto. Insomma voglio vivere come un re, mica continuare a mangiare la trippa fino a quando non muoio di vecchiaia.”.
Se Lampadina non amava invecchiare, a Casal di Principe i vecchi non amavano quelli che andavano avanti con insistenza, come anguille di fiume spinte dalla corrente. Quelli che parevano avere la pelle sempre luccicante e gli occhi sempre vispi.
Gli anziani se ne stavano in campagna a lavorare la terra, oppure al bar a giocare a carte. Andavano poco a votare, quasi ogni domenica a messa e quasi mai fuori dai confini della città.
“Casa mia sta qua, io sono come il muschio di quelle pietre vecchie di campagna con cui si fanno i muri di confine. Nessuno può portarmi via. Se ne devono andare i giovani, che hanno le cervella ammuffite come i pioppi vicino ai fiumi” diceva sempre uno di loro fuori al bar.
Lo zio Mimmo era il padrone di alcuni terreni con tanti piccoli fiumi artificiali. I Controllori di questi fiumi venivano una volta al mese dallo zio, per parlare con lui e scambiarsi delle buste postali piene di soldi di carta contati sempre due volte. I Controllori giravano sempre con il mercedes, i bracciali d’oro al polso e alcune femmine vicino a loro che parlavano poco l’Italiano.
Lampadina era amico di uno dei Controllori. “Quello tiene una pistola che spara veramente”, mi aveva rivelato un pomeriggio, a bassa voce, mentre stavamo andando a giocare a calcetto con altri compagni. Il Controllore era passato con la macchina e si era fermato al cenno di mano di Lampadina. Poi aveva abbassato il finestrino e aveva parlato a lungo con lui di non so cosa. Prima di salutarlo gli aveva detto: “Tiè vatti a comprare una polacca in pasticceria con il tuo amico” e dopo quelle parole gli aveva allungato una mazzetta di soldi grossi. Poi se n’era andato facendo pochissimo rumore, come un serpente che striscia nel terreno. E la sua macchina, nera e lucida, strisciando sull’asfalto lo aveva portato via mentre la gente in strada e sui balconi lo guardava con la coda dell’occhio.

[Mario Schiavone]
*Questo racconto è già apparso, qualche anno fa e sotto altro titolo, sul blog letterario tornogiovedì.

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