Autore: mario schiavone

Mario Schiavone è nato ad Aversa nel 1983, ha vissuto tra Casal di Principe e Agropoli. Ha collaborato in qualità di autore per Radio Flash Torino e Radio Rai Web 7 di Roma. Ha scritto per il teatro (selezionato per la rassegna teatrale L’arte del racconto, edizione 2011, curata da Massimiliano Palmese). Scrive racconti e interviste per diverse riviste letterarie on line: Nazione Indiana, Unonove, Poetarum Silva, Neobar e altre. Nel 2011 ha pubblicato con Epika Edizioni un racconto lungo “Binario 24”, diventato poi e-book nel 2013. Ha fatto il libraio in molte città italiane pur restando un precario. Dal 2013 al 2014 ha raccolto, in Terra di Lavoro e per il resto della Campania, storie insolite che ha pubblicato a a puntate su “Terra Nera, Mare Blu”; un Blog ospitato dal portale del quotidiano L’Unità. Fondatore del blog Inkistolio:Storie Orticanti, quando non scrive come blogger, contempla le nuvole.

Senza maschere sull’anima- Memoir

Comunicato Stampa

Il libro-intervista Senza maschere sull’anima – Gianluca Di Gennaro si racconta presentato alla libreria Quarto Stato di Aversa, domenica 17 dicembre

Invito-Presentazione-Libro-Riccio-DiGennaro (1)Domenica 17 dicembre 2017, alle ore 11, presso la libreria Quarto Stato di Aversa, si presenta il libro-intervista del giornalista Ignazio Riccio: Senza maschere sull’anima – Gianluca Di Gennaro si racconta. Partecipano all’evento, moderato dalla giornalista Anna Sgueglia, l’autore, l’attore Gianluca Di Gennaro e il magistrato Nicola Graziano.

Il libro

Il giornalista de Il Mattino Ignazio Riccio e il giovane attore napoletano Gianluca Di Gennaro si incontrano ai piedi del Vesuvio, per parlare di cinema e impegno sociale. Protagonista mai dimenticato di Certi bambini. Nipote di Nunzio, Gianfranco e Massimiliano Gallo, Gianluca ha bruciato le tappe, con una carriera artistica suggellata da successi cinematografici e televisivi.

Per l’interpretazione di Rosario, nella pellicola citata dei fratelli Frazzi, a soli dodici anni, riceverà diversi riconoscimenti, fra cui il Premio Flaiano. Qualche anno dopo diventa il pupillo dell’attrice e regista Valeria Golino, che lo vuole protagonista del suo primo cortometraggio, Armandino e il Madre. Prima, Gianluca prende parte a fiction di successo Rai e Mediaset come ‘O professore, con Sergio Castellitto, Come un delfino, con Raul Bova, L’oro di Scampia, con Beppe Fiorello, e alle fortunate serie tv Il clan dei camorristi e Gomorra.

Il tema sociale è una costante nelle storie che interpreta, e qui l’attore si racconta, mettendo in luce lo spaccato umano e sociale delle periferie della città partenopea. Partendo da Scampia, dove Gianluca è idolatrato da tanti giovani borderline, che vivono sul filo tra legalità e illegalità, l’attore racconta la propria esperienza a contatto con queste realtà difficili, e riflette sull’influenza che il cinema ha nelle scelte di vita di questi suoi coetanei.

Il sud e Napoli sono al centro dei suoi interessi, artistici e personali e Gianluca si mostra come un ragazzo che, pur non avendo vissuto la Napoli di Diego Maradona, Massimo Troisi e Pino Daniele, sogna di ripercorrere la stessa strada dei suoi idoli.

Il libro offre spunti di riflessione anche sul cinema italiano, che sta ritrovando nuova verve proprio grazie alla crescita di una generazione di giovani registi e attori di talento.

 

 

 

Ignazio Riccio (Caserta, 1970) è un giornalista che, da anni, ha collaborato e collabora con quotidiani e riviste nazionali, come Il Mattino di Napoli, Left e Pagina 99. Ha diretto il mensile di inchieste e approfondimenti Fresco di Stampa ed è responsabile della comunicazione per le case cinematografiche indipendenti Klanmovie Production e Resilienza Production.

 

Gianluca Di Gennaro (Napoli, 1990) è un attore italiano, che ha preso parte, nonostante la giovane età, a numerose produzioni cinematografiche e televisive nazionali e internazionali.  Ha lavorato con registi del calibro di: Mario Martone, Antonio e Andrea Frazzi, Stefano Sollima, Francesca Comencini, Claudio Cupellini, Claudio Giovannesi, Cosimo Alemà e Valeria Golino e con attori di successo come: Sergio Castellitto, Raul Bova, Beppe Fiorello, Stefano Accorsi e Alessandro Preziosi.

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Buon viaggio, Jill Barklem.

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Solo ieri, quindici novembre 2017, ho appreso della dipartita di Jill Barklem attraverso la sua pagina ufficiale. La mia nostalgia, legata alle sue magiche illustrazioni, rievocando quelle immagini vivide nella memoria si unisce al mio dispiacere nel notare che in Italia nessuno ha dato notizia della sua scomparsa. Questo mi fa riflettere sulla poca attenzione che c’è sui libri per l’infanzia, mi riferisco in particolare a quelli fatti davvero bene e che hanno segnato alcune generazioni.
Jill Barklem nasce a Epping nella contea di Essex, nel 1951, e a contatto con i magici paesaggi della campagna inglese, fin da piccola osserva la natura nei suoi colori. In seguito si iscrive alla St. Martin’s School of Art di Londra per imprimere quelle immagini su carta; scuola che raggiungeva in treno; viaggi in cui aveva diversi momenti per esercitarsi osservando la romantica veduta inglese dal finestrino del treno.
Per ben cinque anni si dedica ad esplorare attentamente la campagna durante le sue passeggiate, e proprio osservando le radici intrecciate di un albero, comincia a fantasticare di una colonia di piccoli animaletti che potessero vivere al suo interno. In quei giorni nacque l’idea utile a costituire il nucleo narrativo fondante di quella storia che diventerà la serie Boscodirovo (Brambly Hedge).

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La ricerca attenta dei dettagli è quello che caratterizza i suoi lavori, strutturando genealogie di topolini, di ricci e piccoli animaletti antropomorfi che abitano il bosco. Lo studio della storia dura ben dodici anni e prende vita la raccolta delle prime storie: Le quattro stagioni di Boscodirovo.
Libri destinati a un pubblico di bambini che in modo apparentemente semplice – come la mano di Beatrix Potter – contengono storie delicate di famiglie e amici animali che vivono la loro quotidianità cucinando, facendo il bucato, raccontandosi storie la sera, intrattenendo col gioco quei figli che appartengono a specie diverse fra loro. Un amore familiare che vive e perdura senza i pregiudizi che caratterizzano gli esseri umani, ma con tutta la vita magica che un sottobosco nasconde.

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Lo stile fiabesco dei suoi disegni si ispira all’illustratore inglese del periodo vittoriano, Arthur Rackham, illustratore di libri per l’infanzia e non, che riusciva a realizzare tavole oniriche intrise di magia (fra i tanti Alice nel paese delle meraviglie, Peter Pan, le Fiabe dei fratelli Grimm, Canto di Natale, Sogno di una notte di mezza estate, I viaggi di Gulliver, le Fiabe di Esopo, L’anello dei Nibelunghi).
La Barklem dedica con dovizia ai particolari, donando una delicatezza a quei colori tenui dell’acquarello utilizzato per creare scenari di molteplici fantasie nei bambini che li osservano.
Negli anni ’80 anche in Italia i suoi libri vengono pubblicati in una curata edizione cartonata e da piccola, parallelamente alla storia scritta che narrava dei piccoli abitanti di Boscodirovo, mi ritrovavo ad osservare per ore quelle illustrazioni colme di dettagli e dipinte con colori vivaci. Le casette adorabili allestite nelle tane o nel tronco di alberi cavi, contenevano moltissimi oggetti e particolari, e le illustrazioni di scene comuni diventavano luoghi di ulteriori storie capaci di offrire spunti fantastici utili a nutrire l’immaginazione di ogni bambino.
La coerenza narrativa di quelle storie è data dai colori della stagione che contornano le storie, dal clima, o dai semplici oggetti che un piccolo animale poteva portare o usare. Lo stesso accadeva nella gestualità quotidiana: dalle usanze rurali, ai modi di vestire, fino alla frutta e alle verdure di stagione, ogni elemento rispettava il piccolo mondo del sottobosco.
I valori come l’altruismo, la generosità, la solidarietà, l’operosità del mondo della campagna caratterizzano le sue storie d’avventura mai banali, le quali narrate attraverso un linguaggio capace di stimolare l’intelligenza dei bambini-lettori fanno sì che i suoi libri diventino dei classici.

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Purtroppo l’illustratrice aveva avuto da piccola un distacco della retina, incidente che con il passare degli anni le peggiora la vista; e anche se nuove storie appariranno ancora per anni, fino a quando il suo tratto artigianale capace di creare quelle tavole uniche non diviene per lei inapplicabile. Tempo dopo si sottopose a un intervento, nonostante il quale non riuscirà più a disegnare. Questa mancanza non le impedirà di diventare ancora più celebre grazie agli adattamenti delle sue storie in film animati realizzati in stop motion o in classici cartoni animati.
Il silenzio che ha accompagnato la sua scomparsa sembra ricordare le atmosfere di quella remota campagna inglese in cui lei e i suoi piccoli personaggi hanno vissuto, e così mi piace immaginarla seduta al tavolo in quelle piccole casette vicino al camino con topolini, ricci e tassi. Lei e tutte quelle creature speciali presi dal raccontarsi nuove avventure.

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Annalisa Rascato

Chi vi ha mandato? Venite da lontano? A chi appartenete?

Venditrice di lumache casertane.

Per un periodo della mia vita, qualche anno fa, pur di sbarcare il lunario mi sono cimentato in lavori fuori da ogni mia aspettativa. Voglio dire: ci sono lavori che quando li vedi svolti da altri, per la fatica che comportano, dici a te stesso che mai e poi mai farai qualcosa del genere per sopravvivere. Ottimismo della giovane età di un aspirante scrittore, potremmo definirlo. Infatti, come accade spesso, la vita contraddice in pieno le nostre intenzioni.
In quegli anni, ogni giorno, salivo in sella alla mia bici chiamata Silver e – in cambio di uno stipendio da fame pagato a 180 giorni dai signori di certe cooperative sociali del sud che lucrano sulle spalle dei poveri cristi – percorrevo cinque chilometri, per andare a casa di una coppia di anziani che mi aspettavano dal lunedì al venerdì: piena estate, sole cocente, automobilisti strafottenti che fingevano di non vedermi tagliandomi la strada di continuo.
Arrivavo a casa del signor T e della signora D stanco e sudato, come uno che ha attraversato un pezzo di deserto con il sole allo zenit. Dopo un saluto veloce e una breve sosta in bagno per cambiare la maglietta sudata che indossavo avvicinavo il signor T per capire come stava: gli facevo sempre le stesse domande sulla sua salute e su come aveva dormito, sul pranzo del giorno e sul cielo sulle nostre teste e lui, puntuale, le evitava tutte.
Replicava alle mie domande con tre quesiti esistenziali fissi:

Chi vi ha mandato? Venite da lontano? A chi appartenete?
Ogni volta mi presentavo, gli parlavo un po’ di me e appena conquistavo la sua fiducia quotidiana riprendevamo – come il giorno prima – a giocare a carte: tornei interminabili a due di scopa, briscola e rubamazzetto.
La signora D, malata da diverso tempo ma più lucida del marito T, indossava i suoi anni di vita come un vecchio vestito cucito male prima, e consumato troppo dal tempo… dopo.
Eppure, D, era dolcissima: felice delle mie visite e dell’aiuto che le davo in casa quando stava bene, parlava con me per ore della sua vita passata, dei sogni che faceva, delle strane facce che vedeva ogni giorno nel grande televisore che avevano in casa.

In un mattino di pioggia estiva, il signor T mi accolse in casa gridando parole che più o meno suonavano così: Se vuoi essere un uomo libero, devi fare quello che ti riesce bene. Rimanendo nel tuo campo.
La verità, mi dicevo dentro di me – mentre lui gridava quelle parole come un vecchio attore che calca la scena di casa sua in un teatro senza spettatori – è che quando ti arrangi svolgendo mille lavori non pagati o sottopagati fai fatica a ricordare a te stesso di essere capace in qualcosa che ha un campo di appartenenza.
Quell’anno avevo conseguito un diploma di Operatore Socio Assistenziale, conoscevo le basi del primo soccorso in caso di emergenza e me la cavavo bene in ogni faccenda domestica. Eppure, ogni giorno della mia vita, mi domandavo: servirà imparare (e vivere) tutto questo a uno che nella vita vuole solo diventare uno scrittore?
È servito fare quel lavoro. Lo comprendo, appièno, solo oggi.
Stare con gli altri, affondare corpo e anima nell’esperienza umana della convivenza con chi è meno fortunato di noi, è davvero utile a capire da dove veniamo e che strada intendiamo percorrere. E poi, a dirla tutta, quando vivi certe esperienze non fai che raccogliere storie e suggestioni tutto il tempo.
Forse, le storie che scrivo, vengono da gente come il signor T e la signora D. Per questo motivo, anni dopo quell’esperienza, mi dico che sarò sempre loro grato per il tempo trascorso assieme.