Chi vi ha mandato? Venite da lontano? A chi appartenete?

Venditrice di lumache casertane.

Per un periodo della mia vita, qualche anno fa, pur di sbarcare il lunario mi sono cimentato in lavori fuori da ogni mia aspettativa. Voglio dire: ci sono lavori che quando li vedi svolti da altri, per la fatica che comportano, dici a te stesso che mai e poi mai farai qualcosa del genere per sopravvivere. Ottimismo della giovane età di un aspirante scrittore, potremmo definirlo. Infatti, come accade spesso, la vita contraddice in pieno le nostre intenzioni.
In quegli anni, ogni giorno, salivo in sella alla mia bici chiamata Silver e – in cambio di uno stipendio da fame pagato a 180 giorni dai signori di certe cooperative sociali del sud che lucrano sulle spalle dei poveri cristi – percorrevo cinque chilometri, per andare a casa di una coppia di anziani che mi aspettavano dal lunedì al venerdì: piena estate, sole cocente, automobilisti strafottenti che fingevano di non vedermi tagliandomi la strada di continuo.
Arrivavo a casa del signor T e della signora D stanco e sudato, come uno che ha attraversato un pezzo di deserto con il sole allo zenit. Dopo un saluto veloce e una breve sosta in bagno per cambiare la maglietta sudata che indossavo avvicinavo il signor T per capire come stava: gli facevo sempre le stesse domande sulla sua salute e su come aveva dormito, sul pranzo del giorno e sul cielo sulle nostre teste e lui, puntuale, le evitava tutte.
Replicava alle mie domande con tre quesiti esistenziali fissi:

Chi vi ha mandato? Venite da lontano? A chi appartenete?
Ogni volta mi presentavo, gli parlavo un po’ di me e appena conquistavo la sua fiducia quotidiana riprendevamo – come il giorno prima – a giocare a carte: tornei interminabili a due di scopa, briscola e rubamazzetto.
La signora D, malata da diverso tempo ma più lucida del marito T, indossava i suoi anni di vita come un vecchio vestito cucito male prima, e consumato troppo dal tempo… dopo.
Eppure, D, era dolcissima: felice delle mie visite e dell’aiuto che le davo in casa quando stava bene, parlava con me per ore della sua vita passata, dei sogni che faceva, delle strane facce che vedeva ogni giorno nel grande televisore che avevano in casa.

In un mattino di pioggia estiva, il signor T mi accolse in casa gridando parole che più o meno suonavano così: Se vuoi essere un uomo libero, devi fare quello che ti riesce bene. Rimanendo nel tuo campo.
La verità, mi dicevo dentro di me – mentre lui gridava quelle parole come un vecchio attore che calca la scena di casa sua in un teatro senza spettatori – è che quando ti arrangi svolgendo mille lavori non pagati o sottopagati fai fatica a ricordare a te stesso di essere capace in qualcosa che ha un campo di appartenenza.
Quell’anno avevo conseguito un diploma di Operatore Socio Assistenziale, conoscevo le basi del primo soccorso in caso di emergenza e me la cavavo bene in ogni faccenda domestica. Eppure, ogni giorno della mia vita, mi domandavo: servirà imparare (e vivere) tutto questo a uno che nella vita vuole solo diventare uno scrittore?
È servito fare quel lavoro. Lo comprendo, appièno, solo oggi.
Stare con gli altri, affondare corpo e anima nell’esperienza umana della convivenza con chi è meno fortunato di noi, è davvero utile a capire da dove veniamo e che strada intendiamo percorrere. E poi, a dirla tutta, quando vivi certe esperienze non fai che raccogliere storie e suggestioni tutto il tempo.
Forse, le storie che scrivo, vengono da gente come il signor T e la signora D. Per questo motivo, anni dopo quell’esperienza, mi dico che sarò sempre loro grato per il tempo trascorso assieme.

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Ci sono cose che non appaiono

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Ci sono cose che non appaiono. Credo, perché potrei dimostrarvelo su una di quelle lavagne scolastiche abbastanza grandi da contenere qualche metro di formule algebriche, che esistono cose e immagini del quotidiano vivere che non appaiono agli occhi dell’individuo contemporaneo comune. Alcune volte le immagini*, (*quanto ci accade, ovvero i fatti allo stato puro) della vita quotidiana entrano nella letteratura come “filtrati” attraverso una lente. Facendo uno sforzo di comprensione potremmo chiamare linguaggio narrativo quella “lente” e “mondo esterno” i fattori ambientali che convergono sotto la lente.
Ci pensavo stamattina, quando dopo aver comprato una scatola di cerotti per medicare la pelle (quelli per curare l’anima non li hanno ancora brevettati, sic!) mi sono messo a pensare alla realtà quotidiana prepotente che ci avvolge e sconvolge ogni giorno. I fatti concreti della vita di costruiscono e decostruiscono in ogni istante. E noi, attori della vita, quando siamo fortunati possiamo fotografare quanto viviamo e provare – se siamo bravi – a raccontarlo agli altri.
Esistono tante vite a questo mondo. Niente di più vero. Però esistono ancora più storie che provano, a volte riuscendoci altre volte fallendo, quella che chiamiamo vita reale. Non ho una cassetta degli attrezzi dotata di strumenti magici, e non sono un bravo meccanico capace di mettere a punto certe faccende complesse che ci travolgono in questa esistenza.
Per quanto mi riguarda, a 34 anni, faccio sempre più fatica a raccontare il mio vissuto. Perché in fondo, a dirla tutta, a molti le storie tristi non piacciono. Tanti sono quelli che cercano storie di successo o dal lieto fine perfetto come la forma di una merendina idrogenata.
Sono un diabetico della vita. I dolci (finali) fatti di successo mi fanno male.
Uno di voi mi ha scritto. Chiedeva le istruzioni per l’uso della vita. Non voleva sapere dove cercare il libro di Perec, ma capire come comportarsi in un momento difficile della sua vita.
Non ho saputo dargli una ricetta. Ho provato solo a dirgli “se vuoi davvero provare a resistere al caos di questa vita, cerca qualcosa in cui cimentarti”. Intendendo qualcosa di magnifico, potente ed esclusivo.
Ecco, detto questo spero di non ritrovarmi mai più a dover dispensare consigli. Né su questo blog, né di persona.
Io, i miei demoni interiori, un po’ li conosco. Per questa ragione non gioco mai a scacchi con loro: quando lo faccio, cosa rara, tendono a fottermi sempre. Barando in maniera triste, quasi grottesca.
E tutti i libri che leggiamo, servono a qualcosa in questa vita?- ha poi domandato l’amico che mi ha scritto.
Certo. Servono. A non morire sotto un temporale di arachidi unte che abitano, spesso, i meandri della nostra mente.
Pensando a Carmelo Bene, mi viene da dire – tenendo gli occhi che mirano in basso e con la faccia rossa per la vergogna- quanto segue: se è vero che il linguaggio ci “trapassa” e non ce ne accorgiamo, i fatti della vita reale con la stessa forza s’insinua dentro di noi privandoci di ogni forza. Con moti, e momenti, diversi in ogni occasione.
Per questa ragione, certi giorni, cerco una panchina isolata e mi siedo a piangere da solo. Ora credo di aver scritto e detto molto, troppo. Perdonatemi se vi ho rubato tempo. In momenti come questo, citando il James economista, mi lascio travolgere da quello che lui chiamava “il senso pungente della realtà”. E poi, a essere sinceri per davvero, per ritrovarlo quel senso mi metto a scrivere in maniera disordinata. Appunti sporchi, come questi che avete letto fin qui.

Senso delle cose che si perde e persone che cambiano.

Ecce Homo 2013. dell'artista campano Raffaele Bova.

Ho vissuto, intorno ai venti anni d’età, per un lungo periodo della mia vita a Torino.

Lì ho frequentato una scuola di scrittura creativa (ci andavo ogni giorno, con dedizione) e una facoltà universitaria (sedevo tra quelle aule numerate e affollate molto raramente, con avvilimento e senso di vuoto interiore).

Nella scuola di scrittura, in compagnia di un gruppo di aspiranti registi sceneggiatori e narratori, ho appreso che le Grandi idee creative partorite in piena notte e di punto in bianco non esistono. Ciò che è possibile ritrovare, in un momento poco preciso, è una certa visione del mondo e del gesto creativo; però servono tantissime letture e una quantità innumerevole di ore investite nel pensare (prima) e scrivere (dopo).

C’era, nella scuola di scrittura che ho frequentato, un senso fraterno fra noi allievi che in vita mia ricordo di aver provato solo da piccolo, quando ero un boyscout.

Dopo quel senso di fratellanza utile a stare insieme, venivano l’amore e il rispetto per i classici della letteratura, del cinema, del teatro e del fumetto: nessuno di noi aspirante scrittore o regista avrebbe mai ignorato i “maestri” o fatto di tutto per “dimenticarli” nel vano tentativo di una ricerca artistica fallimentare sin dagli esordi.

Se scrivo tutto questo pur sapendo (forse) di potermi sbagliare, c’è una ragione: molte di quelle persone, ragazzi e ragazze di allora che ho sentito molto vicini a me in un senso unico e speciale di fratellanza, oggi sono irriconoscibili. Svolgono il loro lavoro dei sogni. Leggi i loro nomi sui giornali e sulle copertine dei libri. In cima alle sceneggiature e in coda ai titoli dei film finiti. Eppure, alcuni di loro, a guardarli bene, hanno perso quel senso della ricerca artistica che rendeva ognuno di loro un semplice e comune appassionato fruitore di narrazioni e probabile futuro autore di storie.

Perché accade questo? Non ho una risposta. Manca il senso del gesto, una direzione interpretativa utile a capire meglio il perché del fenomeno. Ed io? Io che ero uno di loro, cosa faccio oggi? Sto in silenzio. Seduto a guardare. Oppure scrivo, sempre in silenzio. Cercando di ascoltare gli ingranaggi della mente che cigolano alla ricerca di una visione possibile delle cose che mi circondano. Tutto qui.

 

#Letture Estive 2016: American Dust di R. Brautigan

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American Dust- Prima che il vento si porti via tutto

Questo bel libro l’ho scoperto per caso, portandolo a casa dopo essermi innamorato del titolo, un pomeriggio d’estate in cui ero al paese natio di mia madre e mi trovavo nella piazza centrale di fronte alla chiesa. Mangiavo caramelle zuccherate per sentirmi meno solo e fissavo un uomo senza gambe che vendeva libri seduto dietro una grande bancarella.
«Venite, fermatevi. Comprate un libro oggi e sarete felice anche domani. »
Così diceva quell’uomo, ma la gente continuava a entrare in chiesa o a salire verso il corso del paese senza fermarsi. Tutte quelle persone non si fermavano neanche per notare che ad allestire tendone e bancarella ci pensava un polacco alto e muscoloso che per conto dell’uomo senza gambe guidava il furgone, disponeva i tavoli espositivi, tirava i libri dai cartoni e allargava l’ombrellone per dare ombra all’intero negozio ambulante. Il polacco faceva tutto quello che gli toccava fare senza capire una parola d’italiano. Lui e l’uomo senza gambe parlavano a gesti o in un inglese fatto di verbi all’infinito. Niente da fare, sono sempre lento nelle cose che faccio e dico, provo a perdermi per altre strade. Non fateci caso, lo faceva pure mio nonno: diceva sempre che tutti i fatti che raccontiamo noi umani sono come un pezzo di terra composto da tanti solchi: quando devi irrigare non sai mai da quale solco cominciare a gettare acqua.
Il romanzo di cui sto per parlarvi si apre con una frase che contiene la parola “pomeriggio” e conclude la riga di chiusura dell’intera storia con la parola “casa”. A dirla tutta, a girare poco intorno alle cose e a dirle come stanno senza pensarci due volte, questo libro può essere contenuto in queste due parole che profumano di famiglia e calore pure se il libro – a tenerlo troppo in mano dopo averlo letto– comincia a diventare freddo. Il volume di carta cambia la sua temperatura, e altro non può fare, in ragione del fatto che la vita e la morte s’incrociano in questo libro danzando prima a braccetto e poi scambiandosi un bacio amaro e distante come due amanti che diventano nemici. Che cosa significa tutto questo? Provo a spiegarmi meglio. Richard Brautigan in questo libro ha raccontato tutto quello che offriva quel buffo e incredibile Paese chiamato America concentrandolo in un solo ricordo d’infanzia. Se è vero che ci sono canzoni mal cantate, lettere da grafomani, baci da incapaci, magliette puzzolenti e bustine di pop corn troppo salato e poi ancora visioni di film porno troppo finti(rubati ai cugini più grandi) a ricordarci – una volta divenuti adulti- che l’infanzia non tornerà mai più; insomma se tutto questo è vero forse è ancor più vero che ci sono gesti isolati che finiscono nel buco nero della nostra infanzia e che finiamo per rimuovere dalla memoria come sabbia sollevata dal vento.
Per Richard Brautigan quella sabbia è rimasta lì sul terreno senza mai farsi prendere né dal vento né dal tempo. Granelli che pesano fino a schiacciare l’anima. Prova incontrovertibile di questo peso è l’estro narrativo con cui l’autore ha dato tutto se stesso scrivendo il suo ultimo libro, pur di cimentarsi in una storia che avrebbe potuto parlare di tante cose e invece non fa altro che dipingere, in appena un centinaio di pagine, un quadro in cui vediamo: il pomeriggio pensieroso di un bambino, e il campo di mele in cui si è consumato un dramma che pare davvero fermare il tempo.
Per il resto, di tutto quello che c’è nel libro: la seconda guerra mondiale appena finita, quei tipi che arrivano tutte le sere d’estate( e che dopo aver scaricato divano, tavolino e lampade sul ciglio di terreno che costeggia il corso d’acqua si mettono a pescare), i bambini che vendono vuoti di bottiglie per ricavare soldi con cui comprare hamburger … Di tutto questo potete fare a meno. Perché, per me che ho letto questo libro quasi dieci anni fa, vi garantisco che la vostra memoria, col tempo, farà a meno di tutte queste deliziose immagini. Si legherà, come si legano i nostri ricordi a qualcosa che ci lascia sempre a bocca aperta o a cuor vibrante-accelerato, a un’immagine eterna che vede un bambino solitario capace di desiderare non un hamburger ma una scatola di proiettili prima. E di desiderare, dopo che il vento si è portato via tutto, che ognuno di quei proiettili tornasse di nuovo nella sua scatola. Com’è che diceva il vecchio senza gambe che vendeva libri assieme al polacco?
«Venite, fermatevi. Comprate un libro oggi e sarete felice anche domani. »
Ecco, qui e ora e prima che il vento si porti via tutto, a me vien da pensare:
Andate. Fermatevi in una libreria di altri tempi e comprate questo libro di Brautigan, oggi. Dopo averlo letto sarete felici non solo domani, ma dopodomani e dopodomani ancora. Perché la buona letteratura non se la porta via neanche il vento.

American Dust- Prima che il vento si porti via tutto
(di Richard Brautigan, Isbn Editore, lo trovate in biblioteca o nelle migliori librerie indipendenti che vendono remainders).

Come scrivere…

Questo ruscello scorre vicino la casa in cui sono cresciuto...e che oggi non c'è più. Ci andavo spesso d'estate. Pur non trovandovi mai forme di vita diverse dai girini ero sempre felice di starmene lì a toccare l'acqua e a giocare con i sassi.

…scrivere con le mani sporche, col terreno nero sotto le unghie, con il sangue sulle labbra spaccate, con gli occhi stanchi e pieni di lacrime, scrivere per mettere punti e virgole e spazi e leggere scie e percorsi in quegli spazi a volte vuoti da morire in un rumore bianco non udibile a volte così pieni da strabordare come un fossato affogato d’acqua dopo il temporale. scrivere provando tutto questo e facendolo provare a chi ti legge. altrimenti, che diavolo si scrive a fare?

Mario Schiavone

Letto e copiato.

Frammento di un' installazione di Raffaele BovaIeri ho scritto e pubblicato su facebook un piccolo frammento. Doveva essere così originale da piacere a qualcuno dei miei amici virtuali; tanto da indurre quella persona a rubarlo e pubblicarlo sulla propria pagina fb, come status personale. Alla domanda: “Perchè l’ha fatto?”, l’autrice del furto ha ben pensato di rispondere “L’ho rubato perchè lo sentivo mio”.

Ecco, ora se anche voi lettori di Inkistolio volete fare vostro quel frammento eccolo qui sotto. Però, stavolta, ricordatevi solo di firmarlo con un nome e un cognome. Quelli dell’autore. Grazie.

Certe notti sogno di un negozio in cui si entra per comprare ricordi, sono tutti disposti in fila sulle mensole,contenuti in vasetti di vetro col tappo ermetico. Il commesso ha un solo braccio e non fa mai in tempo a disporre tutti i ricordi per i clienti prima della fine di ogni giornata. Quando entro io e li che mi osserva in silenzio, poi commenta : Ancora qui? Le ho venduto tutto quello che potevo venderle, mi spiace, per lei non ho altra merce in vendita.

Mario Schiavone

Io sono un supereroe.

mantelli
Tutto ha avuto inizio con la scoperta dell’Uomo Ragno verso i cinque anni, poi c’è stata una virata religiosa con San Francesco a dieci anni (agli scout ci avevano spiegato che parlava agli animali e alle piante e per me uno così non poteva che essere un vero super eroe)…. Questo racconto inedito continua qui:

les nouveaux réalistes: Mario Schiavone

Foto Salvatore Di Vilio

per il resto del tempo ho accarezzato il mio gatto

cielomare

Ai lettori di Inkistolio, con affetto.

Oggi è il 24 aprile 2016. Non ho scritto su questo blog per poco più di nove mesi. Un tempo così lungo che a classificarlo sotto vetro potrebbe riempire tanti di quei vasetti di vetro da far perdere la ragione anche al più bravo biografo. Anche se io non vi sono mancato, tutti voi lettori quotidiani di Inkistolio ( e giuro che siete davvero tanti, per un blog ideato e tenuto in vita quasi  per “gioco”) mi siete mancati ogni giorno. Le vostre mail, le vostre voci a telefono e i vostri commenti in questi anni di vita da blogger mi hanno tenuto compagnia nei momenti più difficili della mia vita. Per me siete, nel vostro stare al mondo come creature pensanti fatte di carne e ossa e voci e lettere e messaggi, un bel pezzo di famiglia immortale che mi accompagna da anni. Vi assicuro che non è poco, in tempi bui e difficili come questi viviamo qui e ora.

Devo dire che in questi mesi, quasi come in quei film basati su storie che sembrano  non avere senso- ma che ci lasciano perplessi per giorni e giorni-sono accadute tantissime cose. Alcune ve le risparmio, per ovvie ragioni su cui non voglio affatto dilungarmi. Di altre parlerò nei miei racconti, che è meglio.

Dico solo che non è facile sbarcare il lunario da precario-scrittore-inkistoliatore e trovare il tempo di aggiornare questo blog più o meno personale. Tempo che non afferro mai, e che vorrei  in abbondanza per leggere un libro, passeggiare in riva al mare o provare a scrivere quelle storie che sento mie. Oggi, considerata la pioggia in arrivo, mi sono allontanato per qualche ora dal mio lavoro sempre più precario ( provate voi a fare i venditori ambulanti di uova prodotte da galline cilentane) e ho ripreso in mano la tastiera del computer per scrivere questo post. Forse sto scrivendo ben poco di quanto avevo in mente prima di sedermi a scrivere. Queste righe sono quasi inutili, rispetto alle interviste e alle storie pubblicate negli ultimi anni su inkistolio, però sentivo di dovervelo dire in qualche modo: sono qui a leggervi ancora  e pronto a rimettere in moto questo blog.

Spero solo non vi sia passata la voglia di leggere inkistolio.  Quanto al resto, al come ci si sente in questo Paese malato nel midollo osseo, tutti voi lettori  e navigatori di questo universo quotidiano buio e freddo o caldo e molliccio a seconda di quanto ci accade lo sapete già. Non sarò io a darvi la ricetta per la felicità eterna. Come dice un mio amico orologiaio: “…Non esistono ricette. Esistono troppi aspiranti cuochi e poca gente disposta a mangiare la vita”. Ecco, prendendo in prestito le sue parole, posso dirvi che è un piacere essere qui e ora per divorare con voi pezzi di vita (letteraria e non).

Ovvero passarvi consigli di lettura, interviste di autori e recensioni letterarie o – quando escono dalla mia testa e appaiono chiari anche me-  alcuni miei racconti.  Se pensavate di scoprire solo alla fine di questo post cosa ho fatto in tutti questi mesi… mi spiace deludervi ma non sarò io a dirvelo.

Ero altrove, quando c’ero. Per il resto del tempo (quello non trascorso a parlare di libri da queste parti), se non ero in giro a combattere o a vendere uova, ho accarezzato il mio gatto.

Grazie a voi per l’attesa e la pazienza. Solo questo.

Ci si legge da queste parti.

Mario Schiavone

Intervista esclusiva: 5 domande allo scrittore Mario Capello.

Mario Capello

“Karadzic era un poeta, per esempio, e uno psicologo e ciò non gli ha impedito di provare a distruggere Sarajevo.”
(Mario Capello*)

Ormai, dopo anni di apprendistato, sei al terzo libro. Quando e perché hai cominciato a scrivere?

In effetti, per quanto possa suonare stucchevole (e chi mi conosce sa quanto odi ogni svenevolezza), desidero scrivere da sempre. Da quando sono bambino. Ma cominciato, seriamente, ho cominciato tardi (fino ad allora ho letto). Ai tempi della scuola Holden e poi, più seriamente, subito dopo averla terminata, in un periodo complesso ma fecondo della mia vita – un lavoro, il figlio appena nato, una casa da mettere su. Al tempo fu come se qualcosa si fosse sbloccato. Di sicuro, dovevo liberarmi di un sovrappiù di cerebralità che mi frenava. Ho deciso, allora, di scrivere una storia che riuscisse a trasmettere certe emozioni – la nostalgia, l’amore per i genitori, il senso di perdita che si prova quando si smette di essere bambini – anziché certe idee. E, tutto sommato, ha funzionato.

La tua scrittura è asciutta, pulita; infatti produce movimenti, onde narrative portatrici di significato. Quanto tempo dedichi alla riscrittura delle tue storie in fase di stesura?

Di solito la prima stesura è molto veloce, per quanto proceda sempre a brani e brandelli – a causa del tempo rubato ad altro (compresa una pigrizia profonda). Poi ci torno su, più volte. Ma è difficile che cambi qualcosa di davvero sostanziale – la macrostruttura, per esempio, ancora non mi è capitato di cambiarla granché. In effetti non sono mai riscritture. Più che altro, limo, aggiusto. Le parole, il ritmo, il giro di frase. Da solo, prima e poi affidandomi agli editor di cui mi fido.

Se la letteratura- come sostengono molti – non cambia il mondo, a che serve?

Oh, be’ la letteratura diverte, emoziona, scuote, coinvolge – mi sembra già molto. La letteratura arricchisce il tuo vocabolario (non solo verbale) e così facendo ti dà degli strumenti per leggere meglio la realtà. Non ti rende necessariamente una persona migliore, ma di sicuro ti rende più articolato. Non mi sembra cosa da poco. E poi, la letteratura diverte (l’ho già detto?).

Un sindaco italiano, figlio di un poeta, ha ben pensato di mettere all’indice una serie di libri: senza dover dar conto a nessuno della sua decisione. Cosa pensi di questa scelta tragica e assurda?

Che non è assurda, ma, anzi, è la logica conseguenza di un discorso che, purtroppo, è molto diffuso. Un discorso che prevede la difesa – risentita, rancorosa e spaventata – di uno status quo, costi quel che costi. Che l’autore del gesto sia figlio di un poeta non mi stupisce affatto – Karadzic era un poeta, per esempio, e uno psicologo e ciò non gli ha impedito di provare a distruggere Sarajevo. Non voglio dire che la strada imboccata sia quella (mi auguro proprio di no). Ma che non sappiamo davvero impare nulla dal passato, neppure recente.

Puoi dirci qualcosa del tuo prossimo libro? (Se non ne hai uno nel cassetto, puoi usare lo spazio di questa domanda per parlarci di un tuo autore preferito.)

No, per scaramanzia. Ma spendo con piacere qualche parola su Ferito a morte di La Capria. Un libro importantissimo, per me, fatto di atmosfere, luce e corpi. Di emozioni evocate e suggerite e struggimento e rimpianto e senso di perdita. Uno di quei rari romanzi in cui ricerca e perizia formale e capacità di emozionare raggiungono una sintesi perfetta. Se per caso non doveste averlo letto, fatelo. Per quanto mi riguarda, vi invidio, perché dovete ancora leggere Ferito a morte per la prima volta.

Mario Capello è uno scrittore italiano. Vive a Torino, dove lavora in ambito editoriale. Il suo ultimo libro è “L’appartamento” (Tunuè Editore, 2015.)
Per acquistare il libro e per saperne di più sull’autore:
http://www.tunue.com/it/home/299-l-appartamento.html#.VaUtcPntmko

L’appartamento- Mario Capello -Edizioni Tunué-

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Il romanzo L’appartamento di Mario Capello (Tunuè Editore, euro 9,90) è composto da tante piccole caselle di una scacchiera narrativa capace di mostrare mosse argute (passaggi letterari) che brillano di luce propria. Per scoprirlo non bisogna essere giocatori d’alto bordo, o aspiranti scacchisti dell’ultima ora ma solo lettori dotati di quella bussola che ha un ago capace di mirare in una sola direzione: la voglia di leggere buona letteratura.

La storia contenuta in questo prezioso libretto dalla raffinata copertina, narra del giovane protagonista Angelo, di un suo cliente chiamato Ferrero e di un segreto nascosto nelle parole (non dette) dell’uomo anziano e  nella voglia di non ascoltare del giovane venditore di case. In questo gioco di ruoli, in questo scambio reciproco che ricorda tanto un sacrificio di scacchi in cui un giocatore perde un pezzo per conquistare una buona posizione sul campo di battaglia, i due s’incontrano a poco a poco. Come un cavallo che si muove mostrando la sua danza elegante e al tempo stesso coraggiosa e  come un alfiere tenace, i due personaggi cominciano a conoscersi attraverso pochi gesti mirati: piccoli indizi nei giochi di faccia, qualche rimando verbale che profuma di educazione e buon maniere ai fini di un giusto rapporto fra impiegato e cliente. Chi vuole vendere cosa, o per meglio dire, chi ha Qualcosa cosa da “vendere”?  In questa mossa astuta si gioca tutta la partita narrativa messa in campo dall’autore. Mario Capello, come un vero scacchista, memore della lezione dei grandi autori che cita fra una riga e l’altra del libro, disegna una partita  elegante giocata fra due uomini che avrebbero potuto – in uno sconosciuto orizzonte degli eventi- non incontrarsi mai. Eppure s’incontrano, qualcosa accade pagina dopo pagina, parola dopo parola. La cifra migliore del libro tende a raccontare questo: a mostrarci, mossa dopo mossa, cosa davvero c’è sulla scacchiera e cosa non avrebbe potuto esserci. Lo sfondo è quello di un Paese, il nostro Paese.

Non capita spesso di leggere un libro così ben scritto; asciutto ed essenziale in ogni riga, preciso e misurato in ogni spazio immaginativo che si dilata con la sua forza narrativa fra un lemma e l’altro. Questa prova narrativa spinge Mario Capello (ormai al suo terzo libro) fra gli autori più interessanti nel panorama contemporaneo italiano, e se non bastasse questa recensione non resta che un solo invito: leggere il romanzo L’appartamento: a poco a poco o tutto d’un fiato conta poco, la partita ha inizio. Non tiratevi indietro. Dietro quelle caselle ogni pezzo/parola schierato/a in gioco ha qualcosa da raccontarvi. Buona lettura e buona partita.

Ps Pezzo toccato, pezzo giocato. Libro consigliato, libro divorato.

Per saperne di più e per comprare il libro, potete consultare il link che segue: http://www.ibs.it/code/9788867901388/capello-mario/appartamento.html

Mario Schiavone per Inkistolio:Storie Orticanti.

Tiempo antico, Tempo di musica.

Tiempo Antico foto band completa

“Da soli si muore. La musica si fa con le anime; prima le nostre come band e poi quelle del pubblico che ci ascolta.”- Giovanni Sorvillo*.

Come ti è venuta l’idea di formare la band “Tiempo Antico”?

L’idea parte da me. Faccio il musicista da una vita. Ho sempre composto canzoni. Poi, in un secondo momento (dopo gli inizi con la chitarra) è arrivato l’amore per il sassofono. Da piccolo scoprii il gruppo Showmen e mi innamorai della voce di Mario Musella. Poi scoprii James Senese, mi innamorai della sua musica e comprai in seguito il sassofono, verso i venti anni. Cominciai a studiarlo sul serio. Ho avuto la fortuna di avere i migliori maestri: James Senese, Larry Nocella, Antonio Balsamo… non mi stancherò mai di citarli,c’ è qualcosa di viscerale nell’esperienza vissuta con loro.

Chi siete e cosa fate?

“Tiempo Antico” proviene da un quartetto base, un piccolo gruppo che suona assieme da molto tempo: Salvatore Acerbo, Nicola Gilardi e Peppe Vertaldi sono questi i nomi dei primi compagni di ventura, in seguito si sono uniti a noi Michele Fabrizio e Mario Lupoli. Tiempo antico nasce dalla voglia di stare assieme, in modo vero per comunicare qualcosa prima fra di noi. É un progetto nuovo. La nostra biografia comincia a Musicultura, dove abbiamo fatto le audizioni e vinto il premio per la miglior performance. Siamo finiti poi nella fase successiva, classificandoci nei primi sedici finalisti assieme ad altri artisti che ci tengono compagnia in una compilation di Musicultura che uscirà a breve. Tutto grazie al brano musicale “Terra Avvelenata”. Si tratta di un pezzo doloroso che non avrei mai voluto scrivere, quando l’ho scritto ho sofferto molto perché io vivo in questa terra. Sono sincero: non avrei mai immaginato di finire , assieme ai “Tiempo Antico”, al festival Musicultura con il brano “Terra Avvelenata”.
La famiglia cresce: Gennaro Romano dei “Letti Sfatti”, oggi nostro Direttore Artistico, ci ha sostenuto in modo sincero e pulito. Però, ripeto, la famiglia cresce: l’attore Pio del prete ci ha fatto da produttore, Pasquale Mozzillo ha curato la grafica della nostra immagine su supporti fisici e siti web, Salvatore Di Vilio che è un grande fotografo campano si è occupato delle nostre fotografie. E ci tengo a ricordare anche Donatella Di Bella, scrittrice emiliana, che ha commentato alcuni nostri brani musicali.

Quanto è difficile fare musica ogni giorno in Terra di Lavoro?

Al di là della musica in questa terra è difficile tutto. Qua la terra è una, inutile parlare di divisioni… credo che ciò che vince sempre è la passione. Se c’è passione si è già fortunati; è dura lo stesso ma bisogna insistere. La musica diventa un’arma con cui porti avanti una passione artistica pulita, ancora non inquinata. Oggi tutto è difficile, pensa che qui viviamo in Terra di Lavoro e non c’è lavoro! Io mi ritengo fortunato a fare il musicista da quando avevo 15 anni. La passione deve essere il motore utile a tirare fuori l’anima.

C’è chi ti ha definito artigiano della musica. Cosa ti viene in mente a proposito di questo aspetto?

Io facevo il calzolaio, da giovane. Parliamo sempre di arte. Vivevo ad Orta di Atella, c’era una rapida…un laboratorio di scarpe molto attivo in cui creavi una scarpa dall’idea al prodotto finito. Questa espressione “artigiano” mi piace molto, faccio musica come facevo le mie scarpe a mano: sono fiero di entrambe le cose, ho una buona memoria nel ricordare quel lavoro e lo sento mio mentre oggi faccio musica. Sono felice di questo.

Quali progetti avete in cantiere?

Il 6 giugno di quest’anno andremo al festival “Dietro la nuca della città”. Ci hanno premiati e nel ritirare il premio eseguiremo tre brani dal vivo. Ci chiamiamo “Tiempo Antico”, ma siamo un po’ acerbi. Eppure accadono molte cose. Probabilmente faremo primo un singolo, poi un disco intero. Ma tutto questo è nato con Musicultura, ci tengo a ribadirlo: quella di quest’anno è la ventiseiesima edizione del festival, la nostra prima partecipazione ci ha condotto nei primi sedici finalisti e sono felice di questa cosa. Ringrazio lo staff di Musicultura per questa opportunità.

Come nascono le vostre canzoni?

Io creo testi e musica; in seguito con Salvatore Acerbo(chitarrista e arrangiatore che sento come una mia estensione) e gli altri membri della band produciamo il resto della magia.Credo molto nell’unione di anime. La musica è un fatto di trasmissione. Io credo nel suono, non nella tecnica. Vengo da quella scuola lì. Puoi usare una sola nota, ma l’importante è arrivare al cuore delle persone.

Quando vi siete incontrati come band, come avete capito che funzionava?

Come quartetto base, facendo tributi ai grandi della musica, abbiamo lavorato assieme a lungo. Devo molto ad Alberto D’Anna, quando abbiamo cominciato questo progetto lui era con noi. Oggi c’è Peppe Vertaldi che ci aiuta molto e fa musica con noi da una vita. Però, ci tengo a dirlo, Alberto è sempre qui con noi.

Avete un portafortuna particolare che portate sempre con voi?

Dovrei averlo con me. Questo che vedi sul tavolo (mentre lo dice mi mostra un bracciale greco, nda). Il mio portafortuna più vero, che va ben oltre gli oggetti, comunque è un’anima: mio nonno. A lui ho dedicato il brano “Anima antica”. Diceva di me, tutto fiero, “Mio nipote suona il trombettone!!!”. Era un uomo davvero speciale.

Ho incontrato da piccolo, in aperta campagna, un uomo vestito di tutto punto che suonava un trombone in piena solitudine. La domanda è: la musica si fa in solitudine o si fa con gli altri?

Da soli si muore. La musica si fa con le anime – le nostre come band- e quelle del pubblico che in seguito ci ascolta. L’umiltà la porti dentro sempre. Non la impari a scuola, se stai in mezzo agli altri – anche quando fai musica- rimani umile. Quanto al musicista solitario, probabilmente hai avvistato mio nonno! Ovviamente scherzo, ma è bello immaginarlo anche così.

Un consiglio che daresti ai giovani aspiranti musicisti?

Una sola dritta senza presunzione: ragazzi metteteci passione. Se accade anche altro va bene, ma prima di tutto deve accadere qualcosa dentro chi si cimenta con la musica. Serve sempre una forte passione, altrimenti non si va da nessuna parte.

Con l’età, la dedizione quotidiana alla musica, costa sforzi fisici elevati?

La passione cresce ancora di più. Quando non studio un paio di giorni mi sento male. La musica per me è più importante del cibo quotidiano. Senza mi ammalerei. Noi come “Tiempo Antico” ci vediamo quasi ogni giorno. Prima mi vedo con Salvatore Acerbo, poi ci vediamo con gli altri. Oppure gli altri si vedono fra di loro, poi portano idee. “Tiempo Antico” lavora ogni giorno, pure se non siamo sempre assieme fisicamente la testa pensa sempre a quello.

Avete un rapporto maniacale con i vostri strumenti?

Alcuni strumenti sono d’uso frequente, altri no. Ma secondo me non è una cosa che decidi, te lo detta la musica quale strumento usare. Salvatore Acerbo usa la chitarra classica, in questo progetto la sente necessaria.Lo strumento diventa l’anima. Il mio sassofono super action 80 selmer prima serie è uno strumento che mi fece comprare James Senese a San Sebastiano (quartiere napoletano) quando avevo 20 anni. Perdere lo strumento è come ricevere una coltellata, ad esempio a Salvatore hanno rubato tutti gli strumenti… gesto cattivo e insensato.

Te la sentiresti di definire il genere che fate?

La musica non è definibile. Però le nostre influenze sono mediterranee…ed ognuno di noi viene dal Jazz,, abbiamo studiato quello. Il jazz, secondo me, è la migliore scuola. Noi non siamo jazzisti allo stato puro, quando sono stato a New York ho visto jazzisti suonare ( e raccontare) la loro terra. Esistono tante influenze, ma ognuno crea musica che sente vicina. Pure se la musica è unica, la tua terra ti influenza. Noi ci rifacciamo anche a delle influenze mediterranee. Senza presunzione, ti dico che quando creo una melodia mi deve battere forte il cuore. Tutto il resto lo butto, non è musica. Qualcuno ha definito d’ispirazione balcanica alcuni nostri brani, ma è inevitabile che inconsciamente raccogli suggestioni che tornano nella musica che fai. Se io vivessi a Napoli, o altrove, forse le mie composizioni musicali cambierebbero. Io vivo in montagna, un luogo per me sacro, dove troviamo la giusta concentrazione. Lì dove vivo, prima di queste produzioni musicali, ho lavorato anche a un progetto con Franco del Prete ( ascoltando il disco Sud Express, progetto capitanato da Franco Del Prete, scopri che contiene melodie anche mie ), lavorando con lui ho visto realizzare un sogno. Per me lui è un Maestro, come lo è anche James Senese. Mi sento sempre un po’ allievo e sono fiero di questa cosa.

Mi parli di un brano che hai a cuore?

C’è un brano, che si chiama“ A musica toia” ed è dedicato ad Alberto D’Anna, sento doveroso dedicarlo a lui. Si tratta di uno degli ultimi brani, di un disco da dieci brani che prossimamente registreremo.

Cosa altro c’è nella vostra musica?

C’è una famiglia che vince sempre. E poi suonare e suonare e suonare, lavorare lavorare lavorare per creare condivisione. C’è tutto questo fra noi dei “Tiempo Antico”. Se qualcuno di noi ha un problema, posiamo gli strumenti e parliamo del problema. C’è musica anche nello stare assieme, mica solo nel creare note.

Giovanni Sorvillo* è un musicista italiano nato a Orta Di Atella (Caserta) nel 1966.
La sua carriera di musicista inizia all’età di quindici anni, suonando la chitarra ed esibendosi con vari gruppi locali. Dopo questa esperienza, inizia il suo percorso di sassofonista, diventando allievo di James Senese. Nel 1986 iniziano varie collaborazioni in campo musicale con artisti del calibro di Larry Nocella, James Senese, Franco Del Prete, Gianni Guarracino, Bruno Illiano, Vittorio Remino. Nel 1988 partecipa, con Nino Buonocore, al programma televisivo “AZZURRO 88”. Nel 1989 incontra Tullio De Piscopo, con il quale collaborerà, in qualità di corista, al disco “BELLO CARICO”. Nei primi anni 90 studia armonia con il maestro Michele Carrabba e nel 1998 forma un quartetto Jazz, da lui ideato e diretto, con il quale si esibirà in noti locali di diverse città italiane. Nel 2004 costituisce il duo Jazza Bossa con Salvatore Acerbo. Dal 2006 insegna sassofono e armonia in varie accademie. Negli anni ha collaborato con artisti quali Joe Amoruso, Tony Esposito, Piero Gallo, Alberto D’Anna, Layeba, Enrico Quaranta, Franco Del Prete e Raiz. Dal 2011 si dedica a tempo pieno al suo ultimo progetto musicale, con il gruppo Tiempo Antico, scrivendo testi e musica.

© Mario Schiavone per Inkistolio: Storie orticanti. RIPRODUZIONE RISERVATA DEI TESTI.

RistoArt da Pio Presenta: Letti Sfatti + Fausto Mesolella Live VENERDI’ 22 MAGGIO 2015

RistoartdaPioPresenta

RistoArt da Pio Presenta: Letti Sfatti + Fausto Mesolella Live

VENERDI’ 22 MAGGIO 2015

LETTI SFATTI & FAUSTO MESOLELLA
in LIVE IN THE KITCHEN
Concerto per corde, voci e attrezzi di cucina;
Ospite GIOVANNI SORVILLO -sax tenore

RistorArt da Pio
via Martiri Atellani 46 – 81030 Sant’Arpino (CE)
(prov.le Aversa/Caivano)
Tel. 081 365 53 59 – info@ristorartdapio.it

Lumache in guerra

casa rane

Stamattina sono uscito da casa per andare a trovare una persona speciale che non vedo da tempo. Andando alla fermata del T51, ho notato una venditrice ambulante ormai anziana. Dal viso al collo la pelle ricoperta di macchioline scure. In testa un caschetto di capelli bianchi, sottili e confusi. Mi hanno ricordato la matassa di fili di cotone bianco che da piccolo ho visto nel secchio di un amico di famiglia sarto. Anche i suoi abiti sembravano quelli di un sarto di paese: la sua camicia a rombi e la gonna a quadrettoni colorati, abbinati alle calze di spugna colorata abbassate fino alle caviglie, facevano sembrare quella donna una bambola fatta con pezze vecchie e bottoni colorati. Come quelle che faceva mia zia quando ero piccolo. In genere le bambole di pezza sono per le bambine ma io avevo una zia che creava bambole e pupazzi di pezza anche per me: me ne regalava tante ed io le conservavo tutte in una piccola valigia. Certe notti, negli ultimi anni, sogno di andare in giro con quella valigia a vendere bambole in grandi città popolate da creature strambe. Le raggiungo a bordo di una bici volante, come quella che usano i ragazzi amici di un famoso alieno in un film che ho visto sempre a pezzi e mai per intero.
Purtroppo, anche se volessi inventarmi un lavoro tanto incredibile quanto bizzarro, quella valigia non esiste più. Qualcuno- dopo la mia uscita di casa avvenuta quando avevo diciotto anni- ha pensato di gettare molti dei miei ricordi d’infanzia. Quando mi mancano certi ricordi, e ho bisogno di rivivere quei momenti per me cari, ripenso alle persone che non ci sono più. Ai momenti spensierati della mia infanzia che nessuno potrà mai restituirmi. Forse anche l’anziana signora di stamattina abita quei mondi che ho sognato negli ultimi tempi. Ogni sogno tante figure strambe che popolano sempre piccole città. Ogni piccola città tanti ricordi. Ad esempio, gli occhi scuri e vivaci della venditrice, quando cercavano di cogliere ogni movimento non mostravano mai irrequietezza. Pure una vecchina che faceva da sindaco in un paese di soli anziani, all’interno di uno dei miei sogni, muoveva gli occhi in quel modo. La donna di stamattina, essendo cresciuta in queste terre, se ne stava ferma sul marciapiede di via Diaz ad Aversa. Fra il supermercato e la banca, sotto un piccolo albero che le faceva un po’ d’ombra: alcuni passanti la vedevano, altri no. Se avessi fatto uno scatto fotografico, avrei chiamato quell’immagine con un titolo tipo: “Fantasma onirico con vero paesaggio urbano.”
La venditrice, pure se poco osservata, ha lanciato per tutto il tempo richiami in dialetto ai passanti. Cercava di cogliere la loro attenzione con gesti quasi teatrali. Non riuscendo a farsi notare dai tanti passanti ha subito infilato la mano sinistra in un secchio che portava appeso al braccio destro. Sulla bocca del secchio c’era uno straccio bianco usato come un morbido coperchio. Al centro dello straccio, un piccolo strappo, le permetteva di infilare le dita per far accadere una vera magia: quando ritirava la sua mano, sul palmo, mostrava alcune piccole creature con antenne vibranti e un corpo sottile e dotato di una corazza tonda: piccole lumache di campagna.
All’interno del secchio pieno zeppo di lumache vive, c’erano rivoli di gelatina trasparente e piccoli grumi di schiuma. A terra, accanto ai piedi della venditrice, c’era una cesta tonda fatta di rami di salice invecchiato. Dentro una bilancia manuale per frutta e verdura ormai vecchia: era di un giallo sbiadito, e il piatto era sostenuto da una catenina rinforzata con pezzi di fil di ferro attorcigliato.
La cesta conteneva anche una busta di plastica bianca con dentro sacchetti trasparenti puliti e piegati in modo ordinato. Quando un passante le ha detto che voleva comprare un chilo delle sue lumache, lei ha sorriso e poi ha cominciato a trafficare per raccogliere le lumache in un sacchetto pulito e pesarle. Armeggiando con la bilancia come un vecchio timoniere sulla sua barca, si è messa a raccontare che viene da San Marcellino. Poi ha detto qualcosa come:
-Una come a me tiene tanti anni, potrei essere bisnonna. Però faccio ancora la vendita per strada perché la pensione non basta, che ci posso fare?” Alla fine, dopo lunghe trattative, il signore è andato via senza comprare quelle lumache già pronte. Non si erano accordati sul prezzo, oppure l’acquirente si era seccato per tutti quei discorsi. Così, dopo quella scena, pure se non mangio lumache, ho attraversato la strada per andare a comprarle. La signora mi ha sorriso e dopo avermi fatto uno sconto, forse per rispondere al mio gesto spontaneo, mi ha anche augurato una felice giornata.
Mi sono allontanato pensando alle lumache appena comprate e ho camminato fino alla libreria più vicina. Mi serviva un romanzo, volevo portarlo alla persona cara che andavo a trovare. Uscendo dalla libreria ho pensato: un romanzo e delle lumache… mi sa che lui la pensa come me: non le mangerà mai. Il libro potrà fargli piacere.
Sono arrivato a Casale e ho bussato al portone di A. e lui, dopo aver chiesto al citofono chi fossi, è venuto ad aprirmi. Indossava un cappello per nascondere la perdita precoce dei capelli dovuta allo stress mentale. Con una camicia larga nascondeva pancia e viso gonfi. Sotto gli occhi due profonde occhiaie: guardandolo ho fatto fatica a ricordarlo come il bel ragazzo che era anni fa. Con la sua carnagione scura, gli occhi azzurri e i capelli lunghi e ricci amava farsi vedere in giro sempre ordinato e ben vestito con abiti nuovi e di buona qualità. Stamattina la camicia, anche se ben stirata, era un bel po’ lisa sul collo e sulle maniche.
-Ciao, sei venuto veramente.
-Eh. Sono venuto, hai visto? Senti qui ci sono delle lumache e un libro. Spero ti piaccia il libro. Le lumache le liberiamo fra poco.
-Ah, grazie. Perché porti con te una busta di lumache?
-….
-Poi… un giorno me lo spieghi. Posso farti un caffè?
-Sì, fallo pure.
Entrando nel cortile della casa di A., ho scoperto che era solo. Al centro del cortile, sotto un vecchio albero di limoni, una sedia. Mi sono sentito come uno che va a trovare un anziano che pensa al tempo che non ha più.
A. ha solo qualche anno più di me. Non ha mai condotto una vita isolata, non in questo modo almeno. Dopo anni di lavoro come geometra nell’imprenditoria edilizia, poco prima di andare a convivere con la sua fidanzata, è stato lasciato.

Ferito da quel gesto, subito dopo A. è entrato in depressione. Poi ha perso anche il lavoro Alla fine, nel giro di due anni, si è ritrovato a vendere casa per pagare quello che restava di un mutuo ormai ingestibile. A., consigliato da uno zio, non è si è lasciato andare del tutto. Ha cercato altri lavori, ma non trovando una posizione stabile ha avuto un nuovo crollo di nervi. Non potendo gestire più la situazione, è tornato vivere con suo padre, un ex operaio che ha quasi sessant’anni e sbarca il lunario con piccoli lavori in nero.

Dopo il caffè, ho chiesto una sedia anche per me e ci siamo seduti nel cortile per parlare un po’. Guardando con attenzione A. ho notato che mentre mi parlava gli tremavano le mani. Ha fatto fatica pure quando ha provato ad accendere una sigaretta.
-Allora, come va?
– Eh, da quando sono tornato qui a Casale, sono passati tre anni e non ho ancora un lavoro. Faccio la vita di uno che si mette paura pure di girare a piedi per strada, qui a Casal di Principe come a Mondragone o Roma… L’ansia la sento sempre, dove mi trovo non importa.
-A parte l’ansia per il lavoro che manca, come ti senti?
-Non lo so neanche io. A settimane alterne vado in un centro di salute mentale. Il dottore mi ha dato un sacco di medicine forti. Dicevano che servono a dormire meglio e a non pensare alle cose brutte.
A., dopo aver perso sua madre intorno ai diciassette anni, si è trascinato fino al diploma che ha preso in un istituto tecnico paritario. Poi ha lasciato Casale per andare a fare il manovale con i muratori prima a Reggio Emilia, poi a Bologna e poi nella Svizzera italiana: a Lugano. Stamattina, a guardarlo, ripensando alla sua storia non mi pare possibile che una persona così giovane possa cadere così in basso in così poco tempo rimanendo in piena solitudine.
-Dai, è solo un momento. Poi passa, no?
-Io non ho fatto niente di male, a nessuno ho mai fatto del male.
-Guarda che lo so, ti conosco bene. Non devi dire così.
A., dopo quella mia risposta, ha smesso di parlare. Poi ha fissato il pavimento del cortile per qualche minuto. Gli occhi lucidi hanno trattenuto a stento le lacrime.
Poi mi ha detto:
-Grazie per il libro…
-Di niente. Vorrei vederti solo un po’ sereno… Ho parlato con il tuo psichiatra l’altro giorno.
-Che ti ha detto? Che sono pazzo e basta eh, te l’ha detto vero?
-No, ha detto altro. Ha detto che sei in gamba. Che tuo padre ti tratta male perché si aspetta da te chissà cosa… non è colpa tua se ora stai passando un momento difficile.
-E poi? Ti ha detto quando mi toglierà le medicine?
-Non lo sa ancora. Mi ha spiegato che ci vuole tempo e pazienza.
Poi A. si è messo a guardare di nuovo la punta delle sue scarpe, prima di buttare la sigaretta e muovere la testa a destra e a sinistra. Ho capito che la conversazione stava diventando troppo seria.
-Dai, non pensiamoci. Prendi le lumache, che hai lasciato di là. Le liberiamo qui nel terreno.
-Non è che si mangiano i fiori e le piante? Chi lo sente poi a papà?
-Non pensare a lui, se ti domanda qualcosa rispondigli che ha piovuto e sono uscite le lumache dal terreno… e che io te le ho portate per fare una cosa diversa.
A. è andato a prendere la busta di lumache, mi ha guardato un po’ con aria preoccupata e poi ha sorriso. Appoggiando il sacchetto sul terreno per fare uscire le piccole lumache ha usato una mano per aiutarle. La scena deve averlo impressionato e distratto dai pensieri brutti: le guardava meravigliato e stupito.
-Ora hai un esercito di lumachine, puoi mettere un allevamento e venderle a chi non trova compagni per andare in guerra!
-La guerra? Qui siamo alla fase che viene dopo la guerra. Qui la gente se le mangia le lumache, pure se è peccato. Queste qui le controllerò io, così avrò qualcosa da fare tutti i giorni.
-Meglio, no?
Quando lui ha parlato del poter fare qualcosa tutti i giorni, mentre fissava le lumache ormai libere, mi è venuto un nodo in gola. Così, per non piangere davanti ad A. l’ho salutato con la scusa dell’autobus da prendere, promettendogli che sarei tornato da lui un’altra volta. Sono rientrato a casa seduto sull’autobus, mentre il mondo a colori oltre il vetro scorreva lento. Io, piccolo cartone animato vivente, seduto in una grande scatola di latta con le ruote. Poi mi è venuta in mente una frase che ho letto su una grande pietra posta sulla riva di un piccolo ruscello popolato da rane: gli animali verdi che vivono qui non sanno che questa è casa loro.

Mario Schiavone

Ciao Pedro Lemebel

 

Il 23 gennaio scorso, dopo aver lottato per quattro anni contro il cancro, è morto lo scrittore cileno Pedro Lemebel. Quando avevo vent’anni, preso dal furore di quell’età, scrissi per una rivista letteraria di cui non ricordo più il nome una non-recensione basata sulla lettura del suo primo romanzo: “Ho paura torero”. Di notte sognavo di incontrare Pedro. Per leggergli la mia recensione e abbracciarlo. Scusami Poeta Pedro per questa non-recensione; e per quei sogni.
Buon viaggio. 

“Ho paura torero” del cileno Pedro Lemebel non è “solo” un libro; è un cuore di carta che pulsa di amore e lotta politica. In una Santiago sdrucita dal regime dittatoriale vive un travestito di quarant’anni, la Fata dell’angolo. La Fata è un personaggio incantevole che agisce col suo sguardo caleidoscopico sul vivere quotidiano, dando colore a una vita che non sempre è a colori. Il mondo in cui vive, piccola e  misera abitazione, è il palco su cui ben recita la parte di ricamatrice di stoffe per conto delle donne dei quartieri benestanti. Infatti, quando non ricama, nasconde casse di legno- pare pieni di libri, e a lei basta sapere questa verità per accettare le cose come stanno-  che diventano mobili per la sua abitazione. Non fa solo questo la Fata, che per amore del bel Carlos, un giovane studente del Fronte Patriottico, offre la soffitta del suo “regno” per le riunioni clandestine dei militanti. Nel desiderio di concedersi all’altro la Fata dal cuore dolce e dagli occhi vispi, trova la forza di correre innumerevoli rischi pur di rimanere fedele a quel gruppo di compagni e militanti. Riesce a farlo reinventando in modo tenero  sguardi e gesti di uno studente-militante a cui non riesce mai a dire no.

Tutto ha luogo in una Santiago lacerata dalle grida continue di sirene dell’autorità locale, a cui fanno eco i cori delle famiglie dei desaparecidos in cerca di giustizia. In questo piccolo inquietante teatro sociale si muove quella marionetta  che con le proprie mani impasta la torta amara del regime:  Pinochet. Il vivere quotidiano del dittatore è alimentato dai ricordi della sua infanzia e dai continui incubi che lo riconducono al mondo reale,  popolato esclusivamente  da  una moglie ipocondriaca che  riempie le sue orecchie di richiami isterici e paurosi. Quando non c’è la moglie a recitare filastrocche fatte di regole da seguire per condurre una vita sfarzosa, il dittatore Pinochet si perde nei suoi pensieri ascoltando  marce musicali di ogni epoca.

Quanto accade nella storia ben descrive la distanza fra quartieri poveri e quartieri ricchi di Santiago, una distanza che è sospesa sulle onde radio delle trasmissioni del regime: l’unica voce che racconta alla Fata la verità sulle azioni-reazioni che i giovani “studenti” disegnano per capovolgere le sorti del Paese.

Un  romanzo intriso di satira  che racconta, con stile e leggerezza, una terra in subbuglio. Un libro  che  regala voglia d’amore e di rivolta, mentre in sottofondo si sentono passi cadenzati di una marcia dittatoriale prossima alla fine.

Mario Schiavone

Monnezza Rap

Io voglio morire nella Campania mia, senza sentire una nuova litania. Qui non c’è altro che apatia, che fare? Prendere la valigia e andare via? Campania mia, sei morta per mano mia? Mamma mia- se lo canti in giro- poi ti dicono: VATTENE VIA! Terra mia, qui neanche in sagrestia trovo una voce capace d’ascoltare… Perché, si sa, qui son tutti bravi a reclamare attenzione e ovazione; quando poi nessuno sa dirmi cosa si nasconde sotto i terreni di questa bella stazione: luogo d’arrivo della MONNEZZA DI MEZZA NAZIONE.

Da quando son nato in questo sud malato mi sento diverso ma mica sfortunato: qui ogni giorno di vita è guadagnato. Io vi canto non le gesta, ma l’ira funesta di una Campania morta, mai risorta che oggi soffre a causa di una comunicazione DISTORTA. Dicevano che il problema a Casal di Principe era Capa Storta, secondo me lì la questione è un’altra ed io non ho di certo la memoria corta: qui, stavolta, nessuno sa come spartire la “torta”. Accendo la tv e c’è un comico che parla facendo il critico del caos politico precisando di essere un uomo apartitico. Mi vien da ridere per poi dire: mio caro guru, a me pari davvero un Ero guro smettila di fare il puro alza la cardarella e mettiti a lavorare pure tu sotto il muro. In giro parlano di cibo biologico, secondo alcuni buono e logico. Per me quel cibo non è magico, ve lo dirò in modo pratico: la sopravvivenza non è un fatto di buona creanza alimentare, la questione è proprio elementare: se mangiate crepate, se non crepate vi abboffate di una pietanza colme di strafottenza. Non negate l’evidenza: queste terre ve le siete già scordate, pure se al tg ne parlate.

Da quando son nato in questo sud malato mi sento diverso ma mica sfortunato: qui ogni giorno di vita è guadagnato. Odio i pessimisti, mi sembrano quasi tutti figli d’egoisti e vi dirò di più: non stimo neanche i carrieristi, gli arrivisti e tutti quei bravi qualunquisti che si fingono comunisti pur di vivere da opportunisti. Mi nonno contadino diceva: Ma chi so chisti?

Spesso mi domando, mettendo da parte i buoni intenti, a voi politici attenti chi mai vi ha visti così attivisti-ambientalisti-pacifisti? Vi domando: Voi conversate mai con i povericristi? Non chiedetemi risposte, forse non le vedo perché nascoste… Provate voi a fare i conti senza l’oste, io sto qui a guardare il mio vicino che veste laaa…coste! Sua moglie ha le gote rosse, lavora alle poste e mangia chili di aragoste: secondo voi chi è che evade le tasse del sistema imposte?

Guardo lui e penso: se tutto questo ha un senso, se vivere e necessario, perché quando parlo di queste cose mi guardano tutti come un dromedario che mastica cibo fuori orario?

Ora te lo faccio io l’inventario, una sorta di promemoria ideario: a noi campani non servono spot firmati da blogger in posa hot. Né canzoni d’onore, né citazioni per l’amore né medaglie al valore. Io mi fido solo di quel sentore, che smuove i battiti del cuore: gli attriti pro e contro i partiti lasciateli a chi crede ancora nel potere dei miti. Non c’è tempo per salvare il futuro, né campo per ritornare a giocare duro e non è solo una questione di stampo camorristico o affaristico: ve lo dico io che non sono un salvatore mistico né un attore, né un nuotatore né un calciatore. Da quando son nato in questo sud malato mi sento diverso ma mica sfortunato: qui ogni giorno di vita è guadagnato.

Né lobbies né hobby, dimenticatevi pure i quadernini con Holly e Hobbie: qui o si vive o si muore quasi sempre di tumore. Nel pomeriggio di ieri, parlando di cronaca nera, un presentatore con le manie di grandezza fa dichiarazioni con cui lo share schizza: “Sopravviva, signora Nora. Lo faccia per la forza di chi la onora. Da lassù tutti guardano chi sta quaggiù, su non dica così… qualche onorevole caritatevole troverà un sistema per rispondere a questo anatema chiamato monnezza: Prima o poi qualcuno dirà basta a quella schifezza! Noi saremo qui, ad accoglierla con schiettezza. In fondo, la campania, è pur sempre una terra fatta di tanta bellezza!”

Da quando son nato in questo sud malato mi sento diverso, ma mica sfortunato: qui ogni giorno di vita è guadagnato.

Ho pure io una serie di comandamenti, leggete anche incitamenti:

Primo: non firmerò per nessuno programma d’azione. A meno che non m’interpelli l’intera Nazione.

Secondo: Faccio un girotondo senza gridare TUTTI GIU’ CASCA IL MONDO. Non servono strilli, proclami e dettami per aiutare il mondo: qui c’è in gioco il futuro di un territorio che un tempo era fertile e fecondo.

Terzo: Se mi hai compreso fin qui, non fare come quel ministro lì. Te lo ricordi quando venne ad Aversa? Disse poi dopo: “Sono stato male inteso, qui non si muore di tumore per via del sovrappeso. Ora mi sento un uomo offeso e come tutti voi sono pure indifeso, retto e corretto. Chi mi ha scritto quella dichiarazione, non aveva capito la situazione.”

Quattro: Ve lo ripeto una volta per tutte: questo guai grosso non è solo napoletano o casertano ma campano: QUALCUNO LO CHIAMA PROBLEMA ITALIANO?

Quinto: Se mi avete ascoltato e non avete fatto il quadrato della situazione dimenticate ogni proposta di soluzione, se qualcuno vi fa una promessa ditegli di risparmiarla per la santa messa.

Sesto: Sapete ho proprio un tic, leggere i libri del visionario Dick. Conosco pure la trama di Tempo fuor di sesto, ora ve lo ripeto e poi mi assesto; questo rap campano mostra il gap monnezzaro italiano e parla a chi si crede meglio del comandante Giap: le patatine fanno crock, l’orologio fa flick tu ogni volta che parli sui face book sostieni soltanto i clic, capito we like it?

Lascia la scrivania, vieni in questa Terra mia e prova a prendere un cesto: raccogli frutta e verdura di quella che sembra più pura. Poi analizzala: capirai che non c’è cura. Fra le mura, di chi vive qui è dura: quando mangi hai paura, ti fai un sorso di acqua impura e dici ai familiari: “Quanto splendeva il mare della Campania durante la calura? Oh ecco che terra felice come dice la presentatrice: Venite in Campania,qui troverete frescura e pace, mai calura. Una terra davvero pura.”

Serva una pausa, qualcuno forse mi farà causa:

Intanto, d’estate, tutta l’informazione taceva… Se non quella turistica e di parte che Capri, Ischia e Sorrento ritraeva, per vendere il mare inquadrato ad arte e il vesuvio ritratto da ogni parte. Nessuno diceva: da quella terra c’è chi parte, sognando di vivere su marte o leggendo carte pur di cambiar vita. Altri ha rifatto pure il girovita: la loro saccoccia s’è riempita con una vera pepita: quella fatta di monnezza imballata che produceva ricchezza e contentezza negando ogni salvezza. ”

Settimo: E ricorda ora per allora: Prima o poi quell’ illusione svaniva, la vacanza finiva… e il cibo che marciva puzza e ripopolava tv e giornali, locali e nazionali. Pure gli azionisti del volontariato son diventati esperti di cibo intossicato e territorio inquinato.

Ottavo: Il potente di turno il naso si è soffiato sulla mano, e contando fino a otto ha poi detto nel 2008: IL PROBLEMA DEI RIFIUTI E’ RISOLTO. Tutti ci abbiam creduto e il parlamento lui ha aiutato, ora ecco il risultato: tutto il sud ingolfato, l’italiano medio è spaesato ogni contadino si è indignato. Un territorio come il nostro, venduto o regalato, rimane pur sempre malato.

Nono: No-no. Non è finita qui. Ho qualcosa da dire pure verso chi dice LA CAMORRA HA PERSO. Io guardo in cielo e vedo il cielo ancora terso, ogni valore si è disperso: Ora dimmi, sono io che tergiverso o la Camorra in tutto questo affare non ha mai perso?

Dieci: Eccoci qui ad analizzare le nostre feci, e a sentire chi parla per fare le vostre veci. Mi riferisco pure agli attanti che dicono di essere amanti della Campania. Siete: cantanti, attori, nuotatori e presentatori. Forse i migliori… ma pur sempre gente che vive lontano da questi odori. Fate tutti una vita nella tv tutta colori: che ne sapete dei nostri morti per tumori?

Il canto è finito, perdonate questo mio gesto inaudito: sicuramente rimarrà l’urlo rauco di un giovane striminzito. Vi prego, se mi sentite in giro, non alzate quel dito… non servono le accuse da persona arrogante se ho notato che la colpa DI QUESTO GRAN CASINO va distribuita a menadito. Il rap è qui finito perché io sono sfinito: fra un po’ è ora di pranzo, c’è chi davanti al manzo siede per il pranzo. Non chiamarmi gonzo: te lo ripeto ancora un po’, poi vado a zonzo: Questa Campania mia non è morta per mano mia. Ti senti indignato o avvilito? Secondo me non lo hai ancora capito.

Mario Schiavone

I miei anni Novanta

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Quando sognavo Dorothy Parker che ascoltava Alanis Morrisette.

Questa volta non parlerò di un telefilm, di un libro o di una canzone, ma di un periodo preciso e speciale, una vera e propria era: gli anni ’90. Sono tante le citazioni, i riferimenti, le musiche, gli stimoli di quegli anni. Al contrario di quanto accade oggi: gli impulsi più intensi arrivano dagli smartphone, quando è solo la vibrazione di chiamata…

Negli anni ’90 io ero adolescente e dopo aver vissuto l’inferno quotidiano del liceo, tornavo a casa per consolarmi guardando MTV; una rete che all’epoca trasmetteva quei brani che hanno fatto la storia della musica della mia generazione. Mi avvolgevo nel mio camicione grunge ascoltando di volta in volta le note di quelle canzoni che, a mia insaputa, avrebbero fatto storia. Attendevo con ansia il sabato, perché alle ore 14 sulla rete televisiva TMC2, passavano un programma chiamato Sgrang. Un vero e proprio  contenitore di musica heavy metal, rock, hard rock, grunge davanti al quale potevo lasciarmi trasportare da assoli di chitarre elettriche e voci rauche di capelloni. La cosa davvero strabiliante di quei momenti è che Sgrang lo guardavo con mia madre.

 

Lei è per me il sole da cui si sono irradiati tutti quegli stimoli culturali che trovavo affascinanti e forti perché in opposizione alla banalità e piattezza dei miei coetanei e della realtà che mi circondava.

La voce di Tori Amos mi conduceva in luoghi lontani e surreali, dove le ragazze cornflake erano finalmente giudicate ragazze puritane e banali, mentre le raisin girls, erano apprezzate, danzando sui tasti bianchi e neri senza essere giudicate. I suoi brani erano intrisi di tristezza, e raccontavano di un padre reverendo e uno stupro da dover dimenticare. I suoi testi narravano del mondo femminile e di una ribellione indispensabile per essere liberi.

Una rivoluzione di cui cantava anche Tracy Chapman, che mia madre ascoltava di continuo da quando ero molto piccola. Chapman con la sua voce scura in gola e la rasta in testa, sussurrava di una rivoluzione che sarebbe arrivata: “Non lo sai, stai parlando di una rivoluzione, Risuona come un sussurro, Mentre fanno la coda per il sussidio, Piangendo alla porta di quegli eserciti della salvezza, Sprecando tempo in coda agli uffici di collocamento, Restando seduti in attesa di una promozione, I poveri insorgeranno, e si prenderanno la loro parte, Non lo sai, faresti meglio a correre, Perché finalmente le cose stanno iniziando a cambiare, parlando di rivoluzione, Talkin’ bout a revolution”.

Lo stesso senso di ribellione che ritrovavo anche in due eroine dei cartoni animati: Daria e Lisa Simpson. Lisa per la sua intelligenza repressa in un mondo stupido e superficiale e Daria, per il suo sarcasmo coma arma di difesa in “questo triste mondo malato”.

Ancora su Mtv seguivo un telefilm che si chiamava Popular e raccontava di una guerra liceale tra bionde e brune, dove le bionde erano le belle e perfide adolescenti mentre le brune erano le sfigate, intelligenti che sfoggiavano originali outfit e magliette di Emily The Strange, aspettando solo la rivincita all’università. Io parteggiavo per le brune.

In quegli anni altra vera rivelazione fu la canzone che faceva da sigla al telefilm prima citato, Supermodels di Kendall Payne che con i suoi capelli corti e colorati, gridava un nuovo slogan: “Odiamo le supermodelle, non c’è nulla di personale, è solo che siamo stanche del confronto”. Ecco qualcuno che gridava i miei pensieri che avevano vita nella mia testa e poi sulla carta dei miei diari: “Cosa è causa delle tue lacrime… combattere per una taglia? Pensaci su un paio di volte, cosa dura di più in questa vita, la personalità o cosce sode? Credi che la bellezza sia in quello che vedi? Allora se pensi questo sei stata ingannata!”.

In quegli anni pensavo seriamente che Sylvia Plath avrebbe potuto apprezzare quel pezzo, che forse avrebbe citato quella canzone nei suoi diari che avevo divorato e amato alla follia. Anche io mi sentivo sotto una campana di vetro. Purtroppo, col tempo, notavo che molti scrittori, pittori, cantanti, artisti che ammiravo erano morti suicidi, e questo fu tutt’altro che incoraggiante per la mia formazione culturale!

La follia vissuta da alcuni di loro mi fece scoprire grandi donne che avevano fatto la storia della letteratura; donne come la stramba Emily Dickinson e la bipolare Virginia Woolf. Quest’ultima in Una stanza tutta per sé, mi aveva fatto adorare ancora di più quel mondo femminile letterario popolato da donne che avevano vissuto, nonostante il loro talento, nell’ombra. Mi interessai alla formazione artistica delle scrittrici più difficili d’animo dei secoli precedenti. Leggendo tutte quelle pagine così evocative perché composte da parole forti e vissute, nate da una forma di repressione che trovava sfogo nella scrittura in prosa e nell’espressione poetica. Un gesto, quello del ribellarsi, che necessitava di mostrarsi anche esteticamente. L’idea mi venne quando arrivò sullo schermo un faccione riccio -forse la ragione del mio primo piercing ad anello al naso- di una donna fuori dal comune: Joan Osborne. Lei umanizzava nel testo di One of us – molto evocativo il video che mostrava un circo con freak e reietti – chi potesse essere Dio. Quell’idea che qualcuno potesse ipotizzare un Dio in carne (un perdente o uno strano su un autobus, come recita la canzone, che cercava la strada di casa) mi apriva a un mondo di riflessioni personali.

Voglia di ribellione che sfociava in un rock non elevato, ma leggero. In fondo un po’ di leggerezza ci voleva e chi meglio di Courtney Love (e della sua band), poteva rispecchiare quello stile? Cantando “vivi di nuovo, non lasciarti morire” io vedevo sullo schermo del televisore palme in fiamme e donne rock che mi mostravano come si poteva essere un po’ glamour.

Meredith Brooks però, mi riportò con i piedi per terra, quando con il suo rock cantava che odiava il mondo e con quello che sembrava un mantra “I’m, a bitch, I’m a lover, I’m a child, I’m a mother, I’m a sinner, I’m a saint, I do not feel ashamed, I’m your hell, I’m yor dream, I’m nothing in between, You know you wouldn’t want it any other way, quindi prendimi per quella che sono”. Le sue parole ben rappresentavano la complessità dell’essere donna, nei suoi molteplici ruoli. Ricordava agli uomini che se avessero smesso di cercare di capire, “limitandosi” ad amare e basta e ad essere forti, allora sarebbe stato tutto più facile.

D’un tratto però scorrevano immagini che mi turbavano, rimarcando che le vere riflessioni devono fondarsi su questioni sociali, e la voce straziante di Dolores O’Riordan dei The Cranberries gridava zombie, (“e i loro carri armati e le loro bombe, e le loro bombe e le loro pistole… piangono ancora nella tua testa”) mentre lei completamente dorata sulla pelle intimava a reagire.

Grazie però ad Alanis Morissette, capii che si poteva reagire e difendersi con un’arma potentissima: l’ironia. Mentre si contorceva in auto con i suoi lunghissimi capelli ricci, gridando dopo una serie di orrende coincidenze che possono capitare nella vita, “è ironico non credi?”, mi dissi che forse l’ironia mi avrebbe salvato da un mondo che non sentivo mio. Poco dopo in mio soccorso arrivò una donna fantastica, Dorothy Parker, che con i suoi occhi espressivi e buffi cappelli, la sua irriverenza e l’etichetta di “comunista”, notava come molti metodi di suicidio fossero sopravvalutati e quindi- come lei sosteneva- tanto valeva vivere.  Si premurò in vita, di far scrivere come epitaffio “Scusate la polvere”. Mostrando così come l’ironia potesse funzionare anche da morti. Forse le sarebbe piaciuto ascoltare Ironic della Morissette, magari danzando sulle note di quella canzone.

Quella stessa ironia mi fece scoprire dei personaggi che nel fumetto e nel cinema aprirono ulteriori orizzonti:

Mafalda di Quino e Mercoledì della famiglia Addams.

Mercoledì nutriva il mio amore per il macabro, con i suoi vestiti neri e la bambola senza testa mostrava che lo stereotipo della Barbie e delle principesse poteva essere distrutto. E il fatto di avere una famiglia un po’ strana faceva sì che la mia apparisse un po’ più normale. Mafalda, nata molto prima, ma da me letta e riletta negli anni Novanta era invece quella bambina che più mi assomigliava, ricci ribelli, sensibilità verso le questioni sociali  e ipercriticità verso il mondo. Tutte doti che non venivano sempre apprezzate.

Tutte queste donne, fatte di carne e carta, musica e scrittura, hanno influenzato il mio modo di essere e le ringrazio una ad una. Scusandomi con tutte quelle che non ho nominato in questo viaggio in rosa fatto a ritroso negli anni ’90.

Annalisa Rascato

 
 

5 domande orticanti a Luana Vergari: sceneggiatrice per l’infanzia e romanziera.

L'ESTATE CHE UCCISI MIO NONNO

 

″ …da piccola volevo essere a tutti i costi Batman… ma appunto lui non ha dei superpoteri″
(Luana Vergari*)

Il tuo esordio come scrittrice ti ha condotto a ri-creare il mondo di un bambino speciale. Una piccola creatura capace di spingere la sua immaginazione verso ogni luogo della mente. Quanta fatica hai fatto scrivendo questa storia?

Dal punto di vista narrativo ho avuto fin da subito le idee chiare. Sapevo cosa volevo raccontare e quello che mi divertiva e interessava scrivere… come muovere la storia e i personaggi. L’aspetto più faticoso è stata la scrittura vera e propria… immaginare la lingua del bambino, fare in modo che sia sempre coerente con se stessa, che sia una lingua “giusta” per raccontare quello che accade nella storia… ecco, non è stato facile, ma proprio per questo è stata la parte più interessante del lavoro per me.

Di solito ti occupi di fumetti e animazione. Quali differenze – positive e non- hai scoperto ora che stai usando un medium narrativo differente?

Sono una sceneggiatrice, solitamente scrivo per media diversi: animazione e fumetto nella maggior parte dei casi. Solitamente, dunque, scrivo per poche persone: lo story-editor, il regista o il disegnatore con il quale lavoro… la grande differenza che mi viene in mente è che per una volta sapevo che ci sarebbe stato un pubblico “vero” e che in qualche modo sarebbe stato un lavoro che mi rappresentava in pieno! Devo dire che mi è piaciuto molto!

Lo sai che il bambino di cui racconti ha la “guerra” in testa. Mi spiego meglio: da noi dire a un bambino hai la guerra in testa significa dirgli che ha molta fantasia, ovvero che ha una bella mente. Hai mai incontrato nella vita reale un bambino simile a quello che fai parlare nel libro?

Molti spunti arrivano direttamente dai miei ricordi d’infazia… nascono da immagini, frammenti, discorsi che io, mio fratello o i nostri amici facevamo da piccoli… credo che tutti i bambini abbiamo per così dire una grande immaginazione o come dici tu una“guerra” in testa… penso che non sempre prestiamo troppa cura al mondo meraviglioso che sono in grado di raccontarci… In questo periodo sto animando degli atelier di fumetto in alcune scuole francesi… i bambini che incontro sono in grado di fare domande strabilianti, di riflettere sul mondo capovolgendo qualsiasi ovvio e scontato punto di vista adulto…

Puoi dirci qualcosa dei tuoi lavori in ideazione-preparazione-uscita-?

Domanda difficile… è un periodo pieno di progetti… per ora posso dirti che il prossimo mese sarà girato in Inghilterra un cortometraggio di cui ho appena finito di revisionare la sceneggiatura “VOID” e che sono già al lavoro su un secondo romanzo che parlerà di cucina ma in modo piuttosto inaspettato…

Sei dotata anche tu di superpoteri vero? Se non lo sei, ti andrebbe di raccontarci quale super potere vorresti avere?

Purtroppo non ho nessun superpotere. Non so se mi piacerebbe averne uno… ho letto troppi fumetti per non sapere che i supereroi hanno mille e più responsabilità, insomma sono sempre in giro per il mondo o l’universo a combattere il cattivo di turno e a salvare il mondo… non so… non mi ci vedo bene… anche se da piccola volevo essere a tutti i costi Batman… ma appunto lui non ha dei superpoteri.

Luana Vergari* è una sceneggiatrice e narratrice italiana, che vive e lavora in Francia. Ha scritto per il cinema, l’animazione e il fumetto e ha realizzato diversi libri per bambini. “L’estate che uccisi mio nonno” è il suo primo romanzo.

Per comprare il suo primo e accattivante romanzo cliccate qui:
http://www.ibs.it/code/9788897141372/vergari-luana/estate-che-uccisi-mio.html

Per saperne di più sull’autrice e sul suo libro, potete visitare questi due blog:
http://www.applecheddarsoup.blogspot.fr
http://www.lestatecheuccisimiononno.wordpress.com
Luana Vergari è rappresentata da: http://booktellereventi.wordpress.com/

© Mario Schiavone per Inkistolio: Storie orticanti. RIPRODUZIONE RISERVATA DEI TESTI.

Mario Schiavone – La prima comunione (racconto)

Poetarum Silva

1.

Alcuni pinguini femmina, quando depongono le uova, le abbandonano. La covata viene coperta da altre femmine; le quali, a loro volta, altrove hanno abbandonato altre uova. Fra una covata e l’altra, pinguini nati da mamme diverse crescono assieme come se concepiti da una stessa madre.  E vivono in simbiosi fino a quando, diventati adulti, o si allontanano per sempre o entrano nello stesso gruppo di simili. Più o meno così ce l’aveva raccontata l’amicizia fraterna, un volontario del catechismo, quel sabato pomeriggio di primavera, al corso preparatorio per la prima comunione.

E’ accaduta una cosa simile anche a  me e mio cugino Lorenzo. Pochi giorno dopo il parto di mia madre sono stato preso in braccio da zia Rosa, la mamma di Lorenzo appunto, perchè mia madre si era sentita poco bene. Zia Rosa, raccontano le altre  mie zie, mi teneva in braccio poggiando la mia testa sul suo…

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Mario Schiavone – Il segreto

Poetarum Silva

biennale architettura 2010 - foto gm biennale architettura 2010 – foto gm

Mario Schiavone – Il segreto

Non sono tanti i momenti che ho condiviso con mio padre, dopo la morte di mia madre era accaduto di vedersi ma non di stare assieme facendo cose che fanno un padre e un figlio. Lui sapeva di me più o meno quello che mi era accaduto dalla nascita fino all’ultimo compleanno trascorso con mia madre. Il tempo di prima: quando lei c’era ancora e io avevo solo tredici anni. Del tempo di dopo non ricordo molto, a parte i funerali e tutte quelle frasi di circostanza che dice la gente quando muore qualcuno. Ricordo bene che a promettere di volermi stare vicino erano in tanti, a farlo davvero uno solo. Lui era un compagno di quartiere fidato che sapeva molte cose dei nostri paesani. Si chiama Carlo, ma tanti lo chiamavano Lampadina. Se sapevo qualcosa su mio padre…

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Est quod Est di Giovanni Campi.

 

Paul Klee. Città con cattedrale gotica.

Paul Klee. Città con cattedrale gotica.

Il Signore si trovava, come in un più che imperfetto presente, ora al di qua della città senza niente sopra, ora al di là della città senza niente sotto; ora al di qua della città circonferenza, ora al di là della città quadrato; ora al di qua della città esagono, ora al di là della città fortezza. E viceversa: ora ad di là della città senza niente sopra, ora al di qua della senza niente sotto; ora al di là della circonferenza ora al di qua della quadrato; ora al di là della esagono, ora al di qua della fortezza. E allo stesso modo ora sopra, ora sotto; e viceversa.

Se cosí le cose, ma come non si sa, né se cosí; ma se  cosí le cose, il signore si trovava insieme al di qua e al di là d’ogni angolo, lato, punto, porta, scala, torre, della e delle città; e sopra e sotto d’essi e d’esse, allo stesso modo, quasi eccedente ed ecceduto insieme: limite di tutte le cose, e da di esse nessuna limitato; o, al contrario, le cose limite e d’esso non limitate.

Poste supposte la e le città senza niente sopra e senza niente sotto, per esempio, il signore, ora al di qua dell’une, ora al di là dell’altre, e ora al contrario, era ecceduto o eccedente? o, in presenza del come si è detto piú che imperfetto presente, l’uno e l’altro insieme? E se d’essa e d’esse ora sopra, ora sotto, ― cosa come dire? se, per esempio, sopra la e le città senza niente sotto e sotto la e le senza niente sopra, il signore ecco che  avrebbe potuto dirsi ecceduto;  ma se invece sotto l’una e l’une e sopra l’altra e l’altre, eccedente, se pure eccedente un che, che non ammetteva eccezioni. E quale ― la regola?

Forse non c’era regola, e questa ― la regola.

Come se la regola fosse soltanto una mancanza di regole, una totale, assoluta mancanza di regole.

Forse non c’era limite, né misura, né regolo per, e questi    il limite, la misura, il regolo. E né manco c’era legge, e questa   la legge.

 

 

Presentazione di Binario 24 a Succivo (Caserta): Un incontro speciale, vi aspetto!

Locandina e foto a cura di Salvatore Di Vilio.

10 domande impossibili a Natalino Russo, speleologo e scrittore.

Il respiro delle Grotte di Natalino Russo

“…è proprio dai sogni che ha preso forma il mio lavoro. Da bambino sognavo spesso di partire, e poi, già più grandicello, ai tempi dell’università studiavo solo ciò che mi consentiva di viaggiare o prometteva di portarmi lontano.”

(Natalino Russo*)

 

1)Reporter ed esploratore. Forse anche un po’ filosofo. Quanto fa bene all’anima (tua e di chi ti legge) la tua voglia di ricercare e raccontare?

A quella di chi mi legge non lo so, ma all’animaccia mia fa molto bene. Il racconto è uno strumento sottile, preciso, tagliente; è già di per sé una ricerca. Cerco di usarlo nelle sue diverse forme, dalla fotografia alla parola scritta a quella parlata. Vado in giro per ritagliarmi pagine bianche, che poi riempio di appunti, disegni, storie. Raccontare è condividere: cosa ne sarebbe di noi se non condividessimo ciò che siamo?

2)Osservando da vicino il tuo lavoro da speleologo, viene da pensare (anche stupidamente, se vogliamo): ma chi diavolo te lo fa fare di andare fin lì sotto a scovare segreti che il resto del mondo pare ignorare volentieri?

Là sotto ci sono due cose preziose: l’ignoto e la frontiera. Innanzitutto le grotte custodiscono gli ultimi posti inesplorati del pianeta. Sotto le montagne, l’occhio dei satelliti non arriva: per scoprire posti nuovi bisogna proprio andarci, come si faceva fino a un secolo fa mettendosi per mare verso orizzonti ignoti. In grotta l’esplorazione è ancora possibile. Esplorare il mondo sotterraneo significa metterci piede per la prima volta, illuminarlo, scrivere nuovi nomi sulle mappe, aggiungere pezzi alla geografia del noto. Tuttavia, dentro le montagne non ci sono mete da raggiungere, ma frontiere da superare. Il fondo di una grotta non è il punto più lontano raggiungibile, bensì quello più lontano raggiunto fino a quel momento. Il fondo di una grotta esiste perché è stato raggiunto da qualcuno, che ha percorso per la prima volta la strada per arrivarci; per gli esploratori successivi, quel fondo non è una meta bensì un punto di partenza: non arrivano fin lì per dire «Ci sono stato», ma da lì partono per esplorare ancora. Eccola, la frontiera di cui ti parlavo poc’anzi. È una frontiera da immaginare, per citare un bel libro di Andrea Gobetti (da poco ristampato, ndr). L’ignoto e la frontiera nutrono la fantasia di molti speleologi e alimentano buona parte della letteratura di viaggio e di avventura, anche fuori dalle grotte.

3)Esplorare fa rima con raccontare. A te riescono bene entrambe le cose. Come e quando hai capito che potevi fare il lavoro di reporter?

Nell’adolescenza, credo. La passione per il viaggio l’ho ereditata dai miei genitori: dopo alcune estati al mare, comprarono un vecchio Fiat Ducato e lo trasformarono in una specie di camper. Lo chiamavamo semplicemente «Il Furgone». A bordo del Furgone abbiamo girato l’Europa in lungo e in largo, senza prenotare nulla, dormendo dove capitava. Almeno per dieci anni, per dieci estati di seguito. Quei viaggi hanno segnato profondamente la mia adolescenza. Li custodisco in buffi diari che predisponevo prima di partire: ogni volta confezionavo un quaderno di viaggiofatto di schede giornaliere che poi compilavo con tempi, distanze, costi. Ogni viaggio aveva un titolo, un sottotitolo e una specie dilogo. Quei quaderni sono zeppi di appunti, osservazioni sulla natura e sul paesaggio, scampoli di dialoghi e di incontri. Oggi scrivo storie di viaggio e compilo guide per viaggiatori. Tutto sommato non è tanto diverso dai giochi che facevo da ragazzo insieme a mio fratello Luigi. Che in questo momento è in sella alla sua bicicletta alla volta dell’Iran. In solitaria.

4)La tua scrittura è fatta di necessari confronti fra il mondo di superficie (giornalisti a caccia di notizie facili, gente spaventata dalle esplorazioni, etc.) e il mondo sotterraneo in cui trovi spunti per le tue riflessioni narrative ed esistenziali.  Cosa manca a chi sta sempre in superficie; e cosa a chi sceglie le profondità terrestri?

A chi sta fuori, spesso manca proprio quella frontiera, cioè l’idea che ci sia un oltre. L’andar per grotte offre, per certi versi, un’occasione metaforica: quella di tracciare una via, piuttosto che limitarsi a seguire rotte predeterminate. Chi sceglie la profondità, invece, rimane senza sole. Però può ritrovarlo tornando all’esterno. Perché l’approdo ultimo dello speleologo è l’uscita.Come ogni viaggiatore, che può definirsi tale solo quando ritorna a casa.

5)Come fai a tornare nel caos umano dopo il silenzio che incontri quando sei nelle profondità terrestri?

Come ti dicevo, la vita è fuori. Mi piace quell’odore di vegetale, di foglie morte e di radici, che l’olfatto percepisce, fortissimo, al momento di uscire da una lunga permanenza sotterranea. Mi piace la gente, mi piace il mondo, mi piacciono le città affollate. Sono innamorato delle storie, e penso che persino i territori sperduti e inesplorati, che tanto mi attraggono, varrebbero ben poco se non ci si andasse insieme ad altre persone. Ogni storia, per essere interessante, deve essere condivisa. Anche i viaggi solitari, che pure frequento, hanno senso solo se vengono raccontati. Insomma: il silenzio delle grotte non è l’antitesi del caos esterno, bensì il suo complemento. Del resto anche l’aria delle grotte altro non è che una parte dell’atmosfera.

 

 

6)I libri di foto, si diceva un tempo, costano. Le immagini in rete a costo zero, oggi, son costate lo svilimento di una professione e la morte dell’editoria d’immagini. Cosa ne pensi di questa spinosa questione?

Sì, è una questione spinosa. Assistiamo a cambiamenti di enorme portata, e il punto è proprio che a questi cambiamenti assistiamo passivamente, non lideterminiamo attivamente. Semplificando un po’ il concetto, il passaggio dall’informazione verticale a quella orizzontale ci ha colti impreparati. La rete è l’evoluzione esponenziale della piazza: chi è più scaltro o strilla più forte ottiene maggiore attenzione. Questo è bellissimo e stimolante, ma noi siamo cresciuti in un mondo in cui la parola e l’immagine stampate avevano l’autorevolezza conferita loro dal processo stesso di pubblicazione. Con la rete non è più così, non sempre. Guarda il materiale che viene condiviso sui social network: bambini e gattini, orrori e bellezze, petizioni e proteste; c’è di tutto: da cause nobili ad abili strategie di marketing. Oppure le immagini non filtrate che arrivano dai luoghi di guerra. Diffondendole facciamo la cosa giusta oppure stiamo abboccando alla propaganda, magari della parte politica che pensiamo di contrastare? Ma vengo alla tua domanda: gli editori che utilizzano materiali che pescano in rete (gratis o a poco prezzo) trasformano i loro prodotti editoriali in qualcosa di simile a ciò che possiamo trovare in rete. Perché dovrei pagare per consumare qualcosa che posso trovare gratis altrove?Un editore deve saper offrire di più. Non ne è capace? Allora è bene che si estingua.

7)Domanda assurda, forse buffa… ma dovuta: nel mondo onirico sogni mai di fare il tuo lavoro? Cosa ricordi di quei sogni?

Sarà buffa, ma è una domanda azzeccata. Perché è proprio dai sogni che ha preso forma il mio lavoro. Da bambino sognavo spesso di partire, e poi, già più grandicello, ai tempi dell’università studiavo solo ciò che mi consentiva di viaggiare o prometteva di portarmi lontano. Oggi invece non sogno quasi mai il mio lavoro: mi basta farlo. Ma quando lo sogno, be’, sono quasi incubi. Perché il mondo è troppo grande e non basta una vita.

8)Ci racconteresti di una creatura vera o immaginaria che hai incontrato nelle tue esplorazioni?

L’ombra. Incontro spesso la mia ombra, che mi precede o mi segue, o mi cammina accanto.

9)Te la sentiresti di consigliarci almeno due libri (in alternativa un viaggio in un luogo) capaci di offrire scoperte uniche davvero?

Viaggi da consigliare? Quelli tematici, con gli occhi aperti, seguendo un filo conduttore, una traccia. La destinazione è del tutto secondaria: non è necessario andare lontano. Basta dotarsi di penna e taccuino, e guardare il mondo con curiosità.Le idee si estraggono da quella miniera che sono i libri: le storie, se ben raccontate, consentono di fare grandi scoperte. Tra i libri che ho amato di più, e che hanno cambiato il mio modo di guardarmi intorno, consiglio «La zattera di pietra» di Saramago e «Il barone rampante» di Calvino. Ma pure «La vita davanti a sé» di Romain Gary:si svolge in un solo quartiere, ma contiene un mondo. Anche la musica fa fare bei viaggi: consiglio la discografia di Daniele Sepe, tra cui la nuova edizione di «Viaggi fuori dai paraggi» (2013), con alcuni inediti. E poi il disco d’esordio di una bravissima cantante napoletana, la poliglotta Flo: «D’amore e di altre cose irreversibili» (AgualocaRecords, 2013).

10)Ediciclo editore ha pubblicato il tuo ultimo bel libro. Gesto coraggioso e sano, in tempi difficili per l’editoria. Vedremo in libreria altri testi tuoi per la collana “Piccola filosofia di viaggio”?

E chi lo sa.In questo periodo sto lavorando a diversi progetti. Vedremo.

Natalino Russo* è nato a Caserta, ma vive a Roma. È un riconosciuto speleologo e abile scrittore italiano. Per saperne di più sui suoi libri e sul suo lavoro ecco il suo blog personale: www.natalinorusso.it/web/it

Inedito Orticante: Intervista allo scrittore Domenico Dara.

Breve Trattato sulle coincidenze di Domenico Dara

 

“È vero, il manicomio, questo archivio della follia umana, è un generatore infinite di storie, in particolare di quelle storie che mi piace raccontare, storie estreme e fuori dall’ordinario

(Domenico Dara*)

Nel tuo bel libro d’esordio, pagina dopo pagina, affiora in superficie un senso di nostalgia per le vite degli altri.Vite non vissute, dal postino protagonista, ma osservate. Secondo te, quanto perdiamo di bello -in questa vita contemporanea liquida e veloce- delle vite di chi abbiamo attorno?
Diciamo che la nostalgia è una mia cifra stilistica e caratteriale imprescindibile. A volte il senso d’insoddisfazione che accompagna le nostre giornate è tale che per non lasciarci completamente andare avvertiamo la necessità di analizzarlo e comprenderlo, e quasi sempre questo tentativo di comprensione e chiarimento coincide con una rivisitazione della nostra vita passata alla ricerca del “nodo”, dell’attimo cioè in cui, col senno di poi, la vita ha preso una strada diversa da quella che avremmo voluto, o meglio, l’attimo in cui, a posteriori, una scelta diversa ci avrebbe portato vita piena di soddisfazioni. Tra i tanti brani sacrificati dal mio personale editing, ho escluso un brano a riguardo significativo, Anatomia della nostalgia, in cui il postino, con il suo consueto sguardo scientifico, cercava di analizzare e chiarire le cause di quel permanente stato d’animo. Io penso che noi siamo un conglomerato di possibilità, e che quella che viviamo è una delle tante vite possibili che potevamo essere. Lo pensa anche il postino, che però a differenza di molti ha il privilegio di scrutare nelle vite degli altri e in questo confronto diluire la propria nostalgia, perché a volte anche le molliche aiutano a sfamarsi. Durante uno dei suoi rari spostamenti, il postino un giorno si trova a Zurigo, di fronte a un enorme palazzone di periferia: “s’era messo a contarne i piani, le finestre, a calcolare gli appartamenti, le famiglie, le persone, e quando giungeva a un numero che gli sembrava il più realistico possibile, lo moltiplicava per tutti i palazzi che vedeva, e il totale era così alto che lo spaventava il pensiero di quanti uomini e donne fossero concentrati in uno spazio così limitato,quanti destini, quanti incontri possibili… Pensò che la nostra breve esistenza ci esclude dalla possibilità di migliaia di altre vite, pensò che se avesse potuto si sarebbe infilato in ognuno di quegli appartamenti e avrebbe vissuto la vita di ciascuno.Quante donne c’erano in un solo palazzo, e quante nel quartiere,nella città, nel mondo… e lui avrebbe voluto conoscerle tutte, lui, ch’era un uomo solo e negletto al mondo, avrebbe voluto avere un occhio in ogni casa e vederle vestire e uscire via, e poter poi frugare nel guardaroba e fantasticarne i segreti da una piega sul cuscino, dalle gocce d’acqua nella vasca da bagno, dalla sottana trasparente abbandonata sulla sedia”. Il postino è un uomo privilegiato anche perché vive un tempo rallentato e uno spazio limitato che può essere riempito dalla vita degli altri, a differenza della nostra frenesia che ci mette come una benda sugli occhi e non ci fa accorgere della vita che accade a pochi metri da noi. Il romanzo, in questo senso, può anche essere letto come un omaggio alla lentezza intesa anche come disponibilità.

Ho un amico in un paese cilentano. Tipo strano ma intelligente quanto il protagonista del tuo libro: non ricorda i nomi di tutti quelli che vivono in paese, anzi il più delle volte è schivo nei loro confronti. Eppure, osserva ogni vita e sa dire di quel giovane, quell’anziano o quell’adolescente di paese cosa compra al supermercato, che lavoro ha svolto o svolge e come passa il tempo in paese. Potremmo definirlo un silenzioso disegnatore di mappe quotidiane. Nella tua mente, per pensare-scrivere questo libro, quante mappe quotidiane di perfetti estranei hai immaginato negli anni?

È bella l’immagine della mappa quotidiana, usata più volte nel mio libro, e l’idea che sottintende di un percorso. Non è la cartina geografica col suo carico d’itinerari infiniti: la mappa disegna un percorso, uno solo, perché è vero che siamo un conglomerato di possibilità, ma solo all’origine, perché poi, ogni giorno, tracciamo un tratto della strada, e più tratti allineiamo più quella strada si definisce fino ad assumere i connotati della necessità. Il postino è cosciente della sua mappa quotidiana, tant’è che a volte si diverte a ridisegnarla, convinto che basti cambiare direzione di marcia per favorire l’apparizione di qualche miracolo.Non solo ho immaginato le mappe quotidiane dei miei personaggi, le ho perfino tracciate sul mio quaderno di appunti, perché quando scrivo sono come un viaggiatore in una terra sconosciuta e inesplorata, per muovermi ho bisogno di segni, di tracce, di sassolini…

 

La lingua di Girifalco, in molti tratti, contiene parole cilentane. Basta sfogliare un atlante linguistico e vengono fuori decine di parole in comune. Questioni di linguistica a parte, ti andrebbe di dirci perché non hai scritto questo libro in dialetto ma hai scelto una lingua ibrida fatta di incursioni dialettali brevi ma vive e guizzanti?
È una domanda interessante perché per la prima volta vengono mutati i termini della questione. Di solito mi chiedono perché non ho scritto il libro in italiano; la prospettiva della domanda invece è quella corretta, poiché l’intenzione iniziale era scrivere solo in dialetto e cioè nell’unica lingua capace di aderire come una pelle alla storia che raccontavo. Questo però avrebbe significato che il libro non sarebbe mai stato pubblicato, e soprattutto che avrebbe ristretto di molto la cerchia dei suoi lettori. Il compromesso linguistico, che però non nasceva ex novo ma rimandava a una consolidata tradizione letteraria, era quello di mescolare le due lingue sia a livello morfologico che sintattico, ricorrendo, con preciso intento di recupero, a calchi omerici e facendo cozzare linguaggio popolare e aulico. Ne è venuto fuori un bagaglio linguistico che non spetta a me dire se riuscito, ma che certo ha rappresentato per me il banco di prova più difficile.

 

Ho letto da qualche parte che stai scrivendo una storia ambientata sempre in Calabria. Narrazione in cui entra in gioco anche l’arrivo di un circo. Potresti dirci qualcosa in più di questa storia e quando sarà possibile leggerla?
Il titolo provvisorio è Dalla pietà celeste, un breve verso tratto dalla preghiera “Angelo mio che sei il mio custode”. L’ambientazione e il linguaggio rimangono immutati. La storia narra la vicenda polifonica di sei personaggi (un sarto donnaiolo, un piccolo orfano, una moglie sterile, un pazzo, un professore solitario, una donna abbandonata) che, colti in un momento di stallo della loro vita, troveranno una svolta in seguito all’arrivo in paese di un misterioso e angelico circo. In questo libro approfondisco un tema presente anche nel Breve trattato, quello dell’angelo custode, inteso laicamente come elemento corroborante nella definizione del destino di ogni uomo. Per quanto riguarda i tempi, non ho fretta. Certo, spero non ci vorranno gli anni dedicati al Breve trattato, ma non voglio che l’ansia della pubblicazione possa in qualche modo compromettere la scrittura del libro. È uno dei vantaggi di non dover campare con i propri libri: puoi curarli oltre modo.

 

Girifalco è in Calabria: una terra colma di fatti, personaggi e luoghi che meritano di essere raccontati. C’è anche un manicomio a Girifalco, luogo generatore di infinite storie. E ci sono personaggi incredibili portatori di storie infinite che solo in parte –perché profonde, complesse e affascinanti- hai narrato nel tuo libro appena uscito. La tua scrittura sembra formarsi, riga dopo riga, per sottrazione. Di tutta quella materia narrativa citata all’inizio della domanda, cosa scarti scrivendo? E cosa rimane dentro l’anima pur non prendendo vita sulla pagina?

È vero, il manicomio, questo archivio della follia umana, è un generatore infinite di storie, in particolare di quelle storie che mi piace raccontare, storie estreme e fuori dall’ordinario. In un passo del Breve trattato scrivo che l’elastico mostra la sua vera natura un attimo prima della rottura. Penso funzioni così anche con gli uomini: dimostrano la loro natura poco prima di cadere nel precipizio. Il manicomio è presente nel Breve trattato, lo sarà ancora di più nel prossimo libro, e certamente sarà il protagonista di una delle mie storie future. Pure avendo un solo protagonista, il Breve trattato è un romanzo corale nella misura, certo ambiziosa, in cui cerca di ricostruire una comunità. Una comunità anch’essa generatrice di storie infinite che devono necessariamente sottostare a un filtro selettivo, che agisce non solo sulla quantità dei personaggi ma anche sui particolari delle loro storie. La scrittura si modella per sottrazione, ma dopo che ha agito l’accumulazione: nella prima stesura si scrive tutto il possibile, quasi una sorta di scrittura automatica, e poi si sottrae tutto ciò che non è portatore di significato: ogni parola deve essere funzionale alla definizione del personaggio o dell’avvenimento, anche quella apparentemente giocosa e ornamentale serve in realtà a definire diversamente ciò che si sta narrando. Sottrarre facendo attenzione che tutto il materiale scartato venga in qualche modo contemplato ed evocato nella scrittura sopravvissuta, un po’ come i lineamenti paterni sopravvivono nel volto somigliante del figlio.

 

*Domenico Dara è uno scrittore italiano di origini calabresi. Vive e lavora in Lombardia. Per saperne di più sul suo ultimo libro ecco un link con libro e scheda biografica a cura dell’editore Nutrimenti: http://www.nutrimenti.net/libro.asp?lib=307

 

© Mario Schiavone 2014 per Inkistolio: Storie Orticanti. RIPRODUZIONE TESTI RISERVATA.

5 domande semiserie a Mila Orlando, blogger e giornalista.

Mila Orlando, giornalista e blogger campana

Mila Orlando, giornalista e blogger campana

“Il mio consiglio prima di comprare una bici è provare a rispolverare quella che molti di noi hanno in cantina” – Mila Orlando*

 

Perché hai deciso di scrivere un libro sul potere comunicativo della bici?

La decisione di scrivere un libro sul bike marketing, che è poi è diventato il titolo dell’ebook, è arrivata dopo una lunga riflessione. Volevo scrivere qualcosa che facesse capire la bellezza delle bici, ma volevo farlo dal mio punto di vista – io lavoro nella comunicazione -. Sono partita da due riflessioni molto semplici sul marketing della bicicletta: lo possono fare le aziende che appartengono a questo settore che è in forte crescita; lo possono fare aziende che operano in settori differenti, entrando in contatto con gli appassionati delle due ruote che rappresentano un segmento di mercato ampio e trasversale.

I numeri sono quel che sono: in Italia, secondo un noto imprenditore del settore, si vendono meno auto e si rubano più bici di quelle che la gente ri-compra nuove. Te la senti di dire qualcosa che invogli a comprare bici e non a rubarle?

Purtroppo il furto di bici è un fenomeno di mal costume, che non è diffuso solo sul nostro territorio. Ricordo che quando vivevo a Milano sentivo le stesse lamentele. Sicuramente è un problema culturale, come molti disagi che viviamo nel nostro paese. Il mio consiglio prima di comprare una bici è provare a rispolverare quella che molti di noi hanno in cantina. A volte basta poco per rimettere due ruote in sesto e, come mi ha raccontato Rudy Reyngout de L’Officina Ciclante che ho intervistato per il mio ebook: “L’importante è che una bici faccia il proprio lavoro, pedalare”.

Cosa faresti, in quanto a comunicazione, per risvegliare il mercato(morto, rispetto ad altri paesi europei) del noleggio bici in Italia?

Cercherei di risvegliare le coscienze degli amministratori, perché per far fiorire una cultura della bici ci vogliono delle strutture adeguate e la possibilità di realizzare progetti di bike sharing, in questo modo la bici diventa un bene comune. Mi viene da citare la campagna di comunicazione organizzata dal comune di Buenos Aires che ha tappezzato la città di affissioni che ritraevano illustrazioni di organi umani funzionati e i meccanismi della bici, parte integrante di essi. Non c’è miglior messaggio per promuovere la salute e la mobilità sostenibile.

Oltre al lavoro che svolgi, ti occupi anche di curare -con altri- un blog. Come vanno le cose con econote.it?

 Econote è un progetto che mi riempie di orgoglio perché nasce dal basso e cresce giorno per giorno, grazie all’impegno di un gruppo di persone che ha deciso di farlo perché veramente crediamo in un mondo più sostenibile. L’obiettivo, infatti, è quello di raccontare la sostenibilità sotto molteplici punti di vista, ognuno dal proprio mettendo al servizio del blog le proprie passioni e le proprie competenze.

 

Parlaci di un libro da leggere in bici, a piedi o in panchina!

Scegliere un solo libro è davvero difficile, anche perché in estate c’è più spazio per la lettura. Io consiglio di leggere storie e lasciar perdere libri professionali, portandoci in vacanza i compiti. Io sono un’appassionata di storie romantiche per cui farò il pieno di romanzi rosa prima delle vacanze. Per chi ama il genere consiglio i libri di Jojo Moyes, una scrittrice inglese che mi piace molto. Ma se c’è spazio in valigia consiglio due libri che ho letto da poco, brevi come la stagione del caldo perché si tratta di raccolte di racconti: Dieci Dicembre di George Saunders e Amico, Nemico e Amante di Alice Munro.

 

Mila Orlando* è una giornalista e blogger campana.Lavora presso un’agenzia di eventi e comunicazione ed è tra le fondatrici dell’eco-blog econote.it. Se vuoi acquistare il suo ultimo libro, clicca qui: http://urly.it/2kh2

 

 

 

5 domande orticanti a: Fausto Montanari, inventore di mondi per l’infanzia!

 

 

L'illustratore Fausto Montanari

L’illustratore Fausto Montanari

“L’emozione è quello che da’ vita e colore alle cose, questa penso sia sempre stata una componente fondamentale della mia immaginazione” (Fausto Montanari*)

Il tuo ultimo libro parla di un piccolo -ma agguerrito- super eroe. Quante volte, da piccolo, hai sognato di aiutare il mondo usando superpoteri?

Non so sinceramente non ricordo se sognavo di salvare il mondo, ma sicuramente, un po’ come il piccolo super eroe del libro, vivevo e forse ancora vivo le mie giornate come avventure, piccole sfide, novità’ emozionanti scoperte sensazionali. L’emozione è quello che da’ vita e colore alle cose, questa penso sia sempre stata una componente fondamentale della mia immaginazione.
Il libro è fatto di testi ironici e illustrazioni vivaci che ben accompagnano ogni lettore nel mondo del protagonista della storia: quanto tempo hai lavorato a questo tuo libro?
Lo sviluppo della storia e delle prime illustrazioni è stato abbastanza istintivo e rapido, ma il percorso perché si trasformasse in un progetto editoriale definitivo è stato un po’ più lungo, con diversi step che hanno permesso alla storia, alle immagini e alle parole di essere calibrate e adattate perfettamente al mondo dell’infanzia. In modo da avere il duplice valore di ludico e educativo affiancato anche all’app per i supporti digitali.

Il volume contiene anche le istruzioni per usare un’applicazione speciale, grazie alla quale i lettori diventano super eroi. Il libro che tutti noi adulti di oggi abbiamo sempre sognato, ma che un tempo non c’era. Come ti è venuta in mente questa meravigliosa idea interattiva da abbinare al libro?

Diciamo che principalmente lavoro come illustratore digitale, occupandomi di animazione e molti aspetti legati all’editoria digitale. Penso che anche questa caratteristica del mio tratto e delle mie illustrazioni, abbia fin dall’inizio interessato e incuriosito Kookoobooks. L’ editore digitale partner del progetto, con il quale abbiamo pensato e sviluppato l’app e il progetto editoriale insieme a Electa Kids, che ha poi pubblicato la versione cartacea del libro.

Batman è oscuro e ri-vive anche colpito dai sensi di colpa. Spiderman è in crisi perché cambia spesso identità. Il tuo super eroe,e protagonista della storia che hai raccontato, è puro e buono, ma non stupido. Ce l’ha almeno un piccolo difetto, non svelato, che lo rende ancora più speciale?

Come super eroe- naturalmente- ha un punto debole, ma sarebbe troppo rischioso svelarlo, forse se il libro sarà un successo editoriale avremo occasione di scoprirlo in una nuova storia…

A quale libro stai lavorando in questo periodo?

In questo momento sto lavorando su una nuova storia, particolare, dal gusto un po’ retro’ ma con una narrativa ed alcuni elementi innovativi. Sto cercando il giusto editore, rivolgendomi perlopiù al mercato francese, pur senza escludere altre possibilità. Purtroppo per ora non posso dire di più, spero presto di poter mostrare qualche anteprima interessante.

Fausto Montanari* è un inventore di mondi narrativi italiano che lavora come illustratore e artista digitale. Il suo ultimo libro è questo:
http://www.ibs.it/code/9788837097578/montanari-fausto/io-sono-un-supereroe.html

Per saperne di più sull’autore intervistato e visionare il suo portfolio creativo,potete visitare il suo blog personale:
http://www.faustomontanari.it/

Fausto Montanari è rappresentato da:

http://booktellereventi.wordpress.com/

 © Mario Schiavone 2014 per Inkistolio: Storie Orticanti.  RIPRODUZIONE TESTI RISERVATA.

#As-saggi crossmediali: CIVILIAN. DA L’OMBRA DELLO SCORPIONE A THE WALKING DEAD.

Presente: lo squarcio che si apre davanti al nostro sguardo è un mondo devastato, un virus non identificato, probabilmente creato in laboratorio, sfugge al controllo e infetta l’intera popolazione. Quasi tutti sono morti tranne singole persone che si coalizzano in piccoli gruppi. Ognuno ha una personalità ben definita, messa in discussione da un’ipotetica fine del mondo. Ogni gruppo decide quale strategia adottare, se restare civili o se diventare predoni per sopravvivere. Non ci sono dubbi però: quello che vogliono fare tutti è restare vivi, e non importa cosa è necessario fare.
Ogni gruppo ha un leader, qualcuno su cui addossare le incertezze degli altri, qualcuno che decida per tutti, qualcuno da accusare se le cose vanno male. Ma i leader quando non hanno più speranza, quando il mondo forse sta per finire, mettono in discussione sè stessi, cosa sembrava sbagliato e cosa improvvisamente sembra giusto da fare.
Lo scenario è quello di ampie zone americane, campi di mais, deserti, boschi, autostrade desolate. Ad un certo punto tutti, attraversando a piedi terreni impervi, si dirigono verso un punto preciso, dove c’è qualcosa o qualcuno che sembra avere la soluzione a tutto.
Di cosa sto parlando? Del libro bellissimo di Stephen King L’ombra dello scorpione (titolo originale “The Stand” pubblicato nel 1975, romanzo da cui- nel 1994- nascerà una miniserie televisiva) ma anche del telefilm prodotto dal 2010 (e ovviamente di conseguenza del fumetto, in uscita dal 2003 e edito in Italia da Saldapress) The Walking Dead.

Non sono la stessa cosa, in uno c’è il demonio, nell’altro il demone di un virus zombie ma quello che sicuramente li accomuna (è probabile che Robert Kirkman abbia letto e fatto rivivere nel suo lavoro, le atmosfere del libro di King) è il concetto di Civilian (fra l’altro canzone tema del telefilm di Kirkman dei Wye Oak nella prima stagione). Essere civile in un mondo al capolinea è possibile? Il concetto di civiltà e di società resta in piedi quando lo stesso essere umano mette in discussione l’altro e la propria essenza? Le categorie dell’uomo pensante e democratico si ribaltano e concetti come giusto e sbagliato, bene e male, fiducia e giustizia, vita e morte sono svuotati del proprio significato per averne di nuovi.
The Walking Dead ha una velocità propria del linguaggio del fumetto, che non stimola tanto queste riflessioni ataviche sull’umanità a differenza del telefilm, che approfondisce invece con un ritmo più lento, scandito sul respiro dei personaggi.
In entrambi i lavori (capo-lavori) il male incarnato dal diavolo e il virus zombie, le cause scatenati dell’apocalisse, finiscono presto in secondo piano. Quello che diventa il vero problema è l’altro civile accanto a te, e il tuo concetto di essere civile.

King scrive nel suddetto libro: «Se torni da queste parti, Stu, e rinnovi l’invito a unirmi a te, probabilmente accetto. È questo il destino della razza umana. Socievolezza. Vuoi che ti dica che cosa ci insegna la sociologia a proposito della razza umana? Te lo dico in poche parole. Mostrami un uomo o una donna soli e io ti mostrerò un santo o una santa. Dammene due e quelli si innamoreranno. Dammene tre e quelli inventeranno quella cosa affascinante che chiamiamo “società”. Quattro ed edificheranno una piramide. Cinque e uno lo metteranno fuori legge. Dammene sei e reinventeranno il pregiudizio. Dammene sette e in sette anni reinventeranno la guerra. L’uomo può essere stato fatto a immagine di Dio, ma la società umana è stata fatta a immagine del Suo opposto. E cerca sempre di ritornare».

Riflessioni che non sembrano lontane da una vicina realtà.

Annalisa Rascato.

© Annalisa Rascato 2014 per Inkistolio: Storie Orticanti. RIPRODUZIONE TESTI RISERVATA.

#Recensioni: Undici solitudini – Richard Yates.

11 solitudini

Undici solitudini – Richard Yates. Pagine 257. Minimum Fax 2006.

Recensione di Ilaria Scarpiello.

“Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi.”

La solitudine, fedele compagna dell’uomo cosiddetto moderno, non va ignorata, va raccontata. La solitudine va cantata, descritta, la sua esistenza va diffusa, non nascosta sotto il tappeto come spazzatura. Solo in questo modo si ha la possibilità di sentirsi meno soli, almeno per un po’. Richard Yates, burbero cantore di storie dirette come pugni allo stomaco, ne racconta undici nella raccolta di racconti “Undici solitudini”, riedita da Minimum Fax nel 2006. Racconti che descrivono le vite piene di solitudine di persone “normali”, maestre e tassisti newyorkesi, segretarie e aspiranti scrittori di Manhattan e Brooklyn, che sognano il successo, l’ambito sogno americano degli anni sessanta, le possibilità e le occasioni promesse a tutti e che faticano a palesarsi. I personaggi di Yates, in fondo, sembrano intuire che non tutte le storie hanno un lieto fine, ma sembrano scacciare via questo orrendo pensiero dalla testa come si fa con una mosca troppo insistente e fastidiosa. Come fare a sopportare tutta questa immeritata solitudine, allora? Proiettandola sugli altri, su chi ci sta intorno, ovviamente, una difesa psicologica che raramente fallisce, ma che rende incompleti e nevrotici. I protagonisti di questa raccolta di racconti di Yates sono cattivi, tristi come chiunque non si mette mai in discussione, come chi pensa di essere sempre dalla parte della ragione, di non avere mai torto. Ai vessati restano solo gesti di rabbia, episodi di vacua violenza, che lasciano stremati e vuoti e incompresi. “Undici solitudini” è un capolavoro, uno specchio in cui rifletterci e vergognarci, perché abbiamo sempre qualche motivo per cui vergognarci. “Undici solitudini” mostra in tutta la sua potenza le capacità di un autore, Richard Yates, che ha contribuito in prima persona alla grandezza della narrativa americana del secondo Novecento.

Per saperne di più o acquistare il libro: http://www.minimumfax.com/libri/scheda_libro/72

© Ilaria Scarpiello 2014 per Inkistolio: Storie Orticanti. RIPRODUZIONE TESTI RISERVATA.

#Recensioni:Le vite impossibili di Greta Wells – Andrew Sean Greer.

Le vite impossibili di Greta Wells

Le vite impossibili di Greta Wells – Andrew Sean Greer.pagine 292.Bompiani 2013.

Recensione di Ilaria Scarpiello.

“Una volta nella vita, l’impensabile capita a tutti.”

È un rigido inverno newyorkese del 1985 quando Greta Wells, trentunenne sofferente reduce da un grave lutto e un amore esaurito, si ritrova a viaggiare nel tempo come effetto collaterale di una terapia ciclica di elettroshock. Greta, ogniqualvolta subisce il trattamento elettroconvulsivante, viene catapultata nei panni delle sue vite precedenti, o parallele, del 1918 e del 1941. Donne temporalmente lontane e differenti da lei, certo, ma con affinità profonde legate alle tensioni familiari e alle scelte difficili da compiere. Greta Wells sarà chiamata ad affrontare perdite e occasioni offerte dal destino anche in epoche diverse dalla sua, cercando di aiutare le altre sé stessa a uscire vittoriose da questa gara senza tempo che è la vita, scoprendo nuove ed inaspettate sfaccettature del suo essere.

“Quando era bambina, signora, era questa la donna che lei sognava di diventare?”

“Le vite impossibili di Greta Wells” è il nuovo romanzo di Andrew Sean Greer (Bompiani, 2013), indimenticabile autore de “La storia di un matrimonio” e “Le confessioni di Max Tivoli”, una storia accattivante, costruita bene e con una scrittura potente, ma che, rispetto ai lavori precedenti, sembra carente di quella magica polvere di stelle capace di catapultarti là dove l’autore vuole, dietro le spalle dei protagonisti, ad osservare con loro quello che accade fuori da una finestra o dentro una stanza. Greta Wells non riesce a renderti appetibile nemmeno una delle sue tre vite, come protagonista trae energia vitale da quelli che sono i personaggi più interessanti, ovvero i secondari come il gemello Felix, la zia Ruth, Nathan e la signora Green. Greta sembra sempre sul punto di decollare fra le pagine, come nelle sue vite, ma non lo fa mai, nemmeno nel finale, forse un giusto avvertimento sulla realtà del nostro quotidiano che però stona con la trama fiabesca del romanzo. Siamo lettori, pretendiamo la magia se ci viene promessa.

Per saperne di più o acquistare il libro:

http://www.ibs.it/code/9788845274602/greer-andrew-s/vite-impossibili-di-greta.html

© Ilaria Scarpiello 2014 per Inkistolio: Storie Orticanti. RIPRODUZIONE TESTI RISERVATA.