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L’uccellaccio di Kafka di Attilio del Giudice: appunti per una recensione

“L’uccellaccio di Kafka” di Attilio del Giudice (CaffèOrchidea Editore, 161 pagine, 14 euro) è un libro che contiene 50 storie, brevi e meno brevi, capaci di trascinare il lettore in un vortice di voci, personaggi e ambientazioni sempre originali e vive. Si tratta di prose intrecciate con sapienza e bravura da un autore attento al dispiegarsi del mondo; una voce capace di indagare nella quotidianità per trovare riflessi narrativi da restituire al lettore contemporaneo. Le prose in questione trovano spazio e forza come se venissero fuori da uno scrigno “contastorie” di quelli magici, che ritroviamo nelle fiabe classiche. Proprio questo scontro, che trova luogo tra la magia affabulatoria dell’antica arte del narrare e la capacità odierna di osservare il mondo complesso che viviamo, produce le narrazioni contenute in un libro che stupisce, meraviglia e coinvolge in ogni sua pagina. Se fosse un sogno, questo libro, potrebbe appartenere talvolta a quei passaggi onirici che fanno da specchio al quotidiano così come a un vero e proprio incubo gotico capace di fare da specchio alle inquietudini del vivere.

Una peccatrice che grida in chiesa i suoi misfatti durante una messa affollata di partecipanti, una moglie eternamente infelice nonostante la ricchezza sfarzosa generata dal marito, un uomo capace di innamorarsi di una prostituta che lo richiama alla vita vera come una maestra del vivere, un potente camorrista che tiene lo scettro del comando sempre alto sono solo alcune delle diverse (tante) e particolari anime pulsanti che tengono a bada il lettore, pagina dopo pagina.

Fra stupore e meraviglia, incanto e rabbia ogni storia prende il sopravvento con una velocità e un montaggio che ricordano l’arte di quel fare cinema di altri tempi (un tentativo concreto e misurato di gettare lo sguardo in ogni interstizio bio-grafico), pur trattandosi di un libro fatto di carta e inchiostro che è ben distante (in quanto “oggetto parlante” dalla pellicola del racconto per immagini.

Osservando con attenzione la copertina del libro si nota un uccello dal becco lungo che affonda la sua unica (ed efficace) arma affilata nell’occhio di un essere umano disteso. Questa immagine, a libro finito, non può che condurre a un’idea orrorifica generatrice di una sola domanda: e se quella creatura alata fosse capace di iniettare storie del mondo negli occhi (quindi nell’organo utile a produrre uno sguardo) di ogni lettore?

Ben vengano uccellacci di questo genere, pronti a colpire i nostri occhi stanchi perchè anestetizzati da troppi schermi liquidi moderni, e –talvolta- poco attenti a quelle storie di carta e inchiostro ancora guizzanti nel mare della letteratura nostrana.

 

Mario Schiavone

Peppe Lanzetta risponde a Aladdin Malek

In merito a questa lettera di Aladdin Malek, lo scrittore Peppe Lanzetta ha deciso di narrare la sua visione di mondo, qui  e ora: senza pensarci due volte.

Eccola:

La vita nonostante tutto.
Nei gerani dei balconi che s’affacciano sui Rom, sui loro appartamenti vista mare, sulle loro facce segnate e sulla rabbia di quelli che PRIMA GLI ITALIANI…
Sono siiti, sono Rom, sono Noemi, sono le tante vittime lasciate per terra mentre il mondo grida, si affanna, corre negli ipermercati della vita cercando un po’ d’amore che non trovano negli scaffali, nonostante il prendi ora e paghi a Natale…
La vita nonostante tutto.
Negli sguardi dei ragazzi che coi loro smartphone sognano i Caraibi a buon mercato con qualcuno che dica loro: lunedì dopo la spiaggia si comincia a lavorare, puoi anche chiamare a casa e avvisare i tuoi genitori…a tempo indeterminato!
La vita nonostante tutto.
Negli occhi delle ragazze violentate, sui loro abiti stracciati sulla dignità di alzarsi e andare a denunciare chi non sopporta addii, separazioni, chi crede che una donna sia una proprietà e il notaio che ha firmato il rogito era ubriaco e strafatto e non ha specificato bene…
La vita nonostante tutto.
Nel petrolio del Venezuela e sulle palpebre dei bambini di Caracas, su quelli dello Yemen, sulle foto che hanno ricevuto un Pulitzer, sul coraggio di chi si avventura per documentare orrori che hanno dimenticato cosa sia la vita, nonostante tutto.
La vita sui dazi americani, sulla iperattività dei cinesi, sulle t shirt dei ragazzi americani che contestano i loro padri che tornano a casa armati di tutto punto, per difendersi, per credere di essere più forti, più sicuri, più machi, più sceriffi, più tutto ma da giovani erano andati a Woodstock e ora l’hanno dimenticato…
La vita sulla vita che passa nonostante tutto perché ci sarà un futuro, perchè ci sarà un cammino, perchè dopo essere andati sulla luna e su Marte qualcuno da lì dirà: Ma che cazzo state combinando voi piccoli uomini? Nelle Borse quotate pure le paure di cui siete portatori e il dow jones sale e scende come le vostre idiosincrasie, come le vostre frustrazioni, come i vostri sguardi sempre più arrossati e iniettati di benzina…
La vita nonostante tutto.
Su un albero di pesche, di ciliegie, sulle fragole col limone.
Sulla brillantina dei papà che non ci sono più.
Sulle fotografie di quando eravate piccoli e s’aspettava l’estate per scrollarsi di dosso i Nasdaq dell’inverno.
La vita, nonostante tutto.
Peppe Lanzetta.

 

Igiene mentale, ripulito con la carta di credito da macellaio

pillole

Droghe Vs Psicofarmaci

Carissimo Peppe Lanzetta, grazie al blogger Mario Schiavone posso dialogare con te. Ecco quanto volevo dirti.

Sei venuto a trovarmi in un momento difficile della mia vita. Sai bene che non amo vedere molto le persone quando sto male, dico  a me stesso, ma sappiamo entrambi che in fondo in fondo vedere quel tuo faccione buono mi fa stare bene. Pure se sto in un letto d’ospedale d’un reparto “ senza nome” nel quale ti dicono “uscirai domani, forse*”.

*Conosco gente appesa a quel forse da almeno 20 anni. Tu questo lo capisci, vero? Ci ritroviamo nella buffa posizione di poter  essere (tu) padre e (io)figlio.

Non siamo riusciti  a capirci molto di questa vita contemporanea, di questo tempo fulmineo e folgorante,  in questi due ruoli dico. Tu per motivi che ti porti dentro e a che volte escono fuori come farfalle chiuse in un vaso di vetro, un attimo prima di morire. Io che ho provato a combattere “la bestia” a mani nude, riportandone ferite gravi sul corpo che solo il tempo può lenire. Da super eroe saggio quale sei, non hai affrontato la bestia a mani nude per non ferirti, mentre io da piccolo e maldestro super eroe spicciolo di quartiere mi sono lanciato in ogni battaglia personale contro la vita. E la precarietà mi ha consumato il cervello, il cuore, l’anima. E più cambiavo lavoro, città, vita, più la bestia allargava le braccia contro di me per avvinghiarmi e affondare le unghie nella carne. Così, ora che siamo qui, in questo gioco a perdere proviamo a dire la nostra.

Molti, moltissimi, la stragrande maggioranza di quelli che conosciamo e che hanno la   mia età scappano da queste riflessioni e si drogano spegnendo il cervello. Senza pietà. E con la compostezza di chi ha i soldi per farlo nascondendolo al mondo. Perché, la verità è questa, le drogano funzionano. E non ti entrano più nel sangue, ma nel cervello sotto forma di numeri e quote.  Eccome se funzionano. Maledizione.

Basta trovare un tempio delle scommesse contemporanee ed entrarvi: tutto legale, tutto alla luce del sole, tutto gestito in maniera solida e pulita. Però a  me interessa poco la battaglia contro il gigante. Vorrei capire perché i ragazzi oggi, invece di perdere tempo correndo al parco, leggendo un libro o amoreggiando stanno davanti a quei maledetti monitor legalizzati.

Quanto tu eri giovane accadeva altro. E noi figli, della tua generazione, questo  lo sappiamo bene. Alla tua età, per ovviare a questo schifo chiamato eterno sballo della giovinezza che fu, si assumono droghe altre:gli psicofarmaci. Servirebbe un trattato (infinito?) del perché di certi comportamenti umani Però noi siamo comuni mortali, leggiamo libri, proviamo a decifrare il mondo e diciamo la nostra. Io mi ritrovo in una posizione contraria, per correggere delle tare familiari non ho mai preso droghe in vita mia, (né fisiche né virtuali) ma periodicamente,  vengo qui in ospedale per cure varie. Ed è doloroso tutto questo. Doloroso sapere che per frenare il mio malessere devo farmi prescrivere farmaci di una certa potenza. E notare la faccia del farmacista che dice: “Sono per lei queste?”

Ecco. E le storie poi? Vogliamo parlare delle storie dei pazienti finiti qui che hanno un pianeta, un mondo, un ecosistema solare intero da raccontare?

Penso sia necessario. Facciamolo. Scriviamoci qui in queste righe.

Quando ti va, quando puoi.

Io ci sono.

Aladdin Malek

 

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