5 domande allo sceneggiatore Gaetano Ippolito*

1)Quando hai capito che l’idea del soggetto cinematografico “Ciruzziello” poteva diventare un progetto cinematografico concreto?

Quando il regista, Ciro D’Aniello mi ha parlato dell’idea del cortometraggio basata su un personaggio ispirato alla nonna, una donna molto anziana, ma ancora autonoma, e tanto legata alla tradizione religiosa e alla fede cristiana, sono rimasto subito affascinato. L’idea di lavorare su un personaggio femminile e molto avanti con l’età era decisamente motivante. Inoltre nell’idea era presente anche il personaggio di un figlio disabile: questo era ancora più interessante, perché tale situazione ci dava l’opportunità di mettere in crisi la fede religiosa della protagonista. Abbiamo lavorato sulla struttura per portare il personaggio lentamente al momento di rottura con la fede religiosa, per fare in modo che trovasse soluzioni diverse alla problematica del figlio.

2) Come procede la diffusione del cortometraggio “Ciruzziello” selezionato da Rai Cinema?

La distribuzione procede bene, perché il regista, Ciro D’Aniello, è stato davvero bravo, si è occupato lui di questo aspetto in prima persona. Il cortometraggio ha partecipato a tantissimi festival sia nazionali che internazionali, e soprattutto è andato in onda sulla piattaforma di Rai Cinema, con nostra grande soddisfazione. Siamo davvero contenti per la visibilità che ha ottenuto “Ciruziello”. Speriamo che possa ancora girare in altri circuiti indipendenti.

3) Da dove trai spunto per i soggetti cinematografici e narrativi che rielabori con il tuo stile?

Credo che la realtà sia una grande fonte di ispirazione, che a volte supera qualsiasi immaginazione: basta pensare alla situazione attuale che stiamo vivendo a causa del Covid – 19; un periodo assolutamente surreale, direi quasi kafkiano, degno del miglior Saramago (Cecità). I fatti che accadono continuamente nel mondo reale sono una fonte inesauribile per realizzare soggetti cinematografici. È chiaro che il punto di partenza, a mio avviso, è sempre e comunque il personaggio. Per avere una grande storia è necessario un grande personaggio; Shakespeare insegna, basta ricordarsi di Amleto, Otello, Riccardo III, Giulio Cesare, solo per citare qualche titolo, e se vogliamo andare indietro nel tempo, pensiamo all’Ulisse di Omero, oppure ai grandi personaggi biblici. È il personaggio che muove la storia, quindi trovare una buona storia, in definitiva significa cercare un grande personaggio, perché credo che “l’empatia” sia un elemento importantissimo, anche se il mondo delle storie è pieno di personaggi non empatici.

4) Nel caso di lavori filmici, come nasce la sintonia lavorativa con il regista?

Secondo me, l’approccio deve essere quello di mettersi a disposizione della storia, del progetto e del regista. A mio avviso lo sceneggiatore si trova in una posizione favorevole nella scrittura della storia, in quanto è un soggetto esterno, non è coinvolto emotivamente nell’idea, quindi può lavorare tenendo conto solo ed esclusivamente degli elementi narrativi che funzionano. L’arma principale dello sceneggiatore che collabora all’idea di un regista sono le forbici con cui tagliare tutto il superfluo e quello che non funziona. Spesso i registi si affezionano alle proprie idee, alle scene, ai personaggi, instaurano un rapporto affettivo, quindi la presenza dello sceneggiatore è fondamentale.

5) Con quale regista italiano o straniero ti piacerebbe lavorare in futuro?

Se penso al cinema italiano di oggi, stimo tantissimo Claudio Cupellini, di cui ho molto apprezzato “Una vita tranquilla” e “Alaska”, due film davvero riuscitissimi e interessanti sotto il profilo della costruzione dei personaggi e della struttura della storia. Ma Claudio Cupellini lavora già con uno sceneggiatore bravissimo, il capuano Filippo Gravino. Per quanto riguarda i registi stranieri, trovo interessante, sia dal punto di vista stilistico che dal punto di vista della gestione dei tempi narrativi, il danese Nicolas Winding Refn, di cui mi è piaciuto tantissimo “Drive”: straordinari i silenzi del personaggio e la sua evoluzione.
Inoltre, ammiro il newyorkese Darren Aronofsky, soprattutto per come ha lavorato in “The Wrestler”: stupendo il personaggio interpretato da Mickey Rourke. Lo stile documentaristico del film è davvero funzionale al racconto, così come le scelte di fotografia.
Infine, devo necessariamente citare Alejandro González Iñárritu, che grazie alla collaborazione con lo sceneggiatore Guillermo Arriaga, ha dato vita alla stupenda trilogia della morte: “Amores perros”, “21 grammi” e “Babel”.

6) C’è un classico della narrativa che ti piacerebbe adattare in forma di sceneggiatura e seguirlo come progetto?

Secondo me è complicato adattare per il cinema un classico della letteratura, perché un grande romanzo si fonda sul conflitto interiore del personaggio, mette in scena pensieri, emozioni, stati d’animo, mentre il linguaggio cinematografico predilige i conflitti esteriori e gli spazi aperti. Infatti Alfred Hitchcock, che la sapeva lunga in tema di cinema, ha realizzato tutti i suoi film con adattamenti di romanzi, cosiddetti di serie B, con tanta azione e limitato flusso di coscienza, insomma, poco letterari. Un libro che mi piacerebbe adattare per il cinema è “La crepa” di Claudia Piñeiro, una scrittrice argentina che ha ambientato la storia a Buenos Aires.

7) Quali sono gli autori di storie che consideri Maestri per la tua formazione?

Fëdor Michajlovič Dostoevskij è stato il mio primo amore, ho letto “Delitto e castigo” tre volte, un capolavoro. Mi sono appassionato alla scrittura leggendo lo scrittore russo. Un altro autore che mi ha affascinato per l’originalità dei suoi racconti è Franz Kafka, geniali “Il processo” e “La metamorfosi”.
Ho letto molti romanzi di Jose Saramago, lo scrittore portoghese ci ha regalato storie davvero particolari, oggi è attualissimo il profetico “Cecità”.

8) Puoi dirci qualcosa dei tuoi lavori futuri?

Leggendo “Il vangelo secondo Gesù Cristo” e “Caino”, di Saramago, ho sempre avuto in mente di scrivere una storia di ispirazione biblica. Mi affascinava il personaggio dell’adultera del vangelo, perché mi chiedevo come fosse cambiata la sua vita una volta che Gesù l’avesse salvata dalla lapidazione. Cosa ha fatto l’adultera dopo la salvezza? Come ha deciso di vivere? Ha cambiato la sua vita? Ho cercato di rispondere a queste domande, così ho iniziato un breve romanzo sulla storia dell’adultera.

Gaetano Ippolito* è uno scrittore e sceneggiatore italiano. Nato a S. Felice a Cancello (CE) nel 1972, vive ad Aversa. Diplomato in regia cinematografica presso la NUCT di Roma. Ha realizzato diversi cortometraggi e documentari. Il cortometraggio “Ciruziello” (di cui è sceneggiatore) è andato in onda su Rai Cinema. Il documentario “La Domitiana” (di cui è produttore) è andato in onda su Rai3, BBC, ORF. Il documentario “Inside Africa” (di cui è regista) ha vinto il festival di Luca Zingaretti. In qualità di scrittore è autore del romanzo “Nostos”, ispirato alle storie dei detenuti coinvolti nei suoi laboratori di scrittura creativa.

5 domande orticanti allo scrittore Raffaele Mozzillo

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“Conservo in ogni caso un fortissimo legame con tutto ciò che si lega alla città di Napoli, che resta il mio luogo di elezione sentimentale, di ispirazione continua, di riferimento culturale e di linguaggio.”*

Quanto tempo hai impiegato a scrivere il tuo primo romanzo?

Se ti riferisci al tempo per scrivere la prima versione di Tutte le promesse, ci sono voluti circa dodici mesi di scrittura non sempre quotidiana, considerando che vanno escluse le ore giornaliere impiegate per il lavoro e le notti durante le quali mi addormentavo davanti al computer ancora prima di cominciare a buttare giù qualche parola. Se invece andiamo a calcolare anche i tempi per le riscritture, le revisioni e le riletture del testo, che poi per me sono parte integrante dell’opera di “scrittura”, allora direi che ci sono voluti circa tre anni per arrivare al testo definitivo pubblicato.

Quali sono i tuoi autori di riferimento rispetto alla narrativa classica?

Volendo restare nella gravità del romanzo di cui parliamo, gli autori di riferimento non sono stati per niente classici, ma sono autori che fanno parte dell’universo lettearario italiano contemporaneo. Prima fra tutti, il Pier Vittorio Tondelli di Altri libertini, soprattutto per un certo tipo di linguaggio fatto di slang e parlata giovanile, ma anche per la profondità che riesce a dare alle storie, che a un primo approccio possono colpire soltanto per la loro ferocia crudele ma che poi poco per volta entrano nel profondo dei sentimenti umani. Altri riferimenti essenziali per il romanzo sono stati Ermanno Rea e Antonio Pascale, in particolare, di quest’ultimo, il libro La città distratta.

I personaggi che vivono nel tuo primo libro hanno qualcosa di nostalgico, come se vivessero sospesi in quell’epoca precisa,  una sorta di temporaneità totalizzante. Quanto ti manca questo sud in cui sei cresciuto?

In effetti buona parte del “mio sud” mi manca proprio per questo forte legame nostalgico: mi manca quello che è stato il mondo che mi ha circondato negli anni della mia adolescenza da cui, per motivi più pratici che sentimentali, mi sono dovuto allontanare in un certo momento della vita, pur restando nello stesso paese: mi manca quello che era il microcosmo perfetto in cui il bambino che ero stava per farsi adolescente. Conservo in ogni caso un fortissimo legame con tutto ciò che si lega alla città di Napoli, che resta il mio luogo di elezione sentimentale, di ispirazione continua, di riferimento culturale e di linguaggio.

Il male. O il bene. Nessuna via di mezzo capace di superare un periodo che definirei “post-gomorra”. Penso a film e telefilm sul fenomeno camorristico, tutti dalla visione monoculare, quindi parziale. Quale è la tua idea in merito a quel tipo di storie?

Io credo che ogni storia vada raccontata bene, qualsiasi storia essa sia. Credo anche che Gomorra – immagino che di questo stiamo parlando – in tutte le sue eccezioni letterarie cinematografiche e televisive sia un prodotto culturale di alto livello. Per cui non vedo nessun motivo per cui una cosa come Gomorra non debba essere diffusa in tutte le forme possibili. Mi viene in mente anche un altro bravissimo scrittore: Luigi Romolo Carrino, che con la “saga” di Mariasole (i romanzi sono Acqua storta, La buona legge di Mariasole e il recente Alcuni avranno il mio perdono) racconta le vicence di una famiglia criminale scavando però nel profondo delle relazione, dei sentimenti, con una scrittura poetica e carnale che non ha niente a che vedere con una forma scritta di tipo documentaristica imponendosi invece come opera di altissimo livello letterario. Poi ci sono anche tanti altri prodotti che possono essere dello stesso livello o no. Ma il fatto di pubblicare o no un’opera scadente è un tema dentro cui si può racchiudere qualsiasi produzione artistica e non ha niente a che vedere, ripeto, con le tematiche che tocca. Insomma, non è certo a causa di chi la racconta che la camorra esiste, ma chi la racconta non fa altro che attingere da una realtà: sono gli interpreti che si ispirano ai personaggi reali della malavita e non il contrario.

Ti andrebbe di dirci a cosa stai lavorando per il futuro?

Per il futuro in realtà non ho ancora le idee ben chiare. So soltanto che la realtà da cui attingerò sarà sempre quella dell’hinterland, quella zona che mette insieme – in una convivenza spesso anche forzata – non solo città come Napoli e Caserta ma che contiene dentro di sé migliaia di piccolissimi e grandi comuni che vanno a formare un’enorme e densa periferia urbana partenopea: è il mondo che conosco, per ora, ed è il mondo che mi sento intanto di raccontare.

 

*Raffaele Mozzillo è uno scrittore di origine campane. Vive a Roma, dove lavora come editor.

Il suo ultimo libro è: Tutte le promesse – Una storia apocrifa” Effequ Editore 2017

Ci sono cose che non appaiono

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Ci sono cose che non appaiono. Credo, perché potrei dimostrarvelo su una di quelle lavagne scolastiche abbastanza grandi da contenere qualche metro di formule algebriche, che esistono cose e immagini del quotidiano vivere che non appaiono agli occhi dell’individuo contemporaneo comune. Alcune volte le immagini*, (*quanto ci accade, ovvero i fatti allo stato puro) della vita quotidiana entrano nella letteratura come “filtrati” attraverso una lente. Facendo uno sforzo di comprensione potremmo chiamare linguaggio narrativo quella “lente” e “mondo esterno” i fattori ambientali che convergono sotto la lente.
Ci pensavo stamattina, quando dopo aver comprato una scatola di cerotti per medicare la pelle (quelli per curare l’anima non li hanno ancora brevettati, sic!) mi sono messo a pensare alla realtà quotidiana prepotente che ci avvolge e sconvolge ogni giorno. I fatti concreti della vita di costruiscono e decostruiscono in ogni istante. E noi, attori della vita, quando siamo fortunati possiamo fotografare quanto viviamo e provare – se siamo bravi – a raccontarlo agli altri.
Esistono tante vite a questo mondo. Niente di più vero. Però esistono ancora più storie che provano, a volte riuscendoci altre volte fallendo, quella che chiamiamo vita reale. Non ho una cassetta degli attrezzi dotata di strumenti magici, e non sono un bravo meccanico capace di mettere a punto certe faccende complesse che ci travolgono in questa esistenza.
Per quanto mi riguarda, a 34 anni, faccio sempre più fatica a raccontare il mio vissuto. Perché in fondo, a dirla tutta, a molti le storie tristi non piacciono. Tanti sono quelli che cercano storie di successo o dal lieto fine perfetto come la forma di una merendina idrogenata.
Sono un diabetico della vita. I dolci (finali) fatti di successo mi fanno male.
Uno di voi mi ha scritto. Chiedeva le istruzioni per l’uso della vita. Non voleva sapere dove cercare il libro di Perec, ma capire come comportarsi in un momento difficile della sua vita.
Non ho saputo dargli una ricetta. Ho provato solo a dirgli “se vuoi davvero provare a resistere al caos di questa vita, cerca qualcosa in cui cimentarti”. Intendendo qualcosa di magnifico, potente ed esclusivo.
Ecco, detto questo spero di non ritrovarmi mai più a dover dispensare consigli. Né su questo blog, né di persona.
Io, i miei demoni interiori, un po’ li conosco. Per questa ragione non gioco mai a scacchi con loro: quando lo faccio, cosa rara, tendono a fottermi sempre. Barando in maniera triste, quasi grottesca.
E tutti i libri che leggiamo, servono a qualcosa in questa vita?- ha poi domandato l’amico che mi ha scritto.
Certo. Servono. A non morire sotto un temporale di arachidi unte che abitano, spesso, i meandri della nostra mente.
Pensando a Carmelo Bene, mi viene da dire – tenendo gli occhi che mirano in basso e con la faccia rossa per la vergogna- quanto segue: se è vero che il linguaggio ci “trapassa” e non ce ne accorgiamo, i fatti della vita reale con la stessa forza s’insinua dentro di noi privandoci di ogni forza. Con moti, e momenti, diversi in ogni occasione.
Per questa ragione, certi giorni, cerco una panchina isolata e mi siedo a piangere da solo. Ora credo di aver scritto e detto molto, troppo. Perdonatemi se vi ho rubato tempo. In momenti come questo, citando il James economista, mi lascio travolgere da quello che lui chiamava “il senso pungente della realtà”. E poi, a essere sinceri per davvero, per ritrovarlo quel senso mi metto a scrivere in maniera disordinata. Appunti sporchi, come questi che avete letto fin qui.

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