#Letture Estive 2016: American Dust di R. Brautigan

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American Dust- Prima che il vento si porti via tutto

Questo bel libro l’ho scoperto per caso, portandolo a casa dopo essermi innamorato del titolo, un pomeriggio d’estate in cui ero al paese natio di mia madre e mi trovavo nella piazza centrale di fronte alla chiesa. Mangiavo caramelle zuccherate per sentirmi meno solo e fissavo un uomo senza gambe che vendeva libri seduto dietro una grande bancarella.
«Venite, fermatevi. Comprate un libro oggi e sarete felice anche domani. »
Così diceva quell’uomo, ma la gente continuava a entrare in chiesa o a salire verso il corso del paese senza fermarsi. Tutte quelle persone non si fermavano neanche per notare che ad allestire tendone e bancarella ci pensava un polacco alto e muscoloso che per conto dell’uomo senza gambe guidava il furgone, disponeva i tavoli espositivi, tirava i libri dai cartoni e allargava l’ombrellone per dare ombra all’intero negozio ambulante. Il polacco faceva tutto quello che gli toccava fare senza capire una parola d’italiano. Lui e l’uomo senza gambe parlavano a gesti o in un inglese fatto di verbi all’infinito. Niente da fare, sono sempre lento nelle cose che faccio e dico, provo a perdermi per altre strade. Non fateci caso, lo faceva pure mio nonno: diceva sempre che tutti i fatti che raccontiamo noi umani sono come un pezzo di terra composto da tanti solchi: quando devi irrigare non sai mai da quale solco cominciare a gettare acqua.
Il romanzo di cui sto per parlarvi si apre con una frase che contiene la parola “pomeriggio” e conclude la riga di chiusura dell’intera storia con la parola “casa”. A dirla tutta, a girare poco intorno alle cose e a dirle come stanno senza pensarci due volte, questo libro può essere contenuto in queste due parole che profumano di famiglia e calore pure se il libro – a tenerlo troppo in mano dopo averlo letto– comincia a diventare freddo. Il volume di carta cambia la sua temperatura, e altro non può fare, in ragione del fatto che la vita e la morte s’incrociano in questo libro danzando prima a braccetto e poi scambiandosi un bacio amaro e distante come due amanti che diventano nemici. Che cosa significa tutto questo? Provo a spiegarmi meglio. Richard Brautigan in questo libro ha raccontato tutto quello che offriva quel buffo e incredibile Paese chiamato America concentrandolo in un solo ricordo d’infanzia. Se è vero che ci sono canzoni mal cantate, lettere da grafomani, baci da incapaci, magliette puzzolenti e bustine di pop corn troppo salato e poi ancora visioni di film porno troppo finti(rubati ai cugini più grandi) a ricordarci – una volta divenuti adulti- che l’infanzia non tornerà mai più; insomma se tutto questo è vero forse è ancor più vero che ci sono gesti isolati che finiscono nel buco nero della nostra infanzia e che finiamo per rimuovere dalla memoria come sabbia sollevata dal vento.
Per Richard Brautigan quella sabbia è rimasta lì sul terreno senza mai farsi prendere né dal vento né dal tempo. Granelli che pesano fino a schiacciare l’anima. Prova incontrovertibile di questo peso è l’estro narrativo con cui l’autore ha dato tutto se stesso scrivendo il suo ultimo libro, pur di cimentarsi in una storia che avrebbe potuto parlare di tante cose e invece non fa altro che dipingere, in appena un centinaio di pagine, un quadro in cui vediamo: il pomeriggio pensieroso di un bambino, e il campo di mele in cui si è consumato un dramma che pare davvero fermare il tempo.
Per il resto, di tutto quello che c’è nel libro: la seconda guerra mondiale appena finita, quei tipi che arrivano tutte le sere d’estate( e che dopo aver scaricato divano, tavolino e lampade sul ciglio di terreno che costeggia il corso d’acqua si mettono a pescare), i bambini che vendono vuoti di bottiglie per ricavare soldi con cui comprare hamburger … Di tutto questo potete fare a meno. Perché, per me che ho letto questo libro quasi dieci anni fa, vi garantisco che la vostra memoria, col tempo, farà a meno di tutte queste deliziose immagini. Si legherà, come si legano i nostri ricordi a qualcosa che ci lascia sempre a bocca aperta o a cuor vibrante-accelerato, a un’immagine eterna che vede un bambino solitario capace di desiderare non un hamburger ma una scatola di proiettili prima. E di desiderare, dopo che il vento si è portato via tutto, che ognuno di quei proiettili tornasse di nuovo nella sua scatola. Com’è che diceva il vecchio senza gambe che vendeva libri assieme al polacco?
«Venite, fermatevi. Comprate un libro oggi e sarete felice anche domani. »
Ecco, qui e ora e prima che il vento si porti via tutto, a me vien da pensare:
Andate. Fermatevi in una libreria di altri tempi e comprate questo libro di Brautigan, oggi. Dopo averlo letto sarete felici non solo domani, ma dopodomani e dopodomani ancora. Perché la buona letteratura non se la porta via neanche il vento.

American Dust- Prima che il vento si porti via tutto
(di Richard Brautigan, Isbn Editore, lo trovate in biblioteca o nelle migliori librerie indipendenti che vendono remainders).

10 domande impossibili a Natalino Russo, speleologo e scrittore.

Il respiro delle Grotte di Natalino Russo

“…è proprio dai sogni che ha preso forma il mio lavoro. Da bambino sognavo spesso di partire, e poi, già più grandicello, ai tempi dell’università studiavo solo ciò che mi consentiva di viaggiare o prometteva di portarmi lontano.”

(Natalino Russo*)

 

1)Reporter ed esploratore. Forse anche un po’ filosofo. Quanto fa bene all’anima (tua e di chi ti legge) la tua voglia di ricercare e raccontare?

A quella di chi mi legge non lo so, ma all’animaccia mia fa molto bene. Il racconto è uno strumento sottile, preciso, tagliente; è già di per sé una ricerca. Cerco di usarlo nelle sue diverse forme, dalla fotografia alla parola scritta a quella parlata. Vado in giro per ritagliarmi pagine bianche, che poi riempio di appunti, disegni, storie. Raccontare è condividere: cosa ne sarebbe di noi se non condividessimo ciò che siamo?

2)Osservando da vicino il tuo lavoro da speleologo, viene da pensare (anche stupidamente, se vogliamo): ma chi diavolo te lo fa fare di andare fin lì sotto a scovare segreti che il resto del mondo pare ignorare volentieri?

Là sotto ci sono due cose preziose: l’ignoto e la frontiera. Innanzitutto le grotte custodiscono gli ultimi posti inesplorati del pianeta. Sotto le montagne, l’occhio dei satelliti non arriva: per scoprire posti nuovi bisogna proprio andarci, come si faceva fino a un secolo fa mettendosi per mare verso orizzonti ignoti. In grotta l’esplorazione è ancora possibile. Esplorare il mondo sotterraneo significa metterci piede per la prima volta, illuminarlo, scrivere nuovi nomi sulle mappe, aggiungere pezzi alla geografia del noto. Tuttavia, dentro le montagne non ci sono mete da raggiungere, ma frontiere da superare. Il fondo di una grotta non è il punto più lontano raggiungibile, bensì quello più lontano raggiunto fino a quel momento. Il fondo di una grotta esiste perché è stato raggiunto da qualcuno, che ha percorso per la prima volta la strada per arrivarci; per gli esploratori successivi, quel fondo non è una meta bensì un punto di partenza: non arrivano fin lì per dire «Ci sono stato», ma da lì partono per esplorare ancora. Eccola, la frontiera di cui ti parlavo poc’anzi. È una frontiera da immaginare, per citare un bel libro di Andrea Gobetti (da poco ristampato, ndr). L’ignoto e la frontiera nutrono la fantasia di molti speleologi e alimentano buona parte della letteratura di viaggio e di avventura, anche fuori dalle grotte.

3)Esplorare fa rima con raccontare. A te riescono bene entrambe le cose. Come e quando hai capito che potevi fare il lavoro di reporter?

Nell’adolescenza, credo. La passione per il viaggio l’ho ereditata dai miei genitori: dopo alcune estati al mare, comprarono un vecchio Fiat Ducato e lo trasformarono in una specie di camper. Lo chiamavamo semplicemente «Il Furgone». A bordo del Furgone abbiamo girato l’Europa in lungo e in largo, senza prenotare nulla, dormendo dove capitava. Almeno per dieci anni, per dieci estati di seguito. Quei viaggi hanno segnato profondamente la mia adolescenza. Li custodisco in buffi diari che predisponevo prima di partire: ogni volta confezionavo un quaderno di viaggiofatto di schede giornaliere che poi compilavo con tempi, distanze, costi. Ogni viaggio aveva un titolo, un sottotitolo e una specie dilogo. Quei quaderni sono zeppi di appunti, osservazioni sulla natura e sul paesaggio, scampoli di dialoghi e di incontri. Oggi scrivo storie di viaggio e compilo guide per viaggiatori. Tutto sommato non è tanto diverso dai giochi che facevo da ragazzo insieme a mio fratello Luigi. Che in questo momento è in sella alla sua bicicletta alla volta dell’Iran. In solitaria.

4)La tua scrittura è fatta di necessari confronti fra il mondo di superficie (giornalisti a caccia di notizie facili, gente spaventata dalle esplorazioni, etc.) e il mondo sotterraneo in cui trovi spunti per le tue riflessioni narrative ed esistenziali.  Cosa manca a chi sta sempre in superficie; e cosa a chi sceglie le profondità terrestri?

A chi sta fuori, spesso manca proprio quella frontiera, cioè l’idea che ci sia un oltre. L’andar per grotte offre, per certi versi, un’occasione metaforica: quella di tracciare una via, piuttosto che limitarsi a seguire rotte predeterminate. Chi sceglie la profondità, invece, rimane senza sole. Però può ritrovarlo tornando all’esterno. Perché l’approdo ultimo dello speleologo è l’uscita.Come ogni viaggiatore, che può definirsi tale solo quando ritorna a casa.

5)Come fai a tornare nel caos umano dopo il silenzio che incontri quando sei nelle profondità terrestri?

Come ti dicevo, la vita è fuori. Mi piace quell’odore di vegetale, di foglie morte e di radici, che l’olfatto percepisce, fortissimo, al momento di uscire da una lunga permanenza sotterranea. Mi piace la gente, mi piace il mondo, mi piacciono le città affollate. Sono innamorato delle storie, e penso che persino i territori sperduti e inesplorati, che tanto mi attraggono, varrebbero ben poco se non ci si andasse insieme ad altre persone. Ogni storia, per essere interessante, deve essere condivisa. Anche i viaggi solitari, che pure frequento, hanno senso solo se vengono raccontati. Insomma: il silenzio delle grotte non è l’antitesi del caos esterno, bensì il suo complemento. Del resto anche l’aria delle grotte altro non è che una parte dell’atmosfera.

 

 

6)I libri di foto, si diceva un tempo, costano. Le immagini in rete a costo zero, oggi, son costate lo svilimento di una professione e la morte dell’editoria d’immagini. Cosa ne pensi di questa spinosa questione?

Sì, è una questione spinosa. Assistiamo a cambiamenti di enorme portata, e il punto è proprio che a questi cambiamenti assistiamo passivamente, non lideterminiamo attivamente. Semplificando un po’ il concetto, il passaggio dall’informazione verticale a quella orizzontale ci ha colti impreparati. La rete è l’evoluzione esponenziale della piazza: chi è più scaltro o strilla più forte ottiene maggiore attenzione. Questo è bellissimo e stimolante, ma noi siamo cresciuti in un mondo in cui la parola e l’immagine stampate avevano l’autorevolezza conferita loro dal processo stesso di pubblicazione. Con la rete non è più così, non sempre. Guarda il materiale che viene condiviso sui social network: bambini e gattini, orrori e bellezze, petizioni e proteste; c’è di tutto: da cause nobili ad abili strategie di marketing. Oppure le immagini non filtrate che arrivano dai luoghi di guerra. Diffondendole facciamo la cosa giusta oppure stiamo abboccando alla propaganda, magari della parte politica che pensiamo di contrastare? Ma vengo alla tua domanda: gli editori che utilizzano materiali che pescano in rete (gratis o a poco prezzo) trasformano i loro prodotti editoriali in qualcosa di simile a ciò che possiamo trovare in rete. Perché dovrei pagare per consumare qualcosa che posso trovare gratis altrove?Un editore deve saper offrire di più. Non ne è capace? Allora è bene che si estingua.

7)Domanda assurda, forse buffa… ma dovuta: nel mondo onirico sogni mai di fare il tuo lavoro? Cosa ricordi di quei sogni?

Sarà buffa, ma è una domanda azzeccata. Perché è proprio dai sogni che ha preso forma il mio lavoro. Da bambino sognavo spesso di partire, e poi, già più grandicello, ai tempi dell’università studiavo solo ciò che mi consentiva di viaggiare o prometteva di portarmi lontano. Oggi invece non sogno quasi mai il mio lavoro: mi basta farlo. Ma quando lo sogno, be’, sono quasi incubi. Perché il mondo è troppo grande e non basta una vita.

8)Ci racconteresti di una creatura vera o immaginaria che hai incontrato nelle tue esplorazioni?

L’ombra. Incontro spesso la mia ombra, che mi precede o mi segue, o mi cammina accanto.

9)Te la sentiresti di consigliarci almeno due libri (in alternativa un viaggio in un luogo) capaci di offrire scoperte uniche davvero?

Viaggi da consigliare? Quelli tematici, con gli occhi aperti, seguendo un filo conduttore, una traccia. La destinazione è del tutto secondaria: non è necessario andare lontano. Basta dotarsi di penna e taccuino, e guardare il mondo con curiosità.Le idee si estraggono da quella miniera che sono i libri: le storie, se ben raccontate, consentono di fare grandi scoperte. Tra i libri che ho amato di più, e che hanno cambiato il mio modo di guardarmi intorno, consiglio «La zattera di pietra» di Saramago e «Il barone rampante» di Calvino. Ma pure «La vita davanti a sé» di Romain Gary:si svolge in un solo quartiere, ma contiene un mondo. Anche la musica fa fare bei viaggi: consiglio la discografia di Daniele Sepe, tra cui la nuova edizione di «Viaggi fuori dai paraggi» (2013), con alcuni inediti. E poi il disco d’esordio di una bravissima cantante napoletana, la poliglotta Flo: «D’amore e di altre cose irreversibili» (AgualocaRecords, 2013).

10)Ediciclo editore ha pubblicato il tuo ultimo bel libro. Gesto coraggioso e sano, in tempi difficili per l’editoria. Vedremo in libreria altri testi tuoi per la collana “Piccola filosofia di viaggio”?

E chi lo sa.In questo periodo sto lavorando a diversi progetti. Vedremo.

Natalino Russo* è nato a Caserta, ma vive a Roma. È un riconosciuto speleologo e abile scrittore italiano. Per saperne di più sui suoi libri e sul suo lavoro ecco il suo blog personale: www.natalinorusso.it/web/it

“Qui non crescono i fiori” : appunti pensati per un libro che vi consiglio.

"Qui non crescono i fiori" primo romanzo di Luca Giordano pubblicato da Isbn Edizioni di Milano.
“Qui non crescono i fiori” primo romanzo di Luca Giordano pubblicato da Isbn Edizioni di Milano.

“Qui non crescono i fiori” di Luca Giordano (Isbn Edizioni 2013, 198 pagine euro 17,90). Appunti per una non recensione.

Quando un libro ti piace è difficile scrivere una recensione. Per mille motivi. Dopo aver preso diverse pagine di appunti, ho pensato di provare a parlare di questo libro utilizzando un elenco. Possa perdonarmi l’autore, per questo elenco. Di lui ho molta stima per le storie che pensa e scrive.

“Qui non crescono i fiori” è un libro valido e bello perché:

-Contiene una storia credibile dalla prima all’ultima pagina.

-I personaggi hanno personalità, non sono fatti di carta velina e spago.(Per questo- quando uno scrivere storie valide- si chiamano personaggi e non burattini.)

-Non c’è il lieto fine? C’è? Non ve lo dirò io. C’è un finale giusto e potente.

-Le descrizioni di quel Sud sono molto vivaci e precise: l’autore non vive al sud, ma è uno ha viaggiato a lungo. Muovendosi dentro bei film, bei libri e paesi lontani: per scrivere bene forse non è indispensabile. Diceva un meccanico del mio paese, “Puoi nascere in un Ristorante e da grande vendere chiodi per anni. L’importante è sapere dove mettere i chiodi se si rompe un tavolo da ristorante.”

-Il disegno in copertina è fortemente evocativo. Anche il rosso di cui sono sporche le pagine lo è. Colori a parte, è un libro che ha pure alcuni odori: mentre lo leggi senti la sabbia, il sale, il mare e l’aria che c’è quando alle due di pomeriggio sei al sud e fa’ così caldo che pare voglia venire la fine del mondo. (se poi viene la fine del mondo davvero, meglio attenderla con un buon libro. O no?)

-Le storie (di mare, di famiglia, di disperazione, di rabbia, di sogni, di albe che non arrivano mai e tramonti che sembrano aspettarti con puntualità svizzera) come quella di “Qui non crescono i fiori”  sono poche. Mi è venuto in mente che storie così da piccolo mi capitava di leggerle a scuola, nell’antologia delle medie. Erano belle: ma spesso troppo brevi. Questa storia l’ho letta durante la fase di recupero post-intervento al ginocchio. Leggevo e dicevo: caspita, ma questo Giordano da quanto scrive?

-In alcuni punti la storia sembra un racconto per immagini. L’autore è uno sceneggiatore, certo. A rileggerla, questa storia, ti accorgi che l’effetto “appunti visivi” utilizzato in alcune frasi poste fra parentesi tonde è voluto.

-Si legge e si rilegge. C’è un’alternanza narrativa del “prima” e del “dopo” che funziona davvero. Duecento pagine di narrativa contemporanea, di questi tempi (quando non è buona narrativa) ti portano ovunque. “Qui non crescono i fiori” ti fa stare in quello spazio narrativo e basta. Mica male.

-Se proprio non mi credete, posso garantirvi che durante un controllo medico al ginocchio ho raccontato la trama del libro a un medico che legge pochissimo. Ha preso nota del titolo. Poi l’ha comprato davvero, il libro di Luca Giordano.

-Potrebbe non essere un libro perfetto, ma che importa? Si tratta del suo primo romanzo: niente è mai perfetto quando ti cimenti per la prima volta con una materia difficile come la scrittura. Sicuramente è uno dei più bei libri di narrativa contemporanea fra i tanti pubblicati in questo 2013. Lo dico da ex commesso di libreria, non per altro.

-Se amate il mare, il sud, le isole, le famiglie anomale e anche le terre dove non crescono i fiori… questo libro è per voi.

Ps Non mi pagano per scriverne. Niente di niente. Leggo tantissimo, recensisco solo quello che mi piace. Tutto qui.

5 domande a Luca Giordano: Intervista a un inventore di storie che gira il mondo a caccia di personaggi.

"Qui non crescono i fiori" primo romanzo di Luca Giordano pubblicato da Isbn Edizioni di Milano.
“Qui non crescono i fiori” primo romanzo di Luca Giordano pubblicato da Isbn Edizioni di Milano.

“I paesini arroccati del Chiapas e i visi sempre seri dei messicani. I randagi che ci stanno a Tehotiuacan. Il sudore. Ecco, quei posti mi hanno dato tantissimo in termini di descrizione. E ne ho approfittato…” (Luca Giordano*)

Il tuo primo libro è davvero un ottimo libro. Non perfetto, certo. Sei così giovane che sono sicuro avrai tempo per perfezionare il talento che già esiste. Pensi di voler continuare a raccontare storie anche attraverso i libri?

Credo proprio di sì. Ho iniziato a lavorare a un paio di storie e devo capire bene quale può interessarmi di più, quale tra le due sono in grado di scrivere meglio. Per ora sono solo embrioni. Probabilmente nessuno dei due diventerà un romanzo perché troverò una terza idea ancora migliore. Sono a quel punto in cui ancora non lo posso capire. Se poi dovessi cominciare a scrivere con più continuità per il cinema sarei solo contento, ma l’importante è raccontare storie che mi piacciono. Continuerò e, poco per volta, spero, riuscirò a migliorare fino alla perfezione. (Questa è una specie di minaccia.)

Di mestiere fai lo sceneggiatore. Che differenza c’è fra pensare per immagini e pensare per costrutti linguistici come quando scrivi in prosa?

Nonostante spesso inizi a scrivere pensando per il cinema, anche solo per avere una struttura solida e delle scelte ben precise, tra i due tipi di scrittura le differenze ce ne sono eccome. Più che altro, per quanto mi riguarda, anche se questo libro è piuttosto visivo, in un romanzo hai più libertà di divagare, di soffermarti su particolari che nella scrittura cinematografica puoi benissimo lasciare da parte. Hai meno regole. Nella maggior parte dei casi non scrivi nemmeno da solo, ma insieme a registi o altri colleghi. Devi fare scelte che siano fattibili per la messa in scena, magari per il gusto del produttore che ti dice che ci sta Raoul Bova anche se tu hai scritto un personaggio sessantenne. Poi, ovvio, una delle cose che hanno in comune è che se vuoi scrivere una cosa buona in entrambi i casi devi faticare, rischiare, essere pronto a fallire. Magari anche ricominciare da capo. 

La tua brevissima biografia dice che vivi a Torino. Però racconti benissimo il sud… ti andrebbe di dirci se ci sei stato o se prendi spunto dai libri che leggi e dai film che vedi?

Ho vissuto a Torino fino a vent’anni, ho sopportato Roma per gli ultimi otto e ora torno a casa. Sono stato in Sicilia per un paio di viaggi ma nulla più. Quindi sì, libri e film mi hanno enormemente aiutato a formare l’immaginario che è alla base di Qui non crescono i fiori. Leggere, leggere tantissimo, può solo aiutare chi scrive. Guardare tanto cinema, uguale. Poi ho fatto ricerche specifiche sull’isola in cui è ambientato ma, probabilmente, una delle cose che più mi hanno aiutato sono stati due viaggi che ho fatto negli ultimi anni. Un viaggio in solitaria in Messico e i mesi passati in Australia. Alcuni luoghi, gli odori, il calore del deserto di quei posti e le piogge improvvise che mi sono beccato nella campagna attorno a Sydney. I paesini arroccati del Chiapas e i visi sempre seri dei messicani. I randagi che ci stanno a Tehotiuacan. Il sudore. Ecco, quei posti mi hanno dato tantissimo in termini di descrizione. E ne ho approfittato. 

Parlaci, se ti va, di qualche tuo lavoro in uscita. O in preparazione. Senza svelare troppo, ovviamente!

Da qualche giorno abbiamo ricevuto l’ufficialità che il primo lungometraggio che ho scritto sarà in concorso a Venezia, nella sezione orizzonti. E’ il film di diploma del Centro Sperimentale, mio e di gran parte della troupe. La regia è di Enrico Maria Artale, e l’ho scritto insieme a lui e Francesco Cenni, uno dei giovanissimi nostri insegnanti che ha deciso da subito di partecipare al progetto. S’intitola Il terzo tempo, ed è la storia di un giovane che, uscito dal carcere minorile e nonostante i primi scontri con il proprio assistente sociale, trova nel rugby la possibilità di un riscatto che non si sarebbe mai sognato. E’ un esordio quasi per tutti, per molti attori, per il regista e gran parte dei reparti, quindi la soddisfazione è enorme e ne è uscito fuori un qualcosa che ho come l’impressione possa piacere a molti. Almeno lo spero. Ecco, questo è quello che ho in uscita. Fino a un paio d’anni fa una notizia del genere me la sognavo, quindi mi limito a parlare di questo che di questi tempi è già una gran cosa. 

Non credo alle storie a lieto fine. Forse neanche tu. Se esistono logiche della vita incomprensibili. Perché secondo te molti narratori contemporanei si ostinano a raccontare storie che finiscono sempre in modo romantico ma poco reale?

In realtà alle storie a lieto fine ci credo, e parecchio. Il problema è quando il finale è consolatorio perché conviene e non perché la storia lo richiede. Qui non crescono i fiori non è una storia che poteva finire bene, è un po’ come se Caino ad Abele gli facesse solo un piccolo taglietto sul costato. Abele non muore e son tutti felici e contenti. Adamo ed Eva non lo piangono, Caino è un po’ uno stronzo ma viene perdonato. Dio è tranquillo e pensa ad altro. Ecco, continuando su questo paradosso, forse alcuni narratori si accontentano del taglio sul costato. Queste scelte funzionano dal punto di vista delle vendite, è innegabile, e sono assolutamente convinto che sia giusto così. La maggior parte dei lettori ha bisogno di storie di questo tipo e il mercato deve accontentarli. Insomma, non credo che il problema sia del narratore che si ostina a raccontare storie che finiscono in modo romantico. Credo che la colpa sia quando questo viene fatto per convenienza o per pressione. Io probabilmente continuerò a scrivere storie di questo genere o con finali in cui non si intravede molta speranza ma, ne son convinto, quando troverò la storia giusta, che mi convince fino in fondo e che sarò in grado di scrivere, con un bellissimo lieto fine sarò solo contento. Per ora mi accontento. 

Luca Giordano* è un giovane e bravo sceneggiatore italiano. Come scrittore di prosa ha esordito con il romanzo: “Qui non crescono i fiori” (Isbn edizioni 2013). Per saperne di più sull’autore e leggere un estratto del suo libro:  http://www.isbnedizioni.it/libro/266

© Mario Schiavone per Inkistolio: Storie orticanti. RIPRODUZIONE RISERVATA DEI TESTI.

Abbandonare gli animali non è un reato, è mostruoso!

Unita edicola - Copia

Cari amici lettori, se state partendo per le vacanze (cosa difficile ma possibile) o se state traslocando…o se vi ha lasciato vostra moglie, o vostro marito etc etc…insomma se accade qualcosa di anomalo nella vostra vita NON ABBANDONATE UN ANIMALE IN STRADA. Non solo è reato, ma potreste essere (a vostra insaputa) dei mostri.

La storia (bella) di Attila dimostra che tutto si può risolvere:

http://terranera-mareblu.comunita.unita.it/2013/07/28/attila-un-cane-no-un-familiare/

Buona lettura a tutti voi e buona estate ai vostri amici a quattro zampe!

5 domande a Gianluca Attanasio: storia orticante di un campione Napoletano fuori dal comune!

Olimpiade quotidiane, libro di Gianluca Attanasio e Cinzia Cerasuolo (Ebone Edizioni)
“Olimpiadi   quotidiane” libro di Gianluca Attanasio e Cinzia Cerasuolo (Ebone Edizioni)

“L’Italia è un Paese davvero strano, vero il fatto che i disabili possono essere sia belli che bravi. Ma finché si è davanti alle telecamere o in un dibattito tv, io non credo che siano né belli né bravi, credo siano persone come le altre…” (Gianluca Attanasio*)

Un problema alle anche da piccolo. Il nuoto come terapia. Poi il talento viene fuori davvero e stare in piscina diventa una ragione di vita. Ti andrebbe di dirci a cosa pensavi durante tutta quella fatica?

 Hai centrato bene la domanda, parli di fatica. Credimi è davvero tanta, molta piu’ di quella che si può immaginare. I chilometri percorsi ogni giorno mi danno modo di pensare alle cose più svariate, e proprio pensando alla fatica il pensiero che mi viene spesso è : Se mi viene un infarto??? crepo qui ? La cosa a me fa ridere tanto. Sono molto realista, ma a dire il vero è solo un pensiero,  perché per una persona allenata, dove il cuore ha dato ampia prova di resistenza questo non può accadere. Diciamo che chi mangia, fuma e beve ha molte più probabilità di restare secco di me! Ma aldilà dell’autoironia, quello che conta è conservare la capacità di pensare alle cose belle della vita, alle sfide che ogni giorno troviamo sulla nostra strada.

Con questa storia della disabilità che aiuta, negli ultimi anni, alcuni personaggi assurdi in Italia hanno venduto l’idea che “il disabile” è bello e bravo. Io credo che un disabile, atleta o meno, sia una persona che prova a combattere ogni giorno come combattono tutte le persone normali. Ti andrebbe, in qualità di atleta a tuttotondo ( e non semplicemente “disabile”), di chiarire questa faccenda?

L’Italia è un Paese davvero strano, vero il fatto che i disabili possono essere sia belli che bravi. ma finché si è davanti alle telecamere o in un dibattito tv, io non credo che siano né belli né bravi. Solo persone come le altre che hanno le loro esperienze, le loro invidie e le loro cattiverie da distribuire. Dipende da uno che scelta fa della propria vita, c’e’ chi incanala il dispiacere e la delusione per una vita difficile nella cattiveria e chi nella bontà d’animo. Io mi identifico in questi ultimi, ma credimi, nel mondo dei Disabili ho incontrato tanta cattiveria e invidia e anche tanta indifferenza nei confronti di chi si attiva e lotta per i diritti dei cosiddetti “Deboli”. E’ un discorso complesso che non può essere riassunto, ma andrebbe discusso perché le contraddizioni sono davvero tante. So solo che ogni persona ha il suo modo di vivere la vita, ma su un punto mi trovo in comune accordo con tutti:, ognuno di noi compie la sua Olimpiade ogni giorno della propria vita, chi come me per nuotare ed essere libero e chi invece compie un’Olimpiade per scendere le scale di casa. Io mi ritengo davvero fortunato, ho avuto un’ educazione ottima da mia madre, sono cresciuto con valori sani.

Inkistolio:Storie Orticanti parla di storie fuori dal comune. La tua lo è. Cosa pensi di poter consigliare-considerato che ti sei avvicinato all’attività agonistica a 33 anni conseguendo brillanti risultati- a chi oggi non crede più nello sport?

Diciamo che i famosi 33 anni sono una leggenda metropolitana che gira in rete, in fondo sono un personaggio abbastanza seguito e questo è un fatto davvero strano, di solito i disabili non sono molto seguiti se non per fatti eclatanti di cronaca. Diciamo che io ho stravolto un po’ le regole, ma tornando a noi, la mia risposta è si, io consiglio sempre di fare attività sportiva agonistica, anche nel settore Master che annovera fior fiore di Atleti che hanno lasciato il mondo Agonistico top level.  Chi non crede più nello sport avrà i suoi motivi, aggiungo solo una cosa, bisogna fare attenzione a separare lo Sport al Mondo dello Sport. Quest’ultimo per me è pura gestione di un circo mediatico che spesso usa, consuma e getta via gli esseri umani, poi ci sono coloro che non cadono in questo meccanismo vizioso, sono coloro che io definisco Leggende dello Sport, coloro che hanno lasciato un segno indelebile, che si sono distinti e contraddistinti dai tanti che hanno vinto, hanno conosciuto il successo e sono spariti nel nulla, io con le mie battaglie a tutto tondo spero di essere annoverato nelle piccole leggende non dello sport ma del sacrificio.

Parlaci di una storia sportiva a te cara. Una poco famosa, ma sincera.

Di storie se ne possono raccontare tante, potrei parlarvi di una storia davvero bella che però non ha avuto la fortuna che meritava, è quella del mio allenatore che mi seguiva nel 2008 al Circolo Canottieri Napoli: Alessandro Peluso, definito l’ombra di Rosolino in Vasca. Lui era un vincente, un Ranista davvero forte che però non ha avuto la fortuna di sfondare. Forse lui poteva diventare una leggenda ma è stato consumato da quel sistema vizioso generato dal Mondo Sportivo dove o sei grande e subito o non c’e’ tempo per stare ad aspettare che il Campione venga fuori, Alessandro credo sia uno di questi. Però, per uno come me, lui è Leggenda, l’ho scritto nel libro “Olimpiadi Quotidiane” edito da Ebone Edizioni.  Oggi il mio Coach,così come accadeva ai tempi del Circolo Canottieri Napoli, porta la sua esperienza a bordo vasca. Un giovane tecnico che segue passo passo gli atleti più giovani, e proprio grazie alla sua esperienza è in grado di dare quei consigli davvero utili. Alessandro è un ottimo collaboratore di un gruppo fantastico messo su da Lello Avagnano, ex Finalista Olimpico Los Angeles ‘88, direttore Tecnico del Settore Nuoto della Canottieri Napoli. Ecco questa per me è una storia bella che ho approfondito ponendo al diretto interessato le mie curiosità.

Ultima domanda, di certo non meno importante delle altre: secondo te cosa manca al mondo dello sport di oggi per tornare a essere un mondo “sano” e non un contesto frutto di arrivismo allo stato puro?

Questa è una bella domanda che merita una risposta coraggiosa, sarò caustico e molto cattivo… manca lo spessore morale delle persone, che spesso inseguono il successo per occupare nella società un posto di supremazia e di ricchezza, molti hanno dimenticato i veri valori dello sport, disintegrati dal consumismo e dai soldi che piovono da ogni dove. Nel caso del Nuoto spesso gli atleti puntano ad entrare nei gruppi sportivi militari, per poi affievolirsi, tanto, il risultato del POSTO SICURO è arrivato, ovviamente non tutti sono così, ma credimi tanti lo sono. Quindi mi domando, dove siano finiti quelli che inseguono la sfida, che mettono loro stessi al servizio degli altri, dello stesso sport inteso come valore assoluto. Io, con grande difficoltà sto cercando di infondere questi valori specie con i giovani. Dico loro di essere Umili, disponibili ma spesso i risultati non ci sono, solo pochi hanno quello spessore che li fa essere DIVERSI. Una cosa che ci tengo a dire sempre è che per me lo sport è stato un compagno di viaggio che mi ha permesso di farmi ascoltare, di dare un immagine diversa dei disabili, di certo io non sono stato nè sono il più forte in acqua ma forse il più caparbio e (forse) anche  il Campione delle battaglie civiche, quello si!

Gianluca Attanasio*  è un atleta nazionale di nuoto ed è nato a Napoli il 4 dicembre 1969. Affetto da una malattia alle anche, inizia a praticare il nuoto molto presto e per scopi terapeutici. Si  afferma ai massimi livelli nazionali pur non essendo “nato nell’acqua” come altri campioni della sua categoria.  Entrato a far parte del circuito della FINP (ex CIP) solo nel 2007, ha conquistato dal 2008 ad oggi tre titoli italiani. Nel 2008 diventa campione italiano nei 50 e nei 100 metri stile libero. Nel 2009 conquista il terzo posto nazionale nei 400 stile libero. Poco dopo stabilisce il record nazionale dei 400 stile in vasca corta, laureandosi così campione italiano e  lo stesso anno conquista un oro  che lo porta ai vertici dei Campionati Assoluti Invernali. Nel 2009, il titolo di Ambasciatore per l’Etica e la Cultura Sportiva. Un ottimo campano e una persona simpatica che lotta davvero tanto per questa terra e per lo sport. Tanti raccontano la sua storia, pochi sanno che è campano doc e vive ancora qui. Facendo della sua passione una ragione di vita utile a sostenere chi è meno fortunato.

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© Mario Schiavone per Inkistolio: Storie orticanti. RIPRODUZIONE RISERVATA DEI TESTI.

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