5 domande orticanti allo scrittore Luca Martini

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“…Certo, anche io parlo di cose piccole che stanno per esplodere, di situazioni “comuni”, di personaggi normali, ma cerco di farlo usando il mio mondo, tenendo a mente la lezione carveriana…” (Luca Martini*)

 

1)La tua scrittura ha una cifra stilistica che sembra rifarsi, in maniera sincera, al minimalismo carveriano. Molti lo imitano, pochi davvero sono “figli” di quel genere. Cosa ne pensi?

Penso che Raymond Carver sia stato il più grande maestro del racconto breve per una intera generazione, e che, anche nel mio caso, sia stato un vero padre putativo letterario. “Cattedrale” è uno dei capolavori della narrativa del novecento. Penso al contempo di essermi allontanato, di aver, letterariamente, “ucciso il padre”, se non altro per le atmosfere, tipicamente italiane (spesso bolognesi) dei miei racconti. Certo, anche io parlo di cose piccole che stanno per esplodere, di situazioni “comuni”, di personaggi normali, ma cerco di farlo usando il mio mondo, tenendo a mente la lezione carveriana ma costruendomi un mio stile, una mia voce, qualcosa che mi renda riconoscibile.

2) Quando lavori ai tuoi racconti in che modo procedi?

Non esiste un modo che sia lo stesso per tutti. A volte mi viene l’idea, mi siedo a scrivere e in mezz’ora è tutto pronto. Altre, invece, l’idea mi ronza per la testa per mesi, poi un bel giorno – vai tu a capire perché – senti che è ora di metterla su carta. Altre ancora in cui ci metti giorni per scriverlo e mesi per rivederlo, e revisionarlo, ed editarlo, e cambiarlo, per poi, spesso, tornare a una versione simile alla prima ma più asciutta, tagliente ed efficace. Cesellare e lavorare di bulino è la mia passione.

3) Quali sono, rispetto alla tua formazione, cinque autori per te imprescindibili?

Tra gli italiani, senza dubbio Carlo Emilio Gadda e Giuseppe Berto (credo che “Il male oscuro” sia un capolavoro assoluto, al pari dell’ “Ulisse” di James Joyce. Poi, senz’altro Philip Roth, “Pastorale americana” è uno dei più grandi affreschi letterari di sempre. Poi, John Fante (e non c’è tanto da aggiungere, la sua saga su Arturo Bandini è ancora nel mio cuore, oltre che nelle mie dita) e uno scrittore minore e poco noto, ma dalla qualità assoluta: Breece D’J Pancake, un autore morto suicida a 26 anni che ha scritto una sola raccolta di racconti, “Trilobiti”, edita in Italia da ISBN. Leggere per credere.

4)Quanto c’è di reale nel tessuto narrativo che componi per le tue storie inventate?

Tutto e niente. Non si inventa nulla, si ruba un po’ dappertutto modificando i finali o cambiando i protagonisti. Spesso c’è del mio, ricordi della mia infanzia, e molte volte ci sono cose talmente reali che se fossero scritte sarebbero considerate assurde e impossibili. Sicché, ogni tanto è meglio addolcire le storie della vita, per non rischiare di essere scambiati per autori di fantascienza. Il risultato è un verisimile, una realtà falsata, o una finta realtà, qualcosa però in cui tutti si possono riconoscere.

5) Stai lavorando a storie nuove? Vuoi anticiparci qualcosa rispetto al materiale narrativo a cui stai lavorando in questo periodo?

Con piacere posso dirti che il mio nuovo romanzo uscirà a gennaio 2019 per Morellini Editore, e si chiamerà “Mio padre era comunista”. Sarà una storia familiare, una saga che andrà dagli anni settanta al 2010 circa, e narrerà la storia di un bambino che cresce in una famiglia di comunisti e diventa, come una specie di legge del contrappasso, un capitalista rampante. E poi, a ottobre 2018, uscirà una antologia che sto curando, sempre per Morellini, insieme all’amica Barbara Panetta, ispirata alla grande parabola della radio. Si chiamerà “On the radio”, storie di radio, dj e rock’n’ roll. Siamo in 23, (tra i tanti, autori del calibro di Paolo di Paolo, Sacha Naspini, Patrizia Rinaldi, Luca Bottura, Sandro Campani, e dj celebri, come Maurizio Faulisi, alias dr Feelgood, e un racconto commovente scritto da Maurizio Solieri, storico chitarrista di Vasco Rossi, e Leo Persuader, dj di fama nazionale, anche lui legato a Vasco e agli anni di Punto Radio). Inoltre, ci sarà la prefazione di Eugenio Finardi e sento che ci divertiremo molto a portarla in giro…

Luca Martini *(1971), bolognese, è presente in numerose antologie e riviste letterarie, ed è autore di circa trecento poesie, monologhi teatrali, una settantina di racconti, romanzi e favole illustrate. Nel 2008 ha vinto il premio Arturo Loria per il miglior racconto inedito. Un suo racconto, tramite il progetto “Sorprese Letterarie”, promosso dalla scuola Holden di Torino, è finito tra le sorprese di migliaia di uova di Pasqua. Tra le sue pubblicazioni più recenti: il romanzo Il tuo cuore è una scopa (Tombolini Editore, 2014), la raccolta di racconti L’amore non c’entra( La Gru, 2015), la raccolta collettiva di memorie Il nostro due agosto (nero) (Tombolini Editore, 2015) e il libro per bambini Il coccodrillo che voleva essere drago (D Editore, 2017). Insieme a Gianluca Morozzi ha curato le antologie di racconti  Più veloce della luce (Pendragon, 2017) e Vinyl, storie di dischi che cambiano la vita (Morellini, 2017).

Cinque domande orticanti allo scrittore Gianfranco Di Fiore

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“…mentre Wallace, per me, entra nelle storie che scrive interamente, fin quasi a muovere diegeticamente i simboli e gli “oggetti” della narrazione, più di tutto sul piano analitico, dove più la sua scrittura si fa pensiero, nella mia di scrittura entra invece massimamente il mio mondo, i miei mondi, i linguaggi e i codici che mi appartengono…”

(Gianfranco Di Fiore*)

1)Fra gli altri autori che vengono in mente leggendoti, giusto per “complicare” le cose nei confronti del lettore comune, di recente ti hanno paragonato a David Foster Wallace. Che ne pensi?

Devo dirti Mario che la sensazione all’inizio è stata molto strana; non si può non essere ammiratori di Wallace, io stesso trovo sia uno scrittore unico e dal talento immenso. Tuttavia, se per la complessità della struttura narrativa, le diramazioni di tracce secondarie che spesso aggiungono dimensioni ulteriori al racconto, l’incombenza della filosofia che tiene insieme non solo i significati ma spesso agisce come propulsore di senso e di suono sui significanti, se per tutte queste cose c’è molta somiglianza con il metodo di scrittura di Wallace credo ci siano poi delle differenze, e ben venga che ci siano, e in particolare una: mentre Wallace, per me, entra nelle storie che scrive interamente, fin quasi a muovere diegeticamente i simboli e gli “oggetti” della narrazione, più di tutto sul piano analitico, dove più la sua scrittura si fa pensiero, nella mia di scrittura entra invece massimamente il mio mondo, i miei mondi, i linguaggi e i codici che mi appartengono, maggiormente nella dimensione esistenziale, dove a differenza di Wallace questa invasione non genera compimento o sistema ma quasi disperde o disgrega le parti della narrazione, creando delle strutture non finite in cui l’autore lentamente svanisce, lasciando spazio al lettore e a delle soluzioni che mai arrivano a essere matematiche o certe. A ogni modo, sapere di essere stato paragonato a David Foster Wallace è una delle cose più belle che mi poteva capitare, e di questo sarò sempre grato alla letteratura, e a chi mi ha fatto questo splendido regalo (Francesco Durante).

 2)Hai scritto un paio di libri. Con il secondo sei già finito tra i libri più citati in Italia (compresa la selezione iniziale verso il Premio Strega). Ora, fama a parte, ti andrebbe di dirci come hai lavorato al tuo ultimo libro?

Il mio lavoro di scrittura è molto complesso e lungo, per “Quando sarai nel vento” ho lavorato sei anni, con una piccola pausa di qualche mese. Avevo in mente di scrivere una storia che tenesse insieme i luoghi raccontati nel libro sin da quando ero piccolo. Italia, Argentina, Stati Uniti e Francia sono le nazioni in cui la mia famiglia è disseminata e così per anni ho cercato di capire che tipo di storia occorresse per tenere insieme questi territori così vasti e lontani fra di loro. Son partito, come sempre, dal protagonista e per un anno mi sono dedicato alla costruzione della sua biografia, prendendo nota quando capitava di alcune scene o situazione che avrei voluto poi sviluppare nel romanzo. Di solito non inizio mai una stesura, né di romanzi né di racconti, se non ho il titolo definitivo, e così ho lavorato alla struttura del libro per due anni. Prima ho scalettato scena per scena il romanzo, compilando un elenco molto lungo di note e riferimenti che avrei dovuto seguire durante la stesura, che invece ho iniziato dopo due anni, appena ho trovato il titolo. Prima della stesura però ho compiuto un viaggio di ricerca che è durato cinque mesi: tre a Buenos Aires e nella Pampa, un mese a New York e un mese a Parigi. Sul luogo ovviamente le suggestioni erano così tante che la struttura del libro si è ingrossata e solo al ritorno in Italia mi son accorto che il materiale era così vasto da doverci poi lavorare ancora quattro anni. In Italia invece, in Abruzzo, ho capito subito che lì il lavoro da fare era diverso: quella città, quei luoghi, non esistevano più e il modo migliore per poter rendere credibile L’Aquila e i suoi ambienti era quello di reinventarli, partire dai dati reali, da ciò che era rimasto ma facendo un lavoro diverso; si trattava di creare qualcosa che non c’era, ipotizzando sia la sua forma passata che una possibile forma futura. Il resto, come sempre accade, è frutto di studio, di ricorsi alla musica, al cinema, alla fotografia e ai racconti di vita vera.

3)Sei Cilentano. Vivi altrove. Viaggi molto, per lavoro e per passione. Quando e come trovi il tempo per fermarti a scrivere?

Negli ultimi anni, per scrivere con grande regolarità (di solito resto al computer per 12 o 13 ore al giorno) ho lavorato molto poco, ho curato dei progetti che potevo seguire da casa, a parte alcune produzioni a New York, poi sono stato rinchiuso in casa a lavorare al romanzo. Occupandomi di comunicazione a più livelli, riesco spesso a curare piccoli progetti nelle parti di tempo che dovrei utilizzare per riposare occhi e mente, ma per necessità a volte cerco di tenere in piedi le anime diverse della scrittura. Ad ogni modo, quando lavoro ad un romanzo lo faccio sempre e solo a Capaccio. Se scrivo ho bisogno del mio mare, di guardare Paestum dall’alto, insieme a Capri, Sorrento e la Costiera, e nei momenti di stanca fermarmi a respirare l’aria fresca della collina. C’è un forte legame tra le mie pagine e la mia terra. Ma questo non accade mai in estate, perché in estate non scrivo, o per meglio dire non lavoro mai alla stesura dei miei romanzi: al massimo, in estate, mi dedico alle correzioni, allo studio, alla fase di editing che è molto diversa e richiede meno energie.

4)Quali sono 5 autori imprescindibili nella tua formazione artistica?

Come sempre dico, i miei riferimenti paradossalmente sono molto più fuori dalla letteratura e dai libri. Il cinema, la musica, la fotografia e la filosofia sono i cardini principali attorno ai quali ruotano le mie idee e le mie riflessioni. Ovvio che leggo moltissimo, da sempre, e guardo anche molta tv che per me risulta essere un grande pozzo di suggestioni e notizie utili da far confluire poi sulla pagina. Se devo citare cinque autori fondamentali nella mia formazione ti dico: Robert Musil, William Faulkner, John Fante, J. G. Ballard, Peter Handke.

5)Stai scrivendo un nuovo libro? Ti andrebbe di anticiparci qualcosa?

Ho un romanzo già pronto, che è molto diverso da “Quando sarai nel vento”, una struttura molto semplice e una trama lineare che riguarda una coppia di giovani. Poi sto lavorando a un altro romanzo, anche se da qualche mese sono fermo per via della promozione di questo appena uscito, e si tratta di un libro interamente ambientato nella mia città, che è Capaccio-Paestum ma non posso dire di più: di solito non parlo mai di ciò che sto scrivendo prima che venga pubblicato.

*Gianfranco Di Fiore è nato nel Cilento -ad Agropoli- nel 1978. Ha lavorato come regista e come sceneggiatore. Il suo primo romanzo s’intitola  “La notte dei petali bianchi” (Laurana Editore). Con il libro “Quando sarai nel vento” (66thand2nd Editore) ha riscosso un notevole successo di critica e di pubblico. Se non scrive, suona. Oppure, tempo permettendo, viaggia per il mondo.

Per acquistare il suo libro e saperne di più sulla sua scrittura ecco un link prezioso:    https://www.66thand2nd.com/libri/245-quando-sarai-nel-vento.asp

Mario Schiavone

Come scrivere…

Questo ruscello scorre vicino la casa in cui sono cresciuto...e che oggi non c'è più. Ci andavo spesso d'estate. Pur non trovandovi mai forme di vita diverse dai girini ero sempre felice di starmene lì a toccare l'acqua e a giocare con i sassi.

…scrivere con le mani sporche, col terreno nero sotto le unghie, con il sangue sulle labbra spaccate, con gli occhi stanchi e pieni di lacrime, scrivere per mettere punti e virgole e spazi e leggere scie e percorsi in quegli spazi a volte vuoti da morire in un rumore bianco non udibile a volte così pieni da strabordare come un fossato affogato d’acqua dopo il temporale. scrivere provando tutto questo e facendolo provare a chi ti legge. altrimenti, che diavolo si scrive a fare?

Mario Schiavone

L’appartamento- Mario Capello -Edizioni Tunué-

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Il romanzo L’appartamento di Mario Capello (Tunuè Editore, euro 9,90) è composto da tante piccole caselle di una scacchiera narrativa capace di mostrare mosse argute (passaggi letterari) che brillano di luce propria. Per scoprirlo non bisogna essere giocatori d’alto bordo, o aspiranti scacchisti dell’ultima ora ma solo lettori dotati di quella bussola che ha un ago capace di mirare in una sola direzione: la voglia di leggere buona letteratura.

La storia contenuta in questo prezioso libretto dalla raffinata copertina, narra del giovane protagonista Angelo, di un suo cliente chiamato Ferrero e di un segreto nascosto nelle parole (non dette) dell’uomo anziano e  nella voglia di non ascoltare del giovane venditore di case. In questo gioco di ruoli, in questo scambio reciproco che ricorda tanto un sacrificio di scacchi in cui un giocatore perde un pezzo per conquistare una buona posizione sul campo di battaglia, i due s’incontrano a poco a poco. Come un cavallo che si muove mostrando la sua danza elegante e al tempo stesso coraggiosa e  come un alfiere tenace, i due personaggi cominciano a conoscersi attraverso pochi gesti mirati: piccoli indizi nei giochi di faccia, qualche rimando verbale che profuma di educazione e buon maniere ai fini di un giusto rapporto fra impiegato e cliente. Chi vuole vendere cosa, o per meglio dire, chi ha Qualcosa cosa da “vendere”?  In questa mossa astuta si gioca tutta la partita narrativa messa in campo dall’autore. Mario Capello, come un vero scacchista, memore della lezione dei grandi autori che cita fra una riga e l’altra del libro, disegna una partita  elegante giocata fra due uomini che avrebbero potuto – in uno sconosciuto orizzonte degli eventi- non incontrarsi mai. Eppure s’incontrano, qualcosa accade pagina dopo pagina, parola dopo parola. La cifra migliore del libro tende a raccontare questo: a mostrarci, mossa dopo mossa, cosa davvero c’è sulla scacchiera e cosa non avrebbe potuto esserci. Lo sfondo è quello di un Paese, il nostro Paese.

Non capita spesso di leggere un libro così ben scritto; asciutto ed essenziale in ogni riga, preciso e misurato in ogni spazio immaginativo che si dilata con la sua forza narrativa fra un lemma e l’altro. Questa prova narrativa spinge Mario Capello (ormai al suo terzo libro) fra gli autori più interessanti nel panorama contemporaneo italiano, e se non bastasse questa recensione non resta che un solo invito: leggere il romanzo L’appartamento: a poco a poco o tutto d’un fiato conta poco, la partita ha inizio. Non tiratevi indietro. Dietro quelle caselle ogni pezzo/parola schierato/a in gioco ha qualcosa da raccontarvi. Buona lettura e buona partita.

Ps Pezzo toccato, pezzo giocato. Libro consigliato, libro divorato.

Per saperne di più e per comprare il libro, potete consultare il link che segue: http://www.ibs.it/code/9788867901388/capello-mario/appartamento.html

Mario Schiavone per Inkistolio:Storie Orticanti.

10 domande impossibili a Natalino Russo, speleologo e scrittore.

Il respiro delle Grotte di Natalino Russo

“…è proprio dai sogni che ha preso forma il mio lavoro. Da bambino sognavo spesso di partire, e poi, già più grandicello, ai tempi dell’università studiavo solo ciò che mi consentiva di viaggiare o prometteva di portarmi lontano.”

(Natalino Russo*)

 

1)Reporter ed esploratore. Forse anche un po’ filosofo. Quanto fa bene all’anima (tua e di chi ti legge) la tua voglia di ricercare e raccontare?

A quella di chi mi legge non lo so, ma all’animaccia mia fa molto bene. Il racconto è uno strumento sottile, preciso, tagliente; è già di per sé una ricerca. Cerco di usarlo nelle sue diverse forme, dalla fotografia alla parola scritta a quella parlata. Vado in giro per ritagliarmi pagine bianche, che poi riempio di appunti, disegni, storie. Raccontare è condividere: cosa ne sarebbe di noi se non condividessimo ciò che siamo?

2)Osservando da vicino il tuo lavoro da speleologo, viene da pensare (anche stupidamente, se vogliamo): ma chi diavolo te lo fa fare di andare fin lì sotto a scovare segreti che il resto del mondo pare ignorare volentieri?

Là sotto ci sono due cose preziose: l’ignoto e la frontiera. Innanzitutto le grotte custodiscono gli ultimi posti inesplorati del pianeta. Sotto le montagne, l’occhio dei satelliti non arriva: per scoprire posti nuovi bisogna proprio andarci, come si faceva fino a un secolo fa mettendosi per mare verso orizzonti ignoti. In grotta l’esplorazione è ancora possibile. Esplorare il mondo sotterraneo significa metterci piede per la prima volta, illuminarlo, scrivere nuovi nomi sulle mappe, aggiungere pezzi alla geografia del noto. Tuttavia, dentro le montagne non ci sono mete da raggiungere, ma frontiere da superare. Il fondo di una grotta non è il punto più lontano raggiungibile, bensì quello più lontano raggiunto fino a quel momento. Il fondo di una grotta esiste perché è stato raggiunto da qualcuno, che ha percorso per la prima volta la strada per arrivarci; per gli esploratori successivi, quel fondo non è una meta bensì un punto di partenza: non arrivano fin lì per dire «Ci sono stato», ma da lì partono per esplorare ancora. Eccola, la frontiera di cui ti parlavo poc’anzi. È una frontiera da immaginare, per citare un bel libro di Andrea Gobetti (da poco ristampato, ndr). L’ignoto e la frontiera nutrono la fantasia di molti speleologi e alimentano buona parte della letteratura di viaggio e di avventura, anche fuori dalle grotte.

3)Esplorare fa rima con raccontare. A te riescono bene entrambe le cose. Come e quando hai capito che potevi fare il lavoro di reporter?

Nell’adolescenza, credo. La passione per il viaggio l’ho ereditata dai miei genitori: dopo alcune estati al mare, comprarono un vecchio Fiat Ducato e lo trasformarono in una specie di camper. Lo chiamavamo semplicemente «Il Furgone». A bordo del Furgone abbiamo girato l’Europa in lungo e in largo, senza prenotare nulla, dormendo dove capitava. Almeno per dieci anni, per dieci estati di seguito. Quei viaggi hanno segnato profondamente la mia adolescenza. Li custodisco in buffi diari che predisponevo prima di partire: ogni volta confezionavo un quaderno di viaggiofatto di schede giornaliere che poi compilavo con tempi, distanze, costi. Ogni viaggio aveva un titolo, un sottotitolo e una specie dilogo. Quei quaderni sono zeppi di appunti, osservazioni sulla natura e sul paesaggio, scampoli di dialoghi e di incontri. Oggi scrivo storie di viaggio e compilo guide per viaggiatori. Tutto sommato non è tanto diverso dai giochi che facevo da ragazzo insieme a mio fratello Luigi. Che in questo momento è in sella alla sua bicicletta alla volta dell’Iran. In solitaria.

4)La tua scrittura è fatta di necessari confronti fra il mondo di superficie (giornalisti a caccia di notizie facili, gente spaventata dalle esplorazioni, etc.) e il mondo sotterraneo in cui trovi spunti per le tue riflessioni narrative ed esistenziali.  Cosa manca a chi sta sempre in superficie; e cosa a chi sceglie le profondità terrestri?

A chi sta fuori, spesso manca proprio quella frontiera, cioè l’idea che ci sia un oltre. L’andar per grotte offre, per certi versi, un’occasione metaforica: quella di tracciare una via, piuttosto che limitarsi a seguire rotte predeterminate. Chi sceglie la profondità, invece, rimane senza sole. Però può ritrovarlo tornando all’esterno. Perché l’approdo ultimo dello speleologo è l’uscita.Come ogni viaggiatore, che può definirsi tale solo quando ritorna a casa.

5)Come fai a tornare nel caos umano dopo il silenzio che incontri quando sei nelle profondità terrestri?

Come ti dicevo, la vita è fuori. Mi piace quell’odore di vegetale, di foglie morte e di radici, che l’olfatto percepisce, fortissimo, al momento di uscire da una lunga permanenza sotterranea. Mi piace la gente, mi piace il mondo, mi piacciono le città affollate. Sono innamorato delle storie, e penso che persino i territori sperduti e inesplorati, che tanto mi attraggono, varrebbero ben poco se non ci si andasse insieme ad altre persone. Ogni storia, per essere interessante, deve essere condivisa. Anche i viaggi solitari, che pure frequento, hanno senso solo se vengono raccontati. Insomma: il silenzio delle grotte non è l’antitesi del caos esterno, bensì il suo complemento. Del resto anche l’aria delle grotte altro non è che una parte dell’atmosfera.

 

 

6)I libri di foto, si diceva un tempo, costano. Le immagini in rete a costo zero, oggi, son costate lo svilimento di una professione e la morte dell’editoria d’immagini. Cosa ne pensi di questa spinosa questione?

Sì, è una questione spinosa. Assistiamo a cambiamenti di enorme portata, e il punto è proprio che a questi cambiamenti assistiamo passivamente, non lideterminiamo attivamente. Semplificando un po’ il concetto, il passaggio dall’informazione verticale a quella orizzontale ci ha colti impreparati. La rete è l’evoluzione esponenziale della piazza: chi è più scaltro o strilla più forte ottiene maggiore attenzione. Questo è bellissimo e stimolante, ma noi siamo cresciuti in un mondo in cui la parola e l’immagine stampate avevano l’autorevolezza conferita loro dal processo stesso di pubblicazione. Con la rete non è più così, non sempre. Guarda il materiale che viene condiviso sui social network: bambini e gattini, orrori e bellezze, petizioni e proteste; c’è di tutto: da cause nobili ad abili strategie di marketing. Oppure le immagini non filtrate che arrivano dai luoghi di guerra. Diffondendole facciamo la cosa giusta oppure stiamo abboccando alla propaganda, magari della parte politica che pensiamo di contrastare? Ma vengo alla tua domanda: gli editori che utilizzano materiali che pescano in rete (gratis o a poco prezzo) trasformano i loro prodotti editoriali in qualcosa di simile a ciò che possiamo trovare in rete. Perché dovrei pagare per consumare qualcosa che posso trovare gratis altrove?Un editore deve saper offrire di più. Non ne è capace? Allora è bene che si estingua.

7)Domanda assurda, forse buffa… ma dovuta: nel mondo onirico sogni mai di fare il tuo lavoro? Cosa ricordi di quei sogni?

Sarà buffa, ma è una domanda azzeccata. Perché è proprio dai sogni che ha preso forma il mio lavoro. Da bambino sognavo spesso di partire, e poi, già più grandicello, ai tempi dell’università studiavo solo ciò che mi consentiva di viaggiare o prometteva di portarmi lontano. Oggi invece non sogno quasi mai il mio lavoro: mi basta farlo. Ma quando lo sogno, be’, sono quasi incubi. Perché il mondo è troppo grande e non basta una vita.

8)Ci racconteresti di una creatura vera o immaginaria che hai incontrato nelle tue esplorazioni?

L’ombra. Incontro spesso la mia ombra, che mi precede o mi segue, o mi cammina accanto.

9)Te la sentiresti di consigliarci almeno due libri (in alternativa un viaggio in un luogo) capaci di offrire scoperte uniche davvero?

Viaggi da consigliare? Quelli tematici, con gli occhi aperti, seguendo un filo conduttore, una traccia. La destinazione è del tutto secondaria: non è necessario andare lontano. Basta dotarsi di penna e taccuino, e guardare il mondo con curiosità.Le idee si estraggono da quella miniera che sono i libri: le storie, se ben raccontate, consentono di fare grandi scoperte. Tra i libri che ho amato di più, e che hanno cambiato il mio modo di guardarmi intorno, consiglio «La zattera di pietra» di Saramago e «Il barone rampante» di Calvino. Ma pure «La vita davanti a sé» di Romain Gary:si svolge in un solo quartiere, ma contiene un mondo. Anche la musica fa fare bei viaggi: consiglio la discografia di Daniele Sepe, tra cui la nuova edizione di «Viaggi fuori dai paraggi» (2013), con alcuni inediti. E poi il disco d’esordio di una bravissima cantante napoletana, la poliglotta Flo: «D’amore e di altre cose irreversibili» (AgualocaRecords, 2013).

10)Ediciclo editore ha pubblicato il tuo ultimo bel libro. Gesto coraggioso e sano, in tempi difficili per l’editoria. Vedremo in libreria altri testi tuoi per la collana “Piccola filosofia di viaggio”?

E chi lo sa.In questo periodo sto lavorando a diversi progetti. Vedremo.

Natalino Russo* è nato a Caserta, ma vive a Roma. È un riconosciuto speleologo e abile scrittore italiano. Per saperne di più sui suoi libri e sul suo lavoro ecco il suo blog personale: www.natalinorusso.it/web/it

#Recensioni: Undici solitudini – Richard Yates.

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Undici solitudini – Richard Yates. Pagine 257. Minimum Fax 2006.

Recensione di Ilaria Scarpiello.

“Dio lo sa, Bernie, Dio lo sa che una finestra ci dovrebbe essere da qualche parte, per ciascuno di noi.”

La solitudine, fedele compagna dell’uomo cosiddetto moderno, non va ignorata, va raccontata. La solitudine va cantata, descritta, la sua esistenza va diffusa, non nascosta sotto il tappeto come spazzatura. Solo in questo modo si ha la possibilità di sentirsi meno soli, almeno per un po’. Richard Yates, burbero cantore di storie dirette come pugni allo stomaco, ne racconta undici nella raccolta di racconti “Undici solitudini”, riedita da Minimum Fax nel 2006. Racconti che descrivono le vite piene di solitudine di persone “normali”, maestre e tassisti newyorkesi, segretarie e aspiranti scrittori di Manhattan e Brooklyn, che sognano il successo, l’ambito sogno americano degli anni sessanta, le possibilità e le occasioni promesse a tutti e che faticano a palesarsi. I personaggi di Yates, in fondo, sembrano intuire che non tutte le storie hanno un lieto fine, ma sembrano scacciare via questo orrendo pensiero dalla testa come si fa con una mosca troppo insistente e fastidiosa. Come fare a sopportare tutta questa immeritata solitudine, allora? Proiettandola sugli altri, su chi ci sta intorno, ovviamente, una difesa psicologica che raramente fallisce, ma che rende incompleti e nevrotici. I protagonisti di questa raccolta di racconti di Yates sono cattivi, tristi come chiunque non si mette mai in discussione, come chi pensa di essere sempre dalla parte della ragione, di non avere mai torto. Ai vessati restano solo gesti di rabbia, episodi di vacua violenza, che lasciano stremati e vuoti e incompresi. “Undici solitudini” è un capolavoro, uno specchio in cui rifletterci e vergognarci, perché abbiamo sempre qualche motivo per cui vergognarci. “Undici solitudini” mostra in tutta la sua potenza le capacità di un autore, Richard Yates, che ha contribuito in prima persona alla grandezza della narrativa americana del secondo Novecento.

Per saperne di più o acquistare il libro: http://www.minimumfax.com/libri/scheda_libro/72

© Ilaria Scarpiello 2014 per Inkistolio: Storie Orticanti. RIPRODUZIONE TESTI RISERVATA.

#Recensioni:Le vite impossibili di Greta Wells – Andrew Sean Greer.

Le vite impossibili di Greta Wells

Le vite impossibili di Greta Wells – Andrew Sean Greer.pagine 292.Bompiani 2013.

Recensione di Ilaria Scarpiello.

“Una volta nella vita, l’impensabile capita a tutti.”

È un rigido inverno newyorkese del 1985 quando Greta Wells, trentunenne sofferente reduce da un grave lutto e un amore esaurito, si ritrova a viaggiare nel tempo come effetto collaterale di una terapia ciclica di elettroshock. Greta, ogniqualvolta subisce il trattamento elettroconvulsivante, viene catapultata nei panni delle sue vite precedenti, o parallele, del 1918 e del 1941. Donne temporalmente lontane e differenti da lei, certo, ma con affinità profonde legate alle tensioni familiari e alle scelte difficili da compiere. Greta Wells sarà chiamata ad affrontare perdite e occasioni offerte dal destino anche in epoche diverse dalla sua, cercando di aiutare le altre sé stessa a uscire vittoriose da questa gara senza tempo che è la vita, scoprendo nuove ed inaspettate sfaccettature del suo essere.

“Quando era bambina, signora, era questa la donna che lei sognava di diventare?”

“Le vite impossibili di Greta Wells” è il nuovo romanzo di Andrew Sean Greer (Bompiani, 2013), indimenticabile autore de “La storia di un matrimonio” e “Le confessioni di Max Tivoli”, una storia accattivante, costruita bene e con una scrittura potente, ma che, rispetto ai lavori precedenti, sembra carente di quella magica polvere di stelle capace di catapultarti là dove l’autore vuole, dietro le spalle dei protagonisti, ad osservare con loro quello che accade fuori da una finestra o dentro una stanza. Greta Wells non riesce a renderti appetibile nemmeno una delle sue tre vite, come protagonista trae energia vitale da quelli che sono i personaggi più interessanti, ovvero i secondari come il gemello Felix, la zia Ruth, Nathan e la signora Green. Greta sembra sempre sul punto di decollare fra le pagine, come nelle sue vite, ma non lo fa mai, nemmeno nel finale, forse un giusto avvertimento sulla realtà del nostro quotidiano che però stona con la trama fiabesca del romanzo. Siamo lettori, pretendiamo la magia se ci viene promessa.

Per saperne di più o acquistare il libro:

http://www.ibs.it/code/9788845274602/greer-andrew-s/vite-impossibili-di-greta.html

© Ilaria Scarpiello 2014 per Inkistolio: Storie Orticanti. RIPRODUZIONE TESTI RISERVATA.

Se una mattina di giugno.

Venditrice di lumache casertane.

Ho scoperto che certi giorni accadono cose incredibili: Perdi un’agenda, trovi delle lumache, ritrovi una persona cara. Parlo del mese di giugno, di quanto mi è accaduto in quei giorni. Il racconto di quanto accaduto  lo trovate, come altre storie mie, sul blog Terra Nera, Mare Blu che seguo per il quotidiano l’Unità: http://terranera-mareblu.comunita.unita.it/2013/10/18/terra-dei-fuochi-2013-vivere-come-una-rana-inconsapevole/ Secondo me questa storia -che rimane comunque  e per fortuna una pagina “ibrida”- contiene delle immagini belle. Mi piacerebbe sapere cosa pensate di questa storia che ho appena pubblicato. Seguite il link del blog e…buona lettura! Mario S.

5 domande a un autore insolito e anomalo, ma sempre sincero: Franz Krauspenhaar!

1975 (Caratteri Mobili editore), un libro di Franz Krauspenhaar.
1975 (Caratteri Mobili editore), un libro di Franz Krauspenhaar.

Franz Krauspenhaar, nonostante i mille impegni, ha trovato il tempo di rispondere a cinque domande. Per questo motivo, lo ringrazio di cuore per questa breve ma intensa intervista. Buona lettura a tutti voi e grazie.

“…fare i professionisti in un mondo di dilettanti. Non è piacevole. Ma l’Italia è la culla degli improvvisatori…” (Franz Krauspenhaar*)

Scrittore, poeta, traduttore, blogger. Ti andrebbe di dirci come hai cominciato a scrivere e perché?

Traduttore non più. Blogger ormai pochissimo. Ho cominciato a scrivere perché disegnavo fumetti ma non ero bravo a fare i corpi e dunque ho tradotto delle storie visive in racconti.

 Sulla rivista letteraria Nazione Indiana ho letto un pezzo d’archivio in cui raccontavi della tua visita a casa della Mazzantini… Una storia che mi ha colpito molto. Perdona la domanda: Quella storia è del tutto vera o (anche) un po’ romanzata?

La storia della Mazzantini è finta; ho preso un’intervista fatta a Panorama dalla scrittrice e ci ho aggiunto il sottoscritto in visita… Ne è venuta fuori una cosa abbastanza divertente e credo liberatoria.

 Sei uno dei fondatori di Tornogiovedi, spazio culturale della rete web molto frequentato. Ti andrebbe di dirci com’ è venuta l’idea a te e agli altri fondatori?

Io mi sono trovato la pappa pronta, devo dire. L’idea è tutta di Fernando Coratelli, Luigi Carrozzo e Paolo Spada. Mi hanno coinvolto a cose quasi fatte e ho aderito con grande piacere. Per il resto, a loro è venuta l’idea di una webzine culturale con la scadenza settimanale, e con uscita al giovedì; l’idea del nome è di Paolo.

Tempo fa mi hai detto: “Noi non facciamo parte di nessun giro. Siamo solo un gruppo di amici che fa volontariato culturale!” Quanta fatica costa fare volontariato culturale in Italia?

Cosa vuol dire? vuol dire fare le cose gratis. E allo stesso tempo comportarsi da professionisti. Dunque fare i professionisti in un mondo di dilettanti. Non è piacevole. Ma l’Italia è la culla degli improvvisatori. Quanto costa? Bisognerebbe quantificare in mancati introiti. Ma lasciamo perdere.

So che ami la pittura. Se i tuoi libri fossero quadri, che stile avrebbero?

I miei libri sarebbero dei quadri moderni, ma figurativi. Sono molto attaccato alla concretezza, anche quando non sembra. Sarebbero quadri molto materici, tanto che al tatto sarebbero anche taglienti.

Franz Krauspenhaar* è uno scrittore e poeta italiano. Ha fatto parte delle redazioni di alcuni tra i più famosi blog letterari italiani prima di contribuire alla fondazione di http://www.tornogiovedi.it/ .

Ha pubblicato diversi libri. Fra gli altri:  Avanzi di balera (Addictions, 2000), Le cose come stanno (Baldini & Castoldi, 2003), Cattivo sangue (Baldini Castoldi Dalai, 2005), Era mio padre (Fazi, 2008), L’inquieto vivere segreto (Transeuropa, 2009), il breve romanzo-saggio Un viaggio con Francis Bacon (Zona, 2010), 1975 (Caratterimobili), La passione del calcio (Perdisa Pop.2011), Le monetine del Raphaël (Gaffi, 2012). Con il libro “Era mio padre” ha vinto il Premio Palmi speciale per la narrativa edizione 2008.

Per saperne di più su Franz Krauspenhaar qui una sua biografia: http://it.wikipedia.org/wiki/Franz_Krauspenhaar

Per acquistare i libri di Franz  potete consultare questa pagina:http://www.ibs.it/ser/serfat.asp?site=libri&xy=franz+krauspenhaar

© Mario Schiavone per Inkistolio: Storie orticanti. RIPRODUZIONE RISERVATA DEI TESTI. 

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