10 domande impossibili a Natalino Russo, speleologo e scrittore.

Il respiro delle Grotte di Natalino Russo

“…è proprio dai sogni che ha preso forma il mio lavoro. Da bambino sognavo spesso di partire, e poi, già più grandicello, ai tempi dell’università studiavo solo ciò che mi consentiva di viaggiare o prometteva di portarmi lontano.”

(Natalino Russo*)

 

1)Reporter ed esploratore. Forse anche un po’ filosofo. Quanto fa bene all’anima (tua e di chi ti legge) la tua voglia di ricercare e raccontare?

A quella di chi mi legge non lo so, ma all’animaccia mia fa molto bene. Il racconto è uno strumento sottile, preciso, tagliente; è già di per sé una ricerca. Cerco di usarlo nelle sue diverse forme, dalla fotografia alla parola scritta a quella parlata. Vado in giro per ritagliarmi pagine bianche, che poi riempio di appunti, disegni, storie. Raccontare è condividere: cosa ne sarebbe di noi se non condividessimo ciò che siamo?

2)Osservando da vicino il tuo lavoro da speleologo, viene da pensare (anche stupidamente, se vogliamo): ma chi diavolo te lo fa fare di andare fin lì sotto a scovare segreti che il resto del mondo pare ignorare volentieri?

Là sotto ci sono due cose preziose: l’ignoto e la frontiera. Innanzitutto le grotte custodiscono gli ultimi posti inesplorati del pianeta. Sotto le montagne, l’occhio dei satelliti non arriva: per scoprire posti nuovi bisogna proprio andarci, come si faceva fino a un secolo fa mettendosi per mare verso orizzonti ignoti. In grotta l’esplorazione è ancora possibile. Esplorare il mondo sotterraneo significa metterci piede per la prima volta, illuminarlo, scrivere nuovi nomi sulle mappe, aggiungere pezzi alla geografia del noto. Tuttavia, dentro le montagne non ci sono mete da raggiungere, ma frontiere da superare. Il fondo di una grotta non è il punto più lontano raggiungibile, bensì quello più lontano raggiunto fino a quel momento. Il fondo di una grotta esiste perché è stato raggiunto da qualcuno, che ha percorso per la prima volta la strada per arrivarci; per gli esploratori successivi, quel fondo non è una meta bensì un punto di partenza: non arrivano fin lì per dire «Ci sono stato», ma da lì partono per esplorare ancora. Eccola, la frontiera di cui ti parlavo poc’anzi. È una frontiera da immaginare, per citare un bel libro di Andrea Gobetti (da poco ristampato, ndr). L’ignoto e la frontiera nutrono la fantasia di molti speleologi e alimentano buona parte della letteratura di viaggio e di avventura, anche fuori dalle grotte.

3)Esplorare fa rima con raccontare. A te riescono bene entrambe le cose. Come e quando hai capito che potevi fare il lavoro di reporter?

Nell’adolescenza, credo. La passione per il viaggio l’ho ereditata dai miei genitori: dopo alcune estati al mare, comprarono un vecchio Fiat Ducato e lo trasformarono in una specie di camper. Lo chiamavamo semplicemente «Il Furgone». A bordo del Furgone abbiamo girato l’Europa in lungo e in largo, senza prenotare nulla, dormendo dove capitava. Almeno per dieci anni, per dieci estati di seguito. Quei viaggi hanno segnato profondamente la mia adolescenza. Li custodisco in buffi diari che predisponevo prima di partire: ogni volta confezionavo un quaderno di viaggiofatto di schede giornaliere che poi compilavo con tempi, distanze, costi. Ogni viaggio aveva un titolo, un sottotitolo e una specie dilogo. Quei quaderni sono zeppi di appunti, osservazioni sulla natura e sul paesaggio, scampoli di dialoghi e di incontri. Oggi scrivo storie di viaggio e compilo guide per viaggiatori. Tutto sommato non è tanto diverso dai giochi che facevo da ragazzo insieme a mio fratello Luigi. Che in questo momento è in sella alla sua bicicletta alla volta dell’Iran. In solitaria.

4)La tua scrittura è fatta di necessari confronti fra il mondo di superficie (giornalisti a caccia di notizie facili, gente spaventata dalle esplorazioni, etc.) e il mondo sotterraneo in cui trovi spunti per le tue riflessioni narrative ed esistenziali.  Cosa manca a chi sta sempre in superficie; e cosa a chi sceglie le profondità terrestri?

A chi sta fuori, spesso manca proprio quella frontiera, cioè l’idea che ci sia un oltre. L’andar per grotte offre, per certi versi, un’occasione metaforica: quella di tracciare una via, piuttosto che limitarsi a seguire rotte predeterminate. Chi sceglie la profondità, invece, rimane senza sole. Però può ritrovarlo tornando all’esterno. Perché l’approdo ultimo dello speleologo è l’uscita.Come ogni viaggiatore, che può definirsi tale solo quando ritorna a casa.

5)Come fai a tornare nel caos umano dopo il silenzio che incontri quando sei nelle profondità terrestri?

Come ti dicevo, la vita è fuori. Mi piace quell’odore di vegetale, di foglie morte e di radici, che l’olfatto percepisce, fortissimo, al momento di uscire da una lunga permanenza sotterranea. Mi piace la gente, mi piace il mondo, mi piacciono le città affollate. Sono innamorato delle storie, e penso che persino i territori sperduti e inesplorati, che tanto mi attraggono, varrebbero ben poco se non ci si andasse insieme ad altre persone. Ogni storia, per essere interessante, deve essere condivisa. Anche i viaggi solitari, che pure frequento, hanno senso solo se vengono raccontati. Insomma: il silenzio delle grotte non è l’antitesi del caos esterno, bensì il suo complemento. Del resto anche l’aria delle grotte altro non è che una parte dell’atmosfera.

 

 

6)I libri di foto, si diceva un tempo, costano. Le immagini in rete a costo zero, oggi, son costate lo svilimento di una professione e la morte dell’editoria d’immagini. Cosa ne pensi di questa spinosa questione?

Sì, è una questione spinosa. Assistiamo a cambiamenti di enorme portata, e il punto è proprio che a questi cambiamenti assistiamo passivamente, non lideterminiamo attivamente. Semplificando un po’ il concetto, il passaggio dall’informazione verticale a quella orizzontale ci ha colti impreparati. La rete è l’evoluzione esponenziale della piazza: chi è più scaltro o strilla più forte ottiene maggiore attenzione. Questo è bellissimo e stimolante, ma noi siamo cresciuti in un mondo in cui la parola e l’immagine stampate avevano l’autorevolezza conferita loro dal processo stesso di pubblicazione. Con la rete non è più così, non sempre. Guarda il materiale che viene condiviso sui social network: bambini e gattini, orrori e bellezze, petizioni e proteste; c’è di tutto: da cause nobili ad abili strategie di marketing. Oppure le immagini non filtrate che arrivano dai luoghi di guerra. Diffondendole facciamo la cosa giusta oppure stiamo abboccando alla propaganda, magari della parte politica che pensiamo di contrastare? Ma vengo alla tua domanda: gli editori che utilizzano materiali che pescano in rete (gratis o a poco prezzo) trasformano i loro prodotti editoriali in qualcosa di simile a ciò che possiamo trovare in rete. Perché dovrei pagare per consumare qualcosa che posso trovare gratis altrove?Un editore deve saper offrire di più. Non ne è capace? Allora è bene che si estingua.

7)Domanda assurda, forse buffa… ma dovuta: nel mondo onirico sogni mai di fare il tuo lavoro? Cosa ricordi di quei sogni?

Sarà buffa, ma è una domanda azzeccata. Perché è proprio dai sogni che ha preso forma il mio lavoro. Da bambino sognavo spesso di partire, e poi, già più grandicello, ai tempi dell’università studiavo solo ciò che mi consentiva di viaggiare o prometteva di portarmi lontano. Oggi invece non sogno quasi mai il mio lavoro: mi basta farlo. Ma quando lo sogno, be’, sono quasi incubi. Perché il mondo è troppo grande e non basta una vita.

8)Ci racconteresti di una creatura vera o immaginaria che hai incontrato nelle tue esplorazioni?

L’ombra. Incontro spesso la mia ombra, che mi precede o mi segue, o mi cammina accanto.

9)Te la sentiresti di consigliarci almeno due libri (in alternativa un viaggio in un luogo) capaci di offrire scoperte uniche davvero?

Viaggi da consigliare? Quelli tematici, con gli occhi aperti, seguendo un filo conduttore, una traccia. La destinazione è del tutto secondaria: non è necessario andare lontano. Basta dotarsi di penna e taccuino, e guardare il mondo con curiosità.Le idee si estraggono da quella miniera che sono i libri: le storie, se ben raccontate, consentono di fare grandi scoperte. Tra i libri che ho amato di più, e che hanno cambiato il mio modo di guardarmi intorno, consiglio «La zattera di pietra» di Saramago e «Il barone rampante» di Calvino. Ma pure «La vita davanti a sé» di Romain Gary:si svolge in un solo quartiere, ma contiene un mondo. Anche la musica fa fare bei viaggi: consiglio la discografia di Daniele Sepe, tra cui la nuova edizione di «Viaggi fuori dai paraggi» (2013), con alcuni inediti. E poi il disco d’esordio di una bravissima cantante napoletana, la poliglotta Flo: «D’amore e di altre cose irreversibili» (AgualocaRecords, 2013).

10)Ediciclo editore ha pubblicato il tuo ultimo bel libro. Gesto coraggioso e sano, in tempi difficili per l’editoria. Vedremo in libreria altri testi tuoi per la collana “Piccola filosofia di viaggio”?

E chi lo sa.In questo periodo sto lavorando a diversi progetti. Vedremo.

Natalino Russo* è nato a Caserta, ma vive a Roma. È un riconosciuto speleologo e abile scrittore italiano. Per saperne di più sui suoi libri e sul suo lavoro ecco il suo blog personale: www.natalinorusso.it/web/it

5 domande orticanti a Antonio Maria Logani: uno scrittore divertito e divertente!

Antonio Maria Logani-Scrittore“Bene. Vuoi fare lo scrittore. Allora improvvisami quello che ti passa per la mente. Oppure improvvisami un racconto…”(Antonio Maria Logani*)

Da quanto tempo scrivi e cos’è per te la scrittura?

Scrivo da molto prima che iniziassi a lavorare, quindi dal 1960. La scrittura non è altro che quel pensiero libero, a volte fantasioso, messo nero su bianco.

Parteciperesti mai a un talent show sulla scrittura?

Sì. Soltanto se per talent-show si intende improvvisazione di un racconto o di una favola da parte dei partecipanti. (vedi improvvisazioni musicali).

Cosa manca ai lettori italiani… considerata la loro latitanza nei confronti delle biblioteche?

Ai lettori italiani manca la disciplina educativa. Quella disciplina letteraria che per me sarebbe d’obbligo  sin dalle elementari. (Vedi lingua inglese). Anche se è impossibile far uscire l’amore insegnandolo. Se non ami, non senti, una cosa non la puoi capire. Così è il talento e così è la latitanza dalle biblioteche.

Che cosa diresti a un figlio o nipote capace di porre una domanda tipo: Vorrei fare lo scrittore, cosa ne pensi?

A mio nipote o figlio o semplicemente un richiedente consiglio, direi e chiederei; -Bene. Vuoi fare lo scrittore. Allora improvvisami quello che ti passa per la mente. Oppure improvvisami un racconto o una favola partendo, ad esempio, “aveva una casetta piccolina in Canada”.

Cosa stai scrivendo in questo periodo?

Sto lavorando a due romanzi; Sex,drug,spaghetti e Rock&roll, e Il manuale del vero coatto.

Antonio Maria Logani* è uno scrittore italiano. Ha una pagina fb molto attiva su cui c’è scritto che vive presso: “Ho chyu han 451”. 

Il suo blog personale è questo: http://logani.wordpress.com/

Il suo ultimo libro in formato e-book “Fatti & misfatti” appena uscito, lo trovate qui:http://www.amazon.it/Fatti-Misfatti-Ernesto-Antonacci-ebook/dp/B00GSUS3R8/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1385567179&sr=1-1&keywords=fatti+e+misfatti+logani

5 domande a Luca Giordano: Intervista a un inventore di storie che gira il mondo a caccia di personaggi.

"Qui non crescono i fiori" primo romanzo di Luca Giordano pubblicato da Isbn Edizioni di Milano.
“Qui non crescono i fiori” primo romanzo di Luca Giordano pubblicato da Isbn Edizioni di Milano.

“I paesini arroccati del Chiapas e i visi sempre seri dei messicani. I randagi che ci stanno a Tehotiuacan. Il sudore. Ecco, quei posti mi hanno dato tantissimo in termini di descrizione. E ne ho approfittato…” (Luca Giordano*)

Il tuo primo libro è davvero un ottimo libro. Non perfetto, certo. Sei così giovane che sono sicuro avrai tempo per perfezionare il talento che già esiste. Pensi di voler continuare a raccontare storie anche attraverso i libri?

Credo proprio di sì. Ho iniziato a lavorare a un paio di storie e devo capire bene quale può interessarmi di più, quale tra le due sono in grado di scrivere meglio. Per ora sono solo embrioni. Probabilmente nessuno dei due diventerà un romanzo perché troverò una terza idea ancora migliore. Sono a quel punto in cui ancora non lo posso capire. Se poi dovessi cominciare a scrivere con più continuità per il cinema sarei solo contento, ma l’importante è raccontare storie che mi piacciono. Continuerò e, poco per volta, spero, riuscirò a migliorare fino alla perfezione. (Questa è una specie di minaccia.)

Di mestiere fai lo sceneggiatore. Che differenza c’è fra pensare per immagini e pensare per costrutti linguistici come quando scrivi in prosa?

Nonostante spesso inizi a scrivere pensando per il cinema, anche solo per avere una struttura solida e delle scelte ben precise, tra i due tipi di scrittura le differenze ce ne sono eccome. Più che altro, per quanto mi riguarda, anche se questo libro è piuttosto visivo, in un romanzo hai più libertà di divagare, di soffermarti su particolari che nella scrittura cinematografica puoi benissimo lasciare da parte. Hai meno regole. Nella maggior parte dei casi non scrivi nemmeno da solo, ma insieme a registi o altri colleghi. Devi fare scelte che siano fattibili per la messa in scena, magari per il gusto del produttore che ti dice che ci sta Raoul Bova anche se tu hai scritto un personaggio sessantenne. Poi, ovvio, una delle cose che hanno in comune è che se vuoi scrivere una cosa buona in entrambi i casi devi faticare, rischiare, essere pronto a fallire. Magari anche ricominciare da capo. 

La tua brevissima biografia dice che vivi a Torino. Però racconti benissimo il sud… ti andrebbe di dirci se ci sei stato o se prendi spunto dai libri che leggi e dai film che vedi?

Ho vissuto a Torino fino a vent’anni, ho sopportato Roma per gli ultimi otto e ora torno a casa. Sono stato in Sicilia per un paio di viaggi ma nulla più. Quindi sì, libri e film mi hanno enormemente aiutato a formare l’immaginario che è alla base di Qui non crescono i fiori. Leggere, leggere tantissimo, può solo aiutare chi scrive. Guardare tanto cinema, uguale. Poi ho fatto ricerche specifiche sull’isola in cui è ambientato ma, probabilmente, una delle cose che più mi hanno aiutato sono stati due viaggi che ho fatto negli ultimi anni. Un viaggio in solitaria in Messico e i mesi passati in Australia. Alcuni luoghi, gli odori, il calore del deserto di quei posti e le piogge improvvise che mi sono beccato nella campagna attorno a Sydney. I paesini arroccati del Chiapas e i visi sempre seri dei messicani. I randagi che ci stanno a Tehotiuacan. Il sudore. Ecco, quei posti mi hanno dato tantissimo in termini di descrizione. E ne ho approfittato. 

Parlaci, se ti va, di qualche tuo lavoro in uscita. O in preparazione. Senza svelare troppo, ovviamente!

Da qualche giorno abbiamo ricevuto l’ufficialità che il primo lungometraggio che ho scritto sarà in concorso a Venezia, nella sezione orizzonti. E’ il film di diploma del Centro Sperimentale, mio e di gran parte della troupe. La regia è di Enrico Maria Artale, e l’ho scritto insieme a lui e Francesco Cenni, uno dei giovanissimi nostri insegnanti che ha deciso da subito di partecipare al progetto. S’intitola Il terzo tempo, ed è la storia di un giovane che, uscito dal carcere minorile e nonostante i primi scontri con il proprio assistente sociale, trova nel rugby la possibilità di un riscatto che non si sarebbe mai sognato. E’ un esordio quasi per tutti, per molti attori, per il regista e gran parte dei reparti, quindi la soddisfazione è enorme e ne è uscito fuori un qualcosa che ho come l’impressione possa piacere a molti. Almeno lo spero. Ecco, questo è quello che ho in uscita. Fino a un paio d’anni fa una notizia del genere me la sognavo, quindi mi limito a parlare di questo che di questi tempi è già una gran cosa. 

Non credo alle storie a lieto fine. Forse neanche tu. Se esistono logiche della vita incomprensibili. Perché secondo te molti narratori contemporanei si ostinano a raccontare storie che finiscono sempre in modo romantico ma poco reale?

In realtà alle storie a lieto fine ci credo, e parecchio. Il problema è quando il finale è consolatorio perché conviene e non perché la storia lo richiede. Qui non crescono i fiori non è una storia che poteva finire bene, è un po’ come se Caino ad Abele gli facesse solo un piccolo taglietto sul costato. Abele non muore e son tutti felici e contenti. Adamo ed Eva non lo piangono, Caino è un po’ uno stronzo ma viene perdonato. Dio è tranquillo e pensa ad altro. Ecco, continuando su questo paradosso, forse alcuni narratori si accontentano del taglio sul costato. Queste scelte funzionano dal punto di vista delle vendite, è innegabile, e sono assolutamente convinto che sia giusto così. La maggior parte dei lettori ha bisogno di storie di questo tipo e il mercato deve accontentarli. Insomma, non credo che il problema sia del narratore che si ostina a raccontare storie che finiscono in modo romantico. Credo che la colpa sia quando questo viene fatto per convenienza o per pressione. Io probabilmente continuerò a scrivere storie di questo genere o con finali in cui non si intravede molta speranza ma, ne son convinto, quando troverò la storia giusta, che mi convince fino in fondo e che sarò in grado di scrivere, con un bellissimo lieto fine sarò solo contento. Per ora mi accontento. 

Luca Giordano* è un giovane e bravo sceneggiatore italiano. Come scrittore di prosa ha esordito con il romanzo: “Qui non crescono i fiori” (Isbn edizioni 2013). Per saperne di più sull’autore e leggere un estratto del suo libro:  http://www.isbnedizioni.it/libro/266

© Mario Schiavone per Inkistolio: Storie orticanti. RIPRODUZIONE RISERVATA DEI TESTI.

Ciao Valter Binaghi

Oggi è morto Valter Binaghi. Purtroppo, causa problemi di salute, non andrò al suo funerale. Io odio i necrologi. Questo per me è un semplice saluto a  una persona speciale che ho conosciuto negli ultimi tempi e che avrei voluto vedere di persona. Perché da lui ho imparato cose bellissime. Pure quando mi parlava di una semplice camminata.

Solo questo.

Ciao Valter, buona camminata.

http://it.wikipedia.org/wiki/Valter_Binaghi

Valter Binaghi, scrittore e insegnante di filosofia
Valter Binaghi.

5 domande difficili a Dario Voltolini

Rincorse di Dario Voltolini (Einaudi)
Rincorse di Dario Voltolini (Einaudi)

“… secondo me in Italia i lettori (ma non solo loro) non cercano né Personaggi né Scrittori Veri” (Dario Voltolini*)

Hai lavorato alla Olivetti, tanto tempo fa. Che ricordo hai di quell’esperienza?

 Ho sostanzialmente buoni se non ottimi ricordi. Ho avuto in quegli anni, cioè dal 1987 al 1994, la possibilità di vedere dall’interno come funziona (va) una grande azienda italiana. Il ricordo più bello, a parte quelli relativi a vicende personali private, è che nel laboratorio dove io sono stato assunto, dove si sviluppavano tecnologie vocali, eravamo compresenti informatici, periti industriali, fisici, ingegneri, filosofi, matematici… quella varietà di formazioni diverse organizzate insieme per un lavoro comune era molto bella, e qui vorrei ricordare l’ingegner Vittorelli che aveva “messo su” questo laboratorio e lo aveva fatto in questo modo. Un brandello di utopia che mi è stato permesso di vivere nella realtà. Poi non voglio sottovalutare l’importanza che hanno avuto per me altre due situazioni olivettiane. La prima è ambientale ed eporediese: in una saconda fase del mio lavoro in Olivetti da Torino ero stato spostato a Ivrea e quella città, che altrimenti non avrei conosciuto così da vicino, mi è rimasta nel cuore e lo è tuttora, anche se la presenza dell’Olivetti su quel terriorio è svanita. La seconda è umana e calabrese: per un periodo ho fatto il “pendolare” fra Ivrea e Rende (Cosenza) dove stavamo trasferendo il laboratorio di tecnologie vocali presso un consorzio chiamato CRAI. Bene, anche quella parte di Calabria e molte persone conosciute lì, che non avrei mai incontrato in vita mia, mi sono rimaste nel cuore. Tutto grazie all’Olivetti. Ti ho detto le cose positive, perché sullo sfacelo e la dissipazione del patrimonio Olivettiano che ho visto con i miei occhi accadere e persino forse volere, non ho che inquietudini ed enigmi, tutti riguardanti il nostro Paese e le sue classi dirigenti.

Scrittore. Con la S maiuscola, altrimenti non vale. Secondo te in Italia perché i lettori cercano personaggi e non scrittori veri?

Domanda difficile. Provo vigliaccamente a cavarmela con una battuta: secondo me in Italia i lettori (ma non solo loro) non cercano né Personaggi né Scrittori Veri (ti ho messo tutte le maiuscole che volevi e che non volevi), ma, più passivamente, ricevono quello che gli si passa con più intensità. E quello che gli si passa sono i Personaggi, non gli Scrittori Veri. Certo, una persona può anche appartenere a entrambe le categorie, ma i Personaggi sono di più e più vari degli scrittori. Percepisco la polemica sottostante la tua domanda e la capisco perfettamente, tuttavia io stesso, che dovrei tifare per gli Scrittori Veri e contro i Personaggi, ho letto “Io, Ibra” ma non le ultime traduzioni di De Lillo.

 Quanto tempo dedichi, ogni giorno, alle invenzioni narrative che metti nelle tue storie?

Non so risponderti. Ultimamente scrivo insieme a Lorenzo Bracco, nel senso che scriviamo a 4 mani, e mi viene da dire che dedico alle invenzioni narrative esattamente il tempo che dedico alla scrittura, cioè quando viaggiamo a pieno regime mediamente quattro ore al giorno, tre-quattro giorni la settimana. Cioè: scrivere è equivalente a dedicare il tempo alle invenzioni narrative.

Sono di parte, se non si è capito: Puoi dirci qual è il tuo libro a cui sei più legato?

Esistenzialmente, al primo, “Una intuizione metropolitana”, pubblicato da Bollati Boringhieri nel 1990, quello che non prevedevo e che invece è capitato e grazie al quale si è aperta la strada per scriverne altri.

Anni fa, mentre facevo un lavoro difficile, in un ristorante colmo di gente strana…c’era un mio amico scrittore che mi guardava dalla strada. Faceva freddo, eppure era lì a guardarmi mentre correvo fra i tavoli portando piatti. Me lo disse un collega. Secondo te, quel mio amico torinese bravo a scrivere, cosa pensava oltre il vetro del ristorante?

 Pensava: bravo Mario, fatichi a faticare e così scriverai cose vere.

 Dario Voltolini* è uno scrittore italiano  nato nel 1959 a Torino. Dopo essersi laureato in Filosofia del Linguaggio ha lavorato nel laboratorio Speech & Language Lab. della Olivetti. Collabora all’inserto “Tuttolibri” del quotidiano La Stampa e alle riviste L’Indice e PulpHa pubblicato negli anni diversi libri che hanno colpito critica e pubblico per le originali invenzioni narrative. Ha scritto radiodrammi per la Rai e libretti per il compositore Nicola Campogrande. Usa da poco facebook e ha un cattivo rapporto con le e- mail e il cellulare. Però se lo incrociate per le strade di Torino è capace di tenervi una buona compagnia per ore, raccontandovi storie incredibili. Il suo ultimo libro, scritto con Lorenzo Bracco, è: “Da costa a costa. Cronistoria di un viaggio per mare “( Booksprint 2012).

 © Mario Schiavone per Inkistolio: Storie orticanti. RIPRODUZIONE RISERVATA DEI TESTI.

4 domande (più una) a Paolo Piccirillo

Paolo Piccirillo, autore di Zoo Col Semaforo
Paolo Piccirillo, autore di Zoo Col Semaforo (Nutrimenti)

“Se una storia non graffia, non è una storia” (Paolo Piccirillo*)

Hai pubblicato per Nutrimenti un libro molto intenso: “Zoo Col semaforo”. Ricordo bene quel periodo… ovunque si parlava di te come un giovane scrittore, dotato di talento e capace di ben altro. A quel punto, invece di fare la star nei salotti letterari, hai tutelato la tua vita privata. Scelta intelligente e sana. Ti andrebbe di dirci dove sei stato e cosa hai combinato in questa lunga pausa?

Diciamo che nessuno mi ha offerto un salotto romano. O un divano su cui stare, senza la richiesta di un affitto mensile; altrimenti avrei fatto volentieri la star! A parte le battute, per rispondere a questa domanda devo fare una premessa: io non sono una persona dotata di un’intelligenza razionale, che si sviluppa attraverso sillogismi e conseguenze, tipico appunto delle intelligenze vive. Tutt’altro. Ragiono in base a sensazioni soggettive e illogiche. Il punto è che mi fido molto di più delle mie sensazioni che del raziocinio o di ciò che mi sembra più ragionevole, perché le sensazioni spesso racchiudono quelle esigenze istintive; è ciò che io cerco. Per essere pratici: dopo “Zoo col semaforo”, il mio primo romanzo, avevo l’opportunità di frequentare – perché ammesso dopo le selezioni – il corso di sceneggiatura del centro sperimentale  di cinematografia di Roma, da sempre il mio sogno. Rifiutai, perché non stavo più bene a Roma e perché sentivo la necessità – apparentemente immotivata – di andare in un posto dove la mia immaginazione si sentisse a casa, a suo agio; invece c’erano centouno motivi, ragionevoli, per cui rimanere a Roma a fare quello per cui continuo a studiare e a impegnarmi. Ho deciso così, in quel periodo, di andare in Spagna, tra Madrid e Ibiza, dove ho continuato a scrivere e a studiare sceneggiatura, e dove ho vissuto mondi molto lontani da me, conosciuto persone che sul mio cammino ordinario mai avrei incontrato. Ho dovuto relazionarmi con situazioni improbabili, ho fatto insomma quello che serve a uno scrittore e che faccio quando scrivo: ho vissuto gli altri lati della mia vita. A mio parere, per la mia crescita professionale, sono molto più utili di qualsiasi recensione positiva. Soprattutto per uno che è stato pubblicato a 23 anni. 

In tanti dicono di scrivere perché “amano la scrittura”. Frase che dice ben poco, a mio avviso. Tu perché scrivi certe storie capaci di graffiare la pelle viva?

Prima di tutto grazie per aver definito così le mie storie, capaci di graffiare. Se una storia non graffia, non è una storia. Io personalmente non credo di amare la mia scrittura. Io amo profondamente le mie storie, che è diverso. Amo il mestiere dello scrivere, perché quando lo metto in atto mi rendo conto di possedere una fortuna enorme, che è quella di entrare all’improvviso nella vita dell’uomo bloccato nel traffico o della donna che attraversa la strada; perfetti sconosciuti che, nel migliore dei casi, proveranno delle emozioni grazie a me. Questa è una magia che la vita quotidiana non prevede. Mi piace entrare sotto la pelle di tante persone contemporaneamente, mi piace perché è un modo per fregare la matematica casualità del mondo; il teorema per cui posso incontrare solo chi è (quasi) come me, e solo uno per volta. In questo il mondo reale è riduttivo, e non mi accontento.

Diceva qualcuno che si arriva alla scrittura sincera dopo tanto dolore e rabbia, raramente perché il mondo è bello. Che cosa provi quando scrivi?

Quando scrivo, o quando penso alle mie storie, non sono né allegro né triste, non soffro né gioisco. Sono molto neutro. Piuttosto ci sono due elementi che convivono in me quando scrivo: la curiosità e la frustrazione. La frustrazione è il vero motore che mi fa arrivare a scrivere appunto. Io ho bisogno di pensare che non sono in grado di fare qualcosa, per poi farla; spesso, quando penso a una storia, penso anche, e lo faccio apposta, che non sarò in grado di scriverla. “Troppo difficile, non è cosa”, mi dico. E se dopo una settimana continuo a pensarlo, a frustrarmi, allora vuol dire che è la storia giusta. E poi c’è la curiosità di vedere che ne verrà fuori da quel documento word che provo a sporcare. La curiosità di vedere che forma assumeranno tutte quelle cose confuse che penso quando metto insieme facce, ricordi e ricordi mai esistiti. Riguardo al mondo, che non si scrive perché il mondo è bello, sono d’accordo. Io credo che chiunque prenda in mano carta e penna lo faccia perché vive nell’illusione di pensare che quella frase, quella parola che renderà il mondo un po’ più bello, verrà fuori proprio dalle sue mani. È un’illusione fondamentale questa per scrivere.

Che ne pensi di questa Campania, terra difficile ma bella, dopo tutto quello che hanno detto e scritto (sul casertano in particolare) altre voci in ogni angolo del pianeta?

Quando ultimamente ho vissuto in Spagna, mi sono reso conto di una cosa: quando sentivo la mancanza dell’Italia, sentivo la mancanza di Roma, non del mio paese d’origine, Santa Maria Capua Vetere o del casertano in generale. Allora mi sono posto delle domande e sono arrivato alla conclusione che la mia terra non mi è mai entrata nel cuore, nonostante i tanti anni vissuti lì, nonostante la nostalgia che a volte ho per amici o parenti, per quel senso dell’umorismo unico al mondo, o per il caffè (il caffè, che può sembrare una cosa da poco, ma qualsiasi campano che ha vissuto o vive all’estero sa di cosa sto parlando!). La mancanza però è un’altra cosa, si riferisce a qualcosa che avevi e che all’improvviso non hai più. Ecco, purtroppo, ed è molto triste dirlo, il casertano non mi ha mai dato nulla per cui provare mancanza. E non è perché c’è la camorra o perché esteticamente è una brutta zona. Io noto che la nostra è una terra che non offre motivi per cui fidarsi di essa. È una terra, il casertano, che non è casa. Però questo è un pensiero mio, e per altro anche inutile, perché al problema che ho appena sollevato  non riesco a trovare una soluzione, una soluzione pratica; nella teoria ne ho molte. Ma è teoria, purtroppo.

Parlaci, se puoi, di un oggetto della tua infanzia che ti rappresenta.

A me viene in mente solo il pallone. Da piccolo non guardavo i cartoni animati, non ho mai avuto un soldatino (credo che mia mamma avesse l’ossessione che potessi ingoiarli, o qualcosa del genere). Appartengo a quella generazione, credo l’ultima, che ha avuto la fortuna di un’infanzia senza videogiochi. Ma soprattutto abitavo in un parco residenziale. Passavo tutta la mia vita giù a giocare a calcio. Davvero, dalla mattina alla sera, escluse le ore di prigionia a scuola. Il supersantos arancione, precisamente, rappresenta appieno la mia infanzia. Anche perché ero il più piccolo, quindi mi mettevano sempre in porta, e per dimostrare che ero bravo, ma soprattutto volenteroso, e magari sperare, un giorno, di giocare in mezzo, dovevo respingere quanti più supersantos era possibile. Mi ricordo che non perdevo mai di vista il pallone, durante le partite. Ho passato l’infanzia a illudermi che più il supersantos restava nel mio campo visivo, e più diminuivano le possibilità di ritrovarmelo poi alle mie spalle, in rete, che mi facessero gol insomma. Più lo guardavo e più pensavo che mi appartenesse. Mi sbagliavo di grosso.  

 *Paolo Piccirillo (1987) è nato a Santa Maria Capua Vetere (CE). Vive e lavora a Roma. Dopo aver pubblicato “Zoo col semaforo” (Nutrimenti 2010) è stato scelto per la lista dei 50 scrittori italiani under 40 più promettenti, stilata dal quotidiano  Il Sole24Ore. Il suo ultimo libro, in uscita per Neri Pozza, è “La terra del sacerdote”.

  © Mario Schiavone, per Inkistolio: Storie Orticanti.  RIPRODUZIONE TESTI RISERVATA.

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