Ciao Valter Binaghi

Oggi è morto Valter Binaghi. Purtroppo, causa problemi di salute, non andrò al suo funerale. Io odio i necrologi. Questo per me è un semplice saluto a  una persona speciale che ho conosciuto negli ultimi tempi e che avrei voluto vedere di persona. Perché da lui ho imparato cose bellissime. Pure quando mi parlava di una semplice camminata.

Solo questo.

Ciao Valter, buona camminata.

http://it.wikipedia.org/wiki/Valter_Binaghi

Valter Binaghi, scrittore e insegnante di filosofia
Valter Binaghi.

5 domande difficili a Dario Voltolini

Rincorse di Dario Voltolini (Einaudi)
Rincorse di Dario Voltolini (Einaudi)

“… secondo me in Italia i lettori (ma non solo loro) non cercano né Personaggi né Scrittori Veri” (Dario Voltolini*)

Hai lavorato alla Olivetti, tanto tempo fa. Che ricordo hai di quell’esperienza?

 Ho sostanzialmente buoni se non ottimi ricordi. Ho avuto in quegli anni, cioè dal 1987 al 1994, la possibilità di vedere dall’interno come funziona (va) una grande azienda italiana. Il ricordo più bello, a parte quelli relativi a vicende personali private, è che nel laboratorio dove io sono stato assunto, dove si sviluppavano tecnologie vocali, eravamo compresenti informatici, periti industriali, fisici, ingegneri, filosofi, matematici… quella varietà di formazioni diverse organizzate insieme per un lavoro comune era molto bella, e qui vorrei ricordare l’ingegner Vittorelli che aveva “messo su” questo laboratorio e lo aveva fatto in questo modo. Un brandello di utopia che mi è stato permesso di vivere nella realtà. Poi non voglio sottovalutare l’importanza che hanno avuto per me altre due situazioni olivettiane. La prima è ambientale ed eporediese: in una saconda fase del mio lavoro in Olivetti da Torino ero stato spostato a Ivrea e quella città, che altrimenti non avrei conosciuto così da vicino, mi è rimasta nel cuore e lo è tuttora, anche se la presenza dell’Olivetti su quel terriorio è svanita. La seconda è umana e calabrese: per un periodo ho fatto il “pendolare” fra Ivrea e Rende (Cosenza) dove stavamo trasferendo il laboratorio di tecnologie vocali presso un consorzio chiamato CRAI. Bene, anche quella parte di Calabria e molte persone conosciute lì, che non avrei mai incontrato in vita mia, mi sono rimaste nel cuore. Tutto grazie all’Olivetti. Ti ho detto le cose positive, perché sullo sfacelo e la dissipazione del patrimonio Olivettiano che ho visto con i miei occhi accadere e persino forse volere, non ho che inquietudini ed enigmi, tutti riguardanti il nostro Paese e le sue classi dirigenti.

Scrittore. Con la S maiuscola, altrimenti non vale. Secondo te in Italia perché i lettori cercano personaggi e non scrittori veri?

Domanda difficile. Provo vigliaccamente a cavarmela con una battuta: secondo me in Italia i lettori (ma non solo loro) non cercano né Personaggi né Scrittori Veri (ti ho messo tutte le maiuscole che volevi e che non volevi), ma, più passivamente, ricevono quello che gli si passa con più intensità. E quello che gli si passa sono i Personaggi, non gli Scrittori Veri. Certo, una persona può anche appartenere a entrambe le categorie, ma i Personaggi sono di più e più vari degli scrittori. Percepisco la polemica sottostante la tua domanda e la capisco perfettamente, tuttavia io stesso, che dovrei tifare per gli Scrittori Veri e contro i Personaggi, ho letto “Io, Ibra” ma non le ultime traduzioni di De Lillo.

 Quanto tempo dedichi, ogni giorno, alle invenzioni narrative che metti nelle tue storie?

Non so risponderti. Ultimamente scrivo insieme a Lorenzo Bracco, nel senso che scriviamo a 4 mani, e mi viene da dire che dedico alle invenzioni narrative esattamente il tempo che dedico alla scrittura, cioè quando viaggiamo a pieno regime mediamente quattro ore al giorno, tre-quattro giorni la settimana. Cioè: scrivere è equivalente a dedicare il tempo alle invenzioni narrative.

Sono di parte, se non si è capito: Puoi dirci qual è il tuo libro a cui sei più legato?

Esistenzialmente, al primo, “Una intuizione metropolitana”, pubblicato da Bollati Boringhieri nel 1990, quello che non prevedevo e che invece è capitato e grazie al quale si è aperta la strada per scriverne altri.

Anni fa, mentre facevo un lavoro difficile, in un ristorante colmo di gente strana…c’era un mio amico scrittore che mi guardava dalla strada. Faceva freddo, eppure era lì a guardarmi mentre correvo fra i tavoli portando piatti. Me lo disse un collega. Secondo te, quel mio amico torinese bravo a scrivere, cosa pensava oltre il vetro del ristorante?

 Pensava: bravo Mario, fatichi a faticare e così scriverai cose vere.

 Dario Voltolini* è uno scrittore italiano  nato nel 1959 a Torino. Dopo essersi laureato in Filosofia del Linguaggio ha lavorato nel laboratorio Speech & Language Lab. della Olivetti. Collabora all’inserto “Tuttolibri” del quotidiano La Stampa e alle riviste L’Indice e PulpHa pubblicato negli anni diversi libri che hanno colpito critica e pubblico per le originali invenzioni narrative. Ha scritto radiodrammi per la Rai e libretti per il compositore Nicola Campogrande. Usa da poco facebook e ha un cattivo rapporto con le e- mail e il cellulare. Però se lo incrociate per le strade di Torino è capace di tenervi una buona compagnia per ore, raccontandovi storie incredibili. Il suo ultimo libro, scritto con Lorenzo Bracco, è: “Da costa a costa. Cronistoria di un viaggio per mare “( Booksprint 2012).

 © Mario Schiavone per Inkistolio: Storie orticanti. RIPRODUZIONE RISERVATA DEI TESTI.

4 domande (più una) a Paolo Piccirillo

Paolo Piccirillo, autore di Zoo Col Semaforo
Paolo Piccirillo, autore di Zoo Col Semaforo (Nutrimenti)

“Se una storia non graffia, non è una storia” (Paolo Piccirillo*)

Hai pubblicato per Nutrimenti un libro molto intenso: “Zoo Col semaforo”. Ricordo bene quel periodo… ovunque si parlava di te come un giovane scrittore, dotato di talento e capace di ben altro. A quel punto, invece di fare la star nei salotti letterari, hai tutelato la tua vita privata. Scelta intelligente e sana. Ti andrebbe di dirci dove sei stato e cosa hai combinato in questa lunga pausa?

Diciamo che nessuno mi ha offerto un salotto romano. O un divano su cui stare, senza la richiesta di un affitto mensile; altrimenti avrei fatto volentieri la star! A parte le battute, per rispondere a questa domanda devo fare una premessa: io non sono una persona dotata di un’intelligenza razionale, che si sviluppa attraverso sillogismi e conseguenze, tipico appunto delle intelligenze vive. Tutt’altro. Ragiono in base a sensazioni soggettive e illogiche. Il punto è che mi fido molto di più delle mie sensazioni che del raziocinio o di ciò che mi sembra più ragionevole, perché le sensazioni spesso racchiudono quelle esigenze istintive; è ciò che io cerco. Per essere pratici: dopo “Zoo col semaforo”, il mio primo romanzo, avevo l’opportunità di frequentare – perché ammesso dopo le selezioni – il corso di sceneggiatura del centro sperimentale  di cinematografia di Roma, da sempre il mio sogno. Rifiutai, perché non stavo più bene a Roma e perché sentivo la necessità – apparentemente immotivata – di andare in un posto dove la mia immaginazione si sentisse a casa, a suo agio; invece c’erano centouno motivi, ragionevoli, per cui rimanere a Roma a fare quello per cui continuo a studiare e a impegnarmi. Ho deciso così, in quel periodo, di andare in Spagna, tra Madrid e Ibiza, dove ho continuato a scrivere e a studiare sceneggiatura, e dove ho vissuto mondi molto lontani da me, conosciuto persone che sul mio cammino ordinario mai avrei incontrato. Ho dovuto relazionarmi con situazioni improbabili, ho fatto insomma quello che serve a uno scrittore e che faccio quando scrivo: ho vissuto gli altri lati della mia vita. A mio parere, per la mia crescita professionale, sono molto più utili di qualsiasi recensione positiva. Soprattutto per uno che è stato pubblicato a 23 anni. 

In tanti dicono di scrivere perché “amano la scrittura”. Frase che dice ben poco, a mio avviso. Tu perché scrivi certe storie capaci di graffiare la pelle viva?

Prima di tutto grazie per aver definito così le mie storie, capaci di graffiare. Se una storia non graffia, non è una storia. Io personalmente non credo di amare la mia scrittura. Io amo profondamente le mie storie, che è diverso. Amo il mestiere dello scrivere, perché quando lo metto in atto mi rendo conto di possedere una fortuna enorme, che è quella di entrare all’improvviso nella vita dell’uomo bloccato nel traffico o della donna che attraversa la strada; perfetti sconosciuti che, nel migliore dei casi, proveranno delle emozioni grazie a me. Questa è una magia che la vita quotidiana non prevede. Mi piace entrare sotto la pelle di tante persone contemporaneamente, mi piace perché è un modo per fregare la matematica casualità del mondo; il teorema per cui posso incontrare solo chi è (quasi) come me, e solo uno per volta. In questo il mondo reale è riduttivo, e non mi accontento.

Diceva qualcuno che si arriva alla scrittura sincera dopo tanto dolore e rabbia, raramente perché il mondo è bello. Che cosa provi quando scrivi?

Quando scrivo, o quando penso alle mie storie, non sono né allegro né triste, non soffro né gioisco. Sono molto neutro. Piuttosto ci sono due elementi che convivono in me quando scrivo: la curiosità e la frustrazione. La frustrazione è il vero motore che mi fa arrivare a scrivere appunto. Io ho bisogno di pensare che non sono in grado di fare qualcosa, per poi farla; spesso, quando penso a una storia, penso anche, e lo faccio apposta, che non sarò in grado di scriverla. “Troppo difficile, non è cosa”, mi dico. E se dopo una settimana continuo a pensarlo, a frustrarmi, allora vuol dire che è la storia giusta. E poi c’è la curiosità di vedere che ne verrà fuori da quel documento word che provo a sporcare. La curiosità di vedere che forma assumeranno tutte quelle cose confuse che penso quando metto insieme facce, ricordi e ricordi mai esistiti. Riguardo al mondo, che non si scrive perché il mondo è bello, sono d’accordo. Io credo che chiunque prenda in mano carta e penna lo faccia perché vive nell’illusione di pensare che quella frase, quella parola che renderà il mondo un po’ più bello, verrà fuori proprio dalle sue mani. È un’illusione fondamentale questa per scrivere.

Che ne pensi di questa Campania, terra difficile ma bella, dopo tutto quello che hanno detto e scritto (sul casertano in particolare) altre voci in ogni angolo del pianeta?

Quando ultimamente ho vissuto in Spagna, mi sono reso conto di una cosa: quando sentivo la mancanza dell’Italia, sentivo la mancanza di Roma, non del mio paese d’origine, Santa Maria Capua Vetere o del casertano in generale. Allora mi sono posto delle domande e sono arrivato alla conclusione che la mia terra non mi è mai entrata nel cuore, nonostante i tanti anni vissuti lì, nonostante la nostalgia che a volte ho per amici o parenti, per quel senso dell’umorismo unico al mondo, o per il caffè (il caffè, che può sembrare una cosa da poco, ma qualsiasi campano che ha vissuto o vive all’estero sa di cosa sto parlando!). La mancanza però è un’altra cosa, si riferisce a qualcosa che avevi e che all’improvviso non hai più. Ecco, purtroppo, ed è molto triste dirlo, il casertano non mi ha mai dato nulla per cui provare mancanza. E non è perché c’è la camorra o perché esteticamente è una brutta zona. Io noto che la nostra è una terra che non offre motivi per cui fidarsi di essa. È una terra, il casertano, che non è casa. Però questo è un pensiero mio, e per altro anche inutile, perché al problema che ho appena sollevato  non riesco a trovare una soluzione, una soluzione pratica; nella teoria ne ho molte. Ma è teoria, purtroppo.

Parlaci, se puoi, di un oggetto della tua infanzia che ti rappresenta.

A me viene in mente solo il pallone. Da piccolo non guardavo i cartoni animati, non ho mai avuto un soldatino (credo che mia mamma avesse l’ossessione che potessi ingoiarli, o qualcosa del genere). Appartengo a quella generazione, credo l’ultima, che ha avuto la fortuna di un’infanzia senza videogiochi. Ma soprattutto abitavo in un parco residenziale. Passavo tutta la mia vita giù a giocare a calcio. Davvero, dalla mattina alla sera, escluse le ore di prigionia a scuola. Il supersantos arancione, precisamente, rappresenta appieno la mia infanzia. Anche perché ero il più piccolo, quindi mi mettevano sempre in porta, e per dimostrare che ero bravo, ma soprattutto volenteroso, e magari sperare, un giorno, di giocare in mezzo, dovevo respingere quanti più supersantos era possibile. Mi ricordo che non perdevo mai di vista il pallone, durante le partite. Ho passato l’infanzia a illudermi che più il supersantos restava nel mio campo visivo, e più diminuivano le possibilità di ritrovarmelo poi alle mie spalle, in rete, che mi facessero gol insomma. Più lo guardavo e più pensavo che mi appartenesse. Mi sbagliavo di grosso.  

 *Paolo Piccirillo (1987) è nato a Santa Maria Capua Vetere (CE). Vive e lavora a Roma. Dopo aver pubblicato “Zoo col semaforo” (Nutrimenti 2010) è stato scelto per la lista dei 50 scrittori italiani under 40 più promettenti, stilata dal quotidiano  Il Sole24Ore. Il suo ultimo libro, in uscita per Neri Pozza, è “La terra del sacerdote”.

  © Mario Schiavone, per Inkistolio: Storie Orticanti.  RIPRODUZIONE TESTI RISERVATA.

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