Letto e copiato.

Frammento di un' installazione di Raffaele BovaIeri ho scritto e pubblicato su facebook un piccolo frammento. Doveva essere così originale da piacere a qualcuno dei miei amici virtuali; tanto da indurre quella persona a rubarlo e pubblicarlo sulla propria pagina fb, come status personale. Alla domanda: “Perchè l’ha fatto?”, l’autrice del furto ha ben pensato di rispondere “L’ho rubato perchè lo sentivo mio”.

Ecco, ora se anche voi lettori di Inkistolio volete fare vostro quel frammento eccolo qui sotto. Però, stavolta, ricordatevi solo di firmarlo con un nome e un cognome. Quelli dell’autore. Grazie.

Certe notti sogno di un negozio in cui si entra per comprare ricordi, sono tutti disposti in fila sulle mensole,contenuti in vasetti di vetro col tappo ermetico. Il commesso ha un solo braccio e non fa mai in tempo a disporre tutti i ricordi per i clienti prima della fine di ogni giornata. Quando entro io e li che mi osserva in silenzio, poi commenta : Ancora qui? Le ho venduto tutto quello che potevo venderle, mi spiace, per lei non ho altra merce in vendita.

Mario Schiavone

I miei anni Novanta

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Quando sognavo Dorothy Parker che ascoltava Alanis Morrisette.

Questa volta non parlerò di un telefilm, di un libro o di una canzone, ma di un periodo preciso e speciale, una vera e propria era: gli anni ’90. Sono tante le citazioni, i riferimenti, le musiche, gli stimoli di quegli anni. Al contrario di quanto accade oggi: gli impulsi più intensi arrivano dagli smartphone, quando è solo la vibrazione di chiamata…

Negli anni ’90 io ero adolescente e dopo aver vissuto l’inferno quotidiano del liceo, tornavo a casa per consolarmi guardando MTV; una rete che all’epoca trasmetteva quei brani che hanno fatto la storia della musica della mia generazione. Mi avvolgevo nel mio camicione grunge ascoltando di volta in volta le note di quelle canzoni che, a mia insaputa, avrebbero fatto storia. Attendevo con ansia il sabato, perché alle ore 14 sulla rete televisiva TMC2, passavano un programma chiamato Sgrang. Un vero e proprio  contenitore di musica heavy metal, rock, hard rock, grunge davanti al quale potevo lasciarmi trasportare da assoli di chitarre elettriche e voci rauche di capelloni. La cosa davvero strabiliante di quei momenti è che Sgrang lo guardavo con mia madre.

 

Lei è per me il sole da cui si sono irradiati tutti quegli stimoli culturali che trovavo affascinanti e forti perché in opposizione alla banalità e piattezza dei miei coetanei e della realtà che mi circondava.

La voce di Tori Amos mi conduceva in luoghi lontani e surreali, dove le ragazze cornflake erano finalmente giudicate ragazze puritane e banali, mentre le raisin girls, erano apprezzate, danzando sui tasti bianchi e neri senza essere giudicate. I suoi brani erano intrisi di tristezza, e raccontavano di un padre reverendo e uno stupro da dover dimenticare. I suoi testi narravano del mondo femminile e di una ribellione indispensabile per essere liberi.

Una rivoluzione di cui cantava anche Tracy Chapman, che mia madre ascoltava di continuo da quando ero molto piccola. Chapman con la sua voce scura in gola e la rasta in testa, sussurrava di una rivoluzione che sarebbe arrivata: “Non lo sai, stai parlando di una rivoluzione, Risuona come un sussurro, Mentre fanno la coda per il sussidio, Piangendo alla porta di quegli eserciti della salvezza, Sprecando tempo in coda agli uffici di collocamento, Restando seduti in attesa di una promozione, I poveri insorgeranno, e si prenderanno la loro parte, Non lo sai, faresti meglio a correre, Perché finalmente le cose stanno iniziando a cambiare, parlando di rivoluzione, Talkin’ bout a revolution”.

Lo stesso senso di ribellione che ritrovavo anche in due eroine dei cartoni animati: Daria e Lisa Simpson. Lisa per la sua intelligenza repressa in un mondo stupido e superficiale e Daria, per il suo sarcasmo coma arma di difesa in “questo triste mondo malato”.

Ancora su Mtv seguivo un telefilm che si chiamava Popular e raccontava di una guerra liceale tra bionde e brune, dove le bionde erano le belle e perfide adolescenti mentre le brune erano le sfigate, intelligenti che sfoggiavano originali outfit e magliette di Emily The Strange, aspettando solo la rivincita all’università. Io parteggiavo per le brune.

In quegli anni altra vera rivelazione fu la canzone che faceva da sigla al telefilm prima citato, Supermodels di Kendall Payne che con i suoi capelli corti e colorati, gridava un nuovo slogan: “Odiamo le supermodelle, non c’è nulla di personale, è solo che siamo stanche del confronto”. Ecco qualcuno che gridava i miei pensieri che avevano vita nella mia testa e poi sulla carta dei miei diari: “Cosa è causa delle tue lacrime… combattere per una taglia? Pensaci su un paio di volte, cosa dura di più in questa vita, la personalità o cosce sode? Credi che la bellezza sia in quello che vedi? Allora se pensi questo sei stata ingannata!”.

In quegli anni pensavo seriamente che Sylvia Plath avrebbe potuto apprezzare quel pezzo, che forse avrebbe citato quella canzone nei suoi diari che avevo divorato e amato alla follia. Anche io mi sentivo sotto una campana di vetro. Purtroppo, col tempo, notavo che molti scrittori, pittori, cantanti, artisti che ammiravo erano morti suicidi, e questo fu tutt’altro che incoraggiante per la mia formazione culturale!

La follia vissuta da alcuni di loro mi fece scoprire grandi donne che avevano fatto la storia della letteratura; donne come la stramba Emily Dickinson e la bipolare Virginia Woolf. Quest’ultima in Una stanza tutta per sé, mi aveva fatto adorare ancora di più quel mondo femminile letterario popolato da donne che avevano vissuto, nonostante il loro talento, nell’ombra. Mi interessai alla formazione artistica delle scrittrici più difficili d’animo dei secoli precedenti. Leggendo tutte quelle pagine così evocative perché composte da parole forti e vissute, nate da una forma di repressione che trovava sfogo nella scrittura in prosa e nell’espressione poetica. Un gesto, quello del ribellarsi, che necessitava di mostrarsi anche esteticamente. L’idea mi venne quando arrivò sullo schermo un faccione riccio -forse la ragione del mio primo piercing ad anello al naso- di una donna fuori dal comune: Joan Osborne. Lei umanizzava nel testo di One of us – molto evocativo il video che mostrava un circo con freak e reietti – chi potesse essere Dio. Quell’idea che qualcuno potesse ipotizzare un Dio in carne (un perdente o uno strano su un autobus, come recita la canzone, che cercava la strada di casa) mi apriva a un mondo di riflessioni personali.

Voglia di ribellione che sfociava in un rock non elevato, ma leggero. In fondo un po’ di leggerezza ci voleva e chi meglio di Courtney Love (e della sua band), poteva rispecchiare quello stile? Cantando “vivi di nuovo, non lasciarti morire” io vedevo sullo schermo del televisore palme in fiamme e donne rock che mi mostravano come si poteva essere un po’ glamour.

Meredith Brooks però, mi riportò con i piedi per terra, quando con il suo rock cantava che odiava il mondo e con quello che sembrava un mantra “I’m, a bitch, I’m a lover, I’m a child, I’m a mother, I’m a sinner, I’m a saint, I do not feel ashamed, I’m your hell, I’m yor dream, I’m nothing in between, You know you wouldn’t want it any other way, quindi prendimi per quella che sono”. Le sue parole ben rappresentavano la complessità dell’essere donna, nei suoi molteplici ruoli. Ricordava agli uomini che se avessero smesso di cercare di capire, “limitandosi” ad amare e basta e ad essere forti, allora sarebbe stato tutto più facile.

D’un tratto però scorrevano immagini che mi turbavano, rimarcando che le vere riflessioni devono fondarsi su questioni sociali, e la voce straziante di Dolores O’Riordan dei The Cranberries gridava zombie, (“e i loro carri armati e le loro bombe, e le loro bombe e le loro pistole… piangono ancora nella tua testa”) mentre lei completamente dorata sulla pelle intimava a reagire.

Grazie però ad Alanis Morissette, capii che si poteva reagire e difendersi con un’arma potentissima: l’ironia. Mentre si contorceva in auto con i suoi lunghissimi capelli ricci, gridando dopo una serie di orrende coincidenze che possono capitare nella vita, “è ironico non credi?”, mi dissi che forse l’ironia mi avrebbe salvato da un mondo che non sentivo mio. Poco dopo in mio soccorso arrivò una donna fantastica, Dorothy Parker, che con i suoi occhi espressivi e buffi cappelli, la sua irriverenza e l’etichetta di “comunista”, notava come molti metodi di suicidio fossero sopravvalutati e quindi- come lei sosteneva- tanto valeva vivere.  Si premurò in vita, di far scrivere come epitaffio “Scusate la polvere”. Mostrando così come l’ironia potesse funzionare anche da morti. Forse le sarebbe piaciuto ascoltare Ironic della Morissette, magari danzando sulle note di quella canzone.

Quella stessa ironia mi fece scoprire dei personaggi che nel fumetto e nel cinema aprirono ulteriori orizzonti:

Mafalda di Quino e Mercoledì della famiglia Addams.

Mercoledì nutriva il mio amore per il macabro, con i suoi vestiti neri e la bambola senza testa mostrava che lo stereotipo della Barbie e delle principesse poteva essere distrutto. E il fatto di avere una famiglia un po’ strana faceva sì che la mia apparisse un po’ più normale. Mafalda, nata molto prima, ma da me letta e riletta negli anni Novanta era invece quella bambina che più mi assomigliava, ricci ribelli, sensibilità verso le questioni sociali  e ipercriticità verso il mondo. Tutte doti che non venivano sempre apprezzate.

Tutte queste donne, fatte di carne e carta, musica e scrittura, hanno influenzato il mio modo di essere e le ringrazio una ad una. Scusandomi con tutte quelle che non ho nominato in questo viaggio in rosa fatto a ritroso negli anni ’90.

Annalisa Rascato

 
 

5 domande orticanti a Luana Vergari: sceneggiatrice per l’infanzia e romanziera.

L'ESTATE CHE UCCISI MIO NONNO

 

″ …da piccola volevo essere a tutti i costi Batman… ma appunto lui non ha dei superpoteri″
(Luana Vergari*)

Il tuo esordio come scrittrice ti ha condotto a ri-creare il mondo di un bambino speciale. Una piccola creatura capace di spingere la sua immaginazione verso ogni luogo della mente. Quanta fatica hai fatto scrivendo questa storia?

Dal punto di vista narrativo ho avuto fin da subito le idee chiare. Sapevo cosa volevo raccontare e quello che mi divertiva e interessava scrivere… come muovere la storia e i personaggi. L’aspetto più faticoso è stata la scrittura vera e propria… immaginare la lingua del bambino, fare in modo che sia sempre coerente con se stessa, che sia una lingua “giusta” per raccontare quello che accade nella storia… ecco, non è stato facile, ma proprio per questo è stata la parte più interessante del lavoro per me.

Di solito ti occupi di fumetti e animazione. Quali differenze – positive e non- hai scoperto ora che stai usando un medium narrativo differente?

Sono una sceneggiatrice, solitamente scrivo per media diversi: animazione e fumetto nella maggior parte dei casi. Solitamente, dunque, scrivo per poche persone: lo story-editor, il regista o il disegnatore con il quale lavoro… la grande differenza che mi viene in mente è che per una volta sapevo che ci sarebbe stato un pubblico “vero” e che in qualche modo sarebbe stato un lavoro che mi rappresentava in pieno! Devo dire che mi è piaciuto molto!

Lo sai che il bambino di cui racconti ha la “guerra” in testa. Mi spiego meglio: da noi dire a un bambino hai la guerra in testa significa dirgli che ha molta fantasia, ovvero che ha una bella mente. Hai mai incontrato nella vita reale un bambino simile a quello che fai parlare nel libro?

Molti spunti arrivano direttamente dai miei ricordi d’infazia… nascono da immagini, frammenti, discorsi che io, mio fratello o i nostri amici facevamo da piccoli… credo che tutti i bambini abbiamo per così dire una grande immaginazione o come dici tu una“guerra” in testa… penso che non sempre prestiamo troppa cura al mondo meraviglioso che sono in grado di raccontarci… In questo periodo sto animando degli atelier di fumetto in alcune scuole francesi… i bambini che incontro sono in grado di fare domande strabilianti, di riflettere sul mondo capovolgendo qualsiasi ovvio e scontato punto di vista adulto…

Puoi dirci qualcosa dei tuoi lavori in ideazione-preparazione-uscita-?

Domanda difficile… è un periodo pieno di progetti… per ora posso dirti che il prossimo mese sarà girato in Inghilterra un cortometraggio di cui ho appena finito di revisionare la sceneggiatura “VOID” e che sono già al lavoro su un secondo romanzo che parlerà di cucina ma in modo piuttosto inaspettato…

Sei dotata anche tu di superpoteri vero? Se non lo sei, ti andrebbe di raccontarci quale super potere vorresti avere?

Purtroppo non ho nessun superpotere. Non so se mi piacerebbe averne uno… ho letto troppi fumetti per non sapere che i supereroi hanno mille e più responsabilità, insomma sono sempre in giro per il mondo o l’universo a combattere il cattivo di turno e a salvare il mondo… non so… non mi ci vedo bene… anche se da piccola volevo essere a tutti i costi Batman… ma appunto lui non ha dei superpoteri.

Luana Vergari* è una sceneggiatrice e narratrice italiana, che vive e lavora in Francia. Ha scritto per il cinema, l’animazione e il fumetto e ha realizzato diversi libri per bambini. “L’estate che uccisi mio nonno” è il suo primo romanzo.

Per comprare il suo primo e accattivante romanzo cliccate qui:
http://www.ibs.it/code/9788897141372/vergari-luana/estate-che-uccisi-mio.html

Per saperne di più sull’autrice e sul suo libro, potete visitare questi due blog:
http://www.applecheddarsoup.blogspot.fr
http://www.lestatecheuccisimiononno.wordpress.com
Luana Vergari è rappresentata da: http://booktellereventi.wordpress.com/

© Mario Schiavone per Inkistolio: Storie orticanti. RIPRODUZIONE RISERVATA DEI TESTI.

5 domande semiserie a Mila Orlando, blogger e giornalista.

Mila Orlando, giornalista e blogger campana
Mila Orlando, giornalista e blogger campana

“Il mio consiglio prima di comprare una bici è provare a rispolverare quella che molti di noi hanno in cantina” – Mila Orlando*

 

Perché hai deciso di scrivere un libro sul potere comunicativo della bici?

La decisione di scrivere un libro sul bike marketing, che è poi è diventato il titolo dell’ebook, è arrivata dopo una lunga riflessione. Volevo scrivere qualcosa che facesse capire la bellezza delle bici, ma volevo farlo dal mio punto di vista – io lavoro nella comunicazione -. Sono partita da due riflessioni molto semplici sul marketing della bicicletta: lo possono fare le aziende che appartengono a questo settore che è in forte crescita; lo possono fare aziende che operano in settori differenti, entrando in contatto con gli appassionati delle due ruote che rappresentano un segmento di mercato ampio e trasversale.

I numeri sono quel che sono: in Italia, secondo un noto imprenditore del settore, si vendono meno auto e si rubano più bici di quelle che la gente ri-compra nuove. Te la senti di dire qualcosa che invogli a comprare bici e non a rubarle?

Purtroppo il furto di bici è un fenomeno di mal costume, che non è diffuso solo sul nostro territorio. Ricordo che quando vivevo a Milano sentivo le stesse lamentele. Sicuramente è un problema culturale, come molti disagi che viviamo nel nostro paese. Il mio consiglio prima di comprare una bici è provare a rispolverare quella che molti di noi hanno in cantina. A volte basta poco per rimettere due ruote in sesto e, come mi ha raccontato Rudy Reyngout de L’Officina Ciclante che ho intervistato per il mio ebook: “L’importante è che una bici faccia il proprio lavoro, pedalare”.

Cosa faresti, in quanto a comunicazione, per risvegliare il mercato(morto, rispetto ad altri paesi europei) del noleggio bici in Italia?

Cercherei di risvegliare le coscienze degli amministratori, perché per far fiorire una cultura della bici ci vogliono delle strutture adeguate e la possibilità di realizzare progetti di bike sharing, in questo modo la bici diventa un bene comune. Mi viene da citare la campagna di comunicazione organizzata dal comune di Buenos Aires che ha tappezzato la città di affissioni che ritraevano illustrazioni di organi umani funzionati e i meccanismi della bici, parte integrante di essi. Non c’è miglior messaggio per promuovere la salute e la mobilità sostenibile.

Oltre al lavoro che svolgi, ti occupi anche di curare -con altri- un blog. Come vanno le cose con econote.it?

 Econote è un progetto che mi riempie di orgoglio perché nasce dal basso e cresce giorno per giorno, grazie all’impegno di un gruppo di persone che ha deciso di farlo perché veramente crediamo in un mondo più sostenibile. L’obiettivo, infatti, è quello di raccontare la sostenibilità sotto molteplici punti di vista, ognuno dal proprio mettendo al servizio del blog le proprie passioni e le proprie competenze.

 

Parlaci di un libro da leggere in bici, a piedi o in panchina!

Scegliere un solo libro è davvero difficile, anche perché in estate c’è più spazio per la lettura. Io consiglio di leggere storie e lasciar perdere libri professionali, portandoci in vacanza i compiti. Io sono un’appassionata di storie romantiche per cui farò il pieno di romanzi rosa prima delle vacanze. Per chi ama il genere consiglio i libri di Jojo Moyes, una scrittrice inglese che mi piace molto. Ma se c’è spazio in valigia consiglio due libri che ho letto da poco, brevi come la stagione del caldo perché si tratta di raccolte di racconti: Dieci Dicembre di George Saunders e Amico, Nemico e Amante di Alice Munro.

 

Mila Orlando* è una giornalista e blogger campana.Lavora presso un’agenzia di eventi e comunicazione ed è tra le fondatrici dell’eco-blog econote.it. Se vuoi acquistare il suo ultimo libro, clicca qui: http://urly.it/2kh2

 

 

 

5 domande insolite e orticanti a: Canio Loguercio, un artista talentuoso come pochi!

Vorrei imparare una lingua che sia rispettosa dei silenzi, del non detto, della parola assente…(Canio Loguercio).

In quanti siete, da dove venite e quanti fiorini pagate alla vostra mente, per testi così vivi? 

Ci sono delle canzoni che aspettano anni per avere la parola giusta al posto giusto. Ho capito che non devo starci molto addosso ai miei testi.. Ho imparato ad aspettare, anche perché non ho contratti che mi obbligano a fare presto.. Spesso ci penso in macchina o facendo lungo passeggiate.. Ovviamente sono testi creati su misura per delle melodie.. stiamo parlando di canzoni, cioè di una faccenda molto complessa, un territorio purtroppo pieno zeppo di frasi fatte e di luoghi comuni che sono sempre in agguato.

Scrivo quasi tutto in una specie di napoletano un po’ reinventato, non perché voglia collocarmi nel filone della musica popolare o seguire le orme della tradizione.. Tutte cose rispettabilissime, ma che non mi appartengono.. Della canzone classica napoletana colgo la grande suggestione, la deriva emotiva in cui mi abbandono per condividerne il pathos.. ma la mia scelta del napoletano non ha niente a che vedere con la tradizione.

 Ci parleresti delle tue collaborazioni musicali con altri artisti?

 Da anni lavoro con Rocco De Rosa, uno dei migliori musicisti e compositori nel panorama italiano, e poiché ho la fortuna di essergli amico, non mi lascio certo sfuggire la possibilità di lavorare con lui.. In tutti i miei dischi c’è il suo suono, la sua creatività, le sue invenzioni melodiche.

E in tanti anni di attività, prima con il gruppo Little Italy e poi con l’etichetta indipendente Officina, ho avuto modo di conoscere tanti artisti e quindi non mi è stato difficile coinvolgerli nei miei progetti musicali.. Penso a Peppe Servillo, Raiz, Maria Pia De Vito, Michele Rabbia, Paolo Fresu, Daniele Sanzone degli ‘A67, ecc.. Inoltre, sono molto curioso e mi piace conoscere e sperimentare.. cosa che ho imparato soprattutto frequentando gli “spazi multicodici” della Radio Rai di Pinotto Fava di qualche tempo fa, e allora ho cominciato a condividere i miei progetti con poeti, artisti, ecc.

Alcuni nomi? Poeti come Gabriele Frasca, Lello Voce, Rosaria Lo Russo, Tommaso Ottonieri, Enzo Mansueto, Sara Ventroni, Gilda Policastro, Maria Grazia Calandrone, Lidia Riviello, Franco Arminio, Giuseppe Boy.. ma tantissimi altri, a volte in veri e propri happening, reading collettivi.. come, ad esempio, col progetto AMARO AMMORE al Festival Teatri di vetro, o LUNTANO AMMORE al Festival Ethnicus.. o ETERNAMMORE, al Teatro Civile Festival di Festambiente o al Festival di Ravello.. o col progetto PASIONES con poeti italiani e poeti cubani a l’Habana.

Tragico ammore, forse, fa rima con rancore: nutri indignazione o rispetto nei confronti chi non riesce a cogliere la bellezza anche negli amori finiti?

 Ma no, gli amori veri non finiscono mai. Possono rimanere “sospesi” per qualche mese, qualche, anno, una vita intera, ma non finiscono..  Sarà pure un paradosso, ma chi parla o scrive di amori finiti, in realtà parla di cose estremamente vive dentro di sé, talmente vive e pungenti che possono certo provocare dolore, sintomo evidente di un fuoco che continua a bruciare.. Le canzoni d’amore, quelle “tragiche”, provano per l’appunto a descrivere uno stato di sospensione..

Ci parleresti del tuo prossimo disco?( in uscita per la rivista In pensiero curata e pubblicata dal coraggioso Direttore Editoriale di Squilibri edizioni!)

 Del prossimo numero della rivista non so dirti molto.. Posso solo dirti che il CD allegato è un po’ una sfida con me stesso.. E’ una raccolta di molte mie canzoni in versione “lo-fi”, realizzate senza l’aiuto di nessuno, capovolgendo completamente la mia storica attitudine alle collaborazioni, al coinvolgimento, alla condivisione..  Ho fatto tutto da solo. Cantato, suonato, registrato.. Con la mia chitarra, un vecchio Mac e Garage Band.. Però sono contento e abbastanza soddisfatto del risultato…Con Squilibri avevo già fatto il Libro + CD + DVD MISERERE e mi fa davvero piacere che questo lavoro esca con loro. Pubblicano delle cose veramente belle..

C’è una lingua dialettale del sud italia, oltre a quelle che già parli, che vorresti imparare? 

Vorrei imparare una lingua che sia rispettosa dei silenzi, del non detto, della parola assente.. Vorrei scrivere canzoni di un solo verso o di un solo fonema sussurrato.. e riuscire a comunicare come la forza di uno sguardo, magari di un ragazzo o una ragazza di uno di quei sud a cui ti riferisci.. Ma io non studio, non mi applico, in fondo scrivo solo canzoni di musica leggera, in perenne attesa della parola giusta da mettere al posto giusto.

 

© Mario Schiavone 2014 per Inkistolio: Storie Orticanti.  RIPRODUZIONE TESTI RISERVATA.

 

4 domande facili (più una difficile) a Natalia Castaldi: Intervista a una poetessa siciliana

Natalia Castaldi, poetessa e traduttrice. (Copyright foto Natalia Castaldi. Per gentile concessione dell'autrice)
Natalia Castaldi, poetessa e traduttrice. (Copyright foto Natalia Castaldi. Per gentile concessione dell’autrice)

“…non ho regole, più che scrivere vivo…”(Natalia Castaldi*)

Perché scrivi poesie (forse micro narrazioni intense, perché aiutano a fare pause esistenziali che richiedono tempi lenti…) in un mondo così veloce?

Scrivo di getto quando mi viene, poi accantono, scrivo sempre solo bozze; le rileggo a distanza di tempo e se funzionano sono già confezionate, altrimenti diventano altro dall’idea originaria e si trasformano in poesia, o racconti, dipende. Non sono poeta, sono solo una che scrive come le viene in quel preciso momento e sempre in base alla necessità, pulsione, di dire e comunicare quello che voglio che arrivi al lettore.

Quante ore al giorno scrivi e traduci per lavoro?

 Ci sono giorni che mi gratto semplicemente l’ombelico e penso e ripenso a ciò che di altri leggo; altri giorni che semplicemente vivo correndo e organizzando il tempo in base alle necessità quotidiane e familiari; ed altri giorni in cui scrivo. Non ho tempi prestabiliti, posso scrivere per sette ore consecutive, come per soli tre minuti, posso non scrivere per mesi e poi riprendere daccapo con maggiore voglia e con uno stile che a me sembra nuovo; non ho regole, più che scrivere vivo.

Da cosa trai spunto per le tue poesie?

Qualunque sia lo spunto e qualunque sia l’obiettivo, o l’idea che abbiamo del nostro obiettivo, credo che non si possa, quantunque si voglia, prescindere dalla vita scrivendo. Per cui traggo spunto da un qualunque pensiero, da un oggetto, da una fantasia, da un aneddoto mio o altrui, che comunque non puoi non catalogare sotto le diciture “esistenza, quotidianità, tempo”.

Qual è un poeta a te caro e imprescindibile per la tua formazione?

 Diversi. Di Ruscio, Ritsos, Aleixandre, Wilcock, i primi a venirmi in mente.

 

Secondo te in Italia le donne vengono trattate male perché alcuni uomini leggono poca poesia?

No. Conosco molti poeti che per una recensione si venderebbero la madre, quindi ritengo di no: la poesia non eleva gli animi né rende gli uomini meno bestie. Credo che il problema sia culturale in senso lato e che derivi da un’arretratezza rispetto ai paesi del Nord Europa ad esempio, che è molto legata al concetto di peccato, di machismo e di sacralità del ruolo femminile nella società e come perno del nucleo-famiglia. Ma è un discorso lunghissimo da fare, la domanda – bella! – non si può esaurire in una breve risposta, caro Mario, quindi mi impegno a occupare nuovamente spazio sul tuo blog con un post dedicato a questo spinoso argomento, che come donna mi tocca da vicino. 

Natalia Castaldi* è una traduttrice e poetessa italiana, nata a Messina. Ha vissuto fra Milano e Roma dove ha frequentato il corso di Laurea e specializzazione in Interpretariato e Traduzione, conseguendo nel 1997 la specializzazione in Traduzione di lingua inglese e spagnola. Ha viaggiato per studio e lavoro a lungo in  Inghilterra e altri paesi. Negli ultimi anni è tornata a vivere nella sua terra d’origine dove  svolge attività di traduttrice libero professionista e scrittrice. Suoi lavori sono stati pubblicati da diversi siti e blog di poesia, tra i quali: “La dimora del tempo sospeso”– a cura di Francesco Marotta, “La poesia e lo spirito” – a cura di Fabrizio Centofanti e Francesco Sasso, “Oboe Sommerso” – a cura di Roberto Ceccarini,” Arte Insieme” – a cura di Renzo Montagnoli, “Il giardino dei poeti” – a cura di Cristina Bove, “ Imperfetta Ellisse” a cura di Giacomo Cerrai e “Stroboscopio” – a cura di Luigi Bosco e “Nazione Indiana”- a cura di Marco Rovelli. E’ stata fondatrice del collettivo Poetarum Silva da cui è uscita lo scorso maggio.

Per leggere una bella recensione al suo ultimo libro di poesie: http://poesia.blog.rainews24.it/2011/11/29/natalia-castaldi-dialoghi-con-nessuno/

Per saperne di più: http://exilioydesnacimiento.wordpress.com/

© Mario Schiavone per Inkistolio: Storie orticanti. RIPRODUZIONE RISERVATA DEI TESTI.

5 domande a Margi de Filpo

Liza di Margi de Filpo (Epika Editore)
Liza di Margi de Filpo (Epika Editore)

“ Berlino è il mio paese inventato, una città fatta di uomini travestiti da conigli che regalano uova dipinte…” (Margi de Filpo*)

Scrivi e leggi tantissimo. Collabori, fra le altre attività, con Ivan Arillotta per la “manutenzione creativa” del blog letterario “unonove”. In fondo è tutto volontariato letterario: perché lo fai?

Unonove è nato come una scommessa fra me e Ivan, scommessa che fortunatamente ho perso io. Quando un autore ti chiama in piena notte, o il giorno di Natale, perché ha bisogno che tu legga qualcosa che ha inviato, riconosci il tuo stesso bisogno. I brindisi via Skype perché abbiamo avuto mille lettori unici in ventiquattro ore, sono momenti di condivisione sincera e impagabile: è esaltante. Esaltante quanto sapere che un “tuo” autore ha firmato un contratto di pubblicazione. Leggere è una passione che fa trascinare valigie spesso troppo pesanti, scrivere un bisogno che necessita di condivisione per essere soddisfatto. Non è volontariato, è fuga dalla solitudine.   

Sei cresciuta a Berlino, se non ricordo male. Io ci ho vissuto per un periodo. Città multiforme e molto attraente per chi scrive e legge. Potresti consigliarci almeno due libri recenti e interessanti ambientati in questa città tanto affascinante?

No, non potrei. Perché mi vengono in mente solo classici e sarebbe superfluo parlarne. Non sono cresciuta a Berlino, però. Nel sentirmi apolide che ti dicevo, concorrono vicende più complesse. Ho trascorso periodi lunghi della mia infanzia a Berlino perché mio padre lavorava lì. Ma ho cambiato spesso città, anche in Germania, tornando nel mio paese fra un trasloco e l’altro. Berlino è il mio paese inventato, una città fatta di uomini travestiti da conigli che regalano uova dipinte, e scuole occupate, con gli altoparlanti alle finestre. È la musica che ascoltava mio padre, il primo computer che ho visto, e le nostre valigie sempre pronte. Ma sono solo ricordi confusi di una bambina che oggi si sente romana e lucana.

Da cosa trai spunti per le tue storie?

Da ciò che vedo, sento e leggo. Spesso da un dettaglio, come è stato nel caso di “Liza”: i fogli piegati a metà descritti nell’incipit del romanzo erano, nella realtà, le lettere private di uno dei miei scrittori preferiti, che ho avuto l’onore di leggere una notte in un appartamento a Testaccio. Cosa c’entra la storia che ho raccontato? Nulla. Ma parte da lì, l’emozione di un momento che si “srotola” in una trama. Credo che scrivere renda più sensibili e attenti ai particolari, non il contrario. Chi scrive finge, eppure è onesto.  Spesso lo spunto è autobiografico, e non sempre il risultato è soddisfacente, nella stesura finale di me rimane poco, se non nulla. Quando riesco a sparire, il racconto funziona.

Ci sono storie da non scrivere mai secondo te?

Sì, storie che banalizzano argomenti delicati. Non tutti possono scrivere di tutto, in alcune situazioni l’intelligenza ci pone l’obbligo di astenerci. Poi, leggere romanzi scritti da giornalisti, da politici, da personaggi dello spettacolo, per me è spesso- non sempre, ma spesso – un’esperienza intimamente straziante. Alla fine il discorso è sempre lo stesso: se non hai nulla da dire a riguardo, taci.

Se la tua scrittura fosse un animale dotato di superpoteri, che animale sarebbe?

Mario, te lo ricordi Grisù, l’ultimo discendente dei Draconis, che odia la sua natura di draghetto perché quando si emoziona incenerisce tutto? Ecco: Grisù.

Margi de Filpo* è una scrittrice e vive a Roma, dove lavora in una agenzia di comunicazione. Collabora con la redazione di Leggere:Tutti. Ha scritto e scrive per diverse riviste letterarie molto attive in rete. Assieme a Ivan Arillotta coordina il blog di storie “unonove”.  Ha una vivace pagina fb su cui scrive status ironici e intelligenti, descrivendo quanto le accade ogni giorno. Il suo ultimo libro, appena uscito in libreria, è: Liza (Epika Edizioni). Per leggere alcune sue storie: http://www.unonove.org 

© Mario Schiavone per Inkistolio: Storie orticanti. RIPRODUZIONE RISERVATA DEI TESTI.

5 domande a Simona Sparaco: Una scrittrice in corsa per il Premio Strega 2013

Nessuno sa di noi. di Simona Sparaco  pubblicato da Giunti Editore

“Voler diventare scrittori è una scommessa difficile da vincere” (Simona Sparaco*)

Scrittrice e sceneggiatrice… Dopo anni di studio. Quanta fatica ti è costato tutto questo?

Voler diventare scrittori è una scommessa difficile da vincere. Quando sei ragazzina e senti la scrittura come un gesto naturale e necessario, devi anche imparare a confrontarti con la realtà di questo mondo e sapere che per veder pubblicato il tuo lavoro devi avere tenacia, fortuna e qualcosa di davvero interessante da raccontare. Gli anni di studio alla Holden, in Rai e a Mediaset mi sono serviti soprattutto per capire questo, e anche, certo, per affinare le tecniche di un mestiere che, seppur difficile da realizzare, resta comunque tale.

Finalista al Premio Strega: Una cosa incredibile ma bella e vera. Sei felice?

Felice è dir poco. Ancora non ci credo. Quest’anno è passato come uno Tsunami, devo ancora prenderne coscienza e rifletterci sopra. Per ora mi godo le emozioni allo stato puro.

 Dove cerchi gli spunti per le tue storie?

E’ la vita che me le offre di volta in volta. I romanzi, a differenza delle sceneggiature che scrivi su commissione, affondano le radici nell’anima. Per scrivere devi essere disposta ad ascoltarla, e a lasciare che sia la vita a guidarti, senza paura.

Una parola che non useresti mai nella tua scrittura?

Bella domanda. In verità sono per natura possibilista, il “mai” mi spaventa, e mi piace mettermi nella condizione di poter sempre cambiare idea. Anche la parola più insignificante e cacofonica, messa nella condizione giusta, potrebbe riservarmi sorprese.

 Credo di essere stato un compagno di banco difficile, negli anni in cui facevamo gli studenti a Torino.Vorresti vendicarti dicendomi qualcosa qui e ora?

Definirti difficile è impossibile. La tua sensibilità ti rende un essere speciale. Eri il più giovane di tutti, eppure anche quello con le idee più chiare. Ho sempre pensato di te che non appartenessi del tutto a questo mondo, ora che sei diventato grande te lo posso dire. E anche chiedere: “Svelami il tuo segreto, Mario. Come fai ad avere quello sguardo che dice: sono nato che di me sapevo già tutto? Da che pianeta vieni?”

Simona Sparaco* è una scrittrice romana. Dopo aver preso una laurea inglese in Scienze della Comunicazione e aver vissuto all’estero,  è tornata in Italia e si è iscritta alla facoltà di Lettere, indirizzo Spettacolo. Ha poi frequentato diversi corsi di scrittura creativa, tra cui alcuni corsi di scrittura Rai e Mediaset. Ha pubblicato un suo racconto nella raccolta The sleepers. racconti tra sogno e veglia” edito da Azimut nel 2008. Per Newton Compton ha pubblicato nel 2010 i romanzi “Lovebook” e “Bastardi senza amore”, tradotto anche in inglese. “Nessuno sa di noi”, sua ultima storia pubblicata quest’anno da Giunti Editore,  è uno dei libri in corsa per il  Premio Strega 2013. 

 © Mario Schiavone, per Inkistolio: Storie Orticanti.  RIPRODUZIONE TESTI RISERVATA.

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