Senso delle cose che si perde e persone che cambiano.

Ecce Homo 2013. dell'artista campano Raffaele Bova.

Ho vissuto, intorno ai venti anni d’età, per un lungo periodo della mia vita a Torino.

Lì ho frequentato una scuola di scrittura creativa (ci andavo ogni giorno, con dedizione) e una facoltà universitaria (sedevo tra quelle aule numerate e affollate molto raramente, con avvilimento e senso di vuoto interiore).

Nella scuola di scrittura, in compagnia di un gruppo di aspiranti registi sceneggiatori e narratori, ho appreso che le Grandi idee creative partorite in piena notte e di punto in bianco non esistono. Ciò che è possibile ritrovare, in un momento poco preciso, è una certa visione del mondo e del gesto creativo; però servono tantissime letture e una quantità innumerevole di ore investite nel pensare (prima) e scrivere (dopo).

C’era, nella scuola di scrittura che ho frequentato, un senso fraterno fra noi allievi che in vita mia ricordo di aver provato solo da piccolo, quando ero un boyscout.

Dopo quel senso di fratellanza utile a stare insieme, venivano l’amore e il rispetto per i classici della letteratura, del cinema, del teatro e del fumetto: nessuno di noi aspirante scrittore o regista avrebbe mai ignorato i “maestri” o fatto di tutto per “dimenticarli” nel vano tentativo di una ricerca artistica fallimentare sin dagli esordi.

Se scrivo tutto questo pur sapendo (forse) di potermi sbagliare, c’è una ragione: molte di quelle persone, ragazzi e ragazze di allora che ho sentito molto vicini a me in un senso unico e speciale di fratellanza, oggi sono irriconoscibili. Svolgono il loro lavoro dei sogni. Leggi i loro nomi sui giornali e sulle copertine dei libri. In cima alle sceneggiature e in coda ai titoli dei film finiti. Eppure, alcuni di loro, a guardarli bene, hanno perso quel senso della ricerca artistica che rendeva ognuno di loro un semplice e comune appassionato fruitore di narrazioni e probabile futuro autore di storie.

Perché accade questo? Non ho una risposta. Manca il senso del gesto, una direzione interpretativa utile a capire meglio il perché del fenomeno. Ed io? Io che ero uno di loro, cosa faccio oggi? Sto in silenzio. Seduto a guardare. Oppure scrivo, sempre in silenzio. Cercando di ascoltare gli ingranaggi della mente che cigolano alla ricerca di una visione possibile delle cose che mi circondano. Tutto qui.

 

Intervista esclusiva: 5 domande allo scrittore Mario Capello.

Mario Capello

“Karadzic era un poeta, per esempio, e uno psicologo e ciò non gli ha impedito di provare a distruggere Sarajevo.”
(Mario Capello*)

Ormai, dopo anni di apprendistato, sei al terzo libro. Quando e perché hai cominciato a scrivere?

In effetti, per quanto possa suonare stucchevole (e chi mi conosce sa quanto odi ogni svenevolezza), desidero scrivere da sempre. Da quando sono bambino. Ma cominciato, seriamente, ho cominciato tardi (fino ad allora ho letto). Ai tempi della scuola Holden e poi, più seriamente, subito dopo averla terminata, in un periodo complesso ma fecondo della mia vita – un lavoro, il figlio appena nato, una casa da mettere su. Al tempo fu come se qualcosa si fosse sbloccato. Di sicuro, dovevo liberarmi di un sovrappiù di cerebralità che mi frenava. Ho deciso, allora, di scrivere una storia che riuscisse a trasmettere certe emozioni – la nostalgia, l’amore per i genitori, il senso di perdita che si prova quando si smette di essere bambini – anziché certe idee. E, tutto sommato, ha funzionato.

La tua scrittura è asciutta, pulita; infatti produce movimenti, onde narrative portatrici di significato. Quanto tempo dedichi alla riscrittura delle tue storie in fase di stesura?

Di solito la prima stesura è molto veloce, per quanto proceda sempre a brani e brandelli – a causa del tempo rubato ad altro (compresa una pigrizia profonda). Poi ci torno su, più volte. Ma è difficile che cambi qualcosa di davvero sostanziale – la macrostruttura, per esempio, ancora non mi è capitato di cambiarla granché. In effetti non sono mai riscritture. Più che altro, limo, aggiusto. Le parole, il ritmo, il giro di frase. Da solo, prima e poi affidandomi agli editor di cui mi fido.

Se la letteratura- come sostengono molti – non cambia il mondo, a che serve?

Oh, be’ la letteratura diverte, emoziona, scuote, coinvolge – mi sembra già molto. La letteratura arricchisce il tuo vocabolario (non solo verbale) e così facendo ti dà degli strumenti per leggere meglio la realtà. Non ti rende necessariamente una persona migliore, ma di sicuro ti rende più articolato. Non mi sembra cosa da poco. E poi, la letteratura diverte (l’ho già detto?).

Un sindaco italiano, figlio di un poeta, ha ben pensato di mettere all’indice una serie di libri: senza dover dar conto a nessuno della sua decisione. Cosa pensi di questa scelta tragica e assurda?

Che non è assurda, ma, anzi, è la logica conseguenza di un discorso che, purtroppo, è molto diffuso. Un discorso che prevede la difesa – risentita, rancorosa e spaventata – di uno status quo, costi quel che costi. Che l’autore del gesto sia figlio di un poeta non mi stupisce affatto – Karadzic era un poeta, per esempio, e uno psicologo e ciò non gli ha impedito di provare a distruggere Sarajevo. Non voglio dire che la strada imboccata sia quella (mi auguro proprio di no). Ma che non sappiamo davvero impare nulla dal passato, neppure recente.

Puoi dirci qualcosa del tuo prossimo libro? (Se non ne hai uno nel cassetto, puoi usare lo spazio di questa domanda per parlarci di un tuo autore preferito.)

No, per scaramanzia. Ma spendo con piacere qualche parola su Ferito a morte di La Capria. Un libro importantissimo, per me, fatto di atmosfere, luce e corpi. Di emozioni evocate e suggerite e struggimento e rimpianto e senso di perdita. Uno di quei rari romanzi in cui ricerca e perizia formale e capacità di emozionare raggiungono una sintesi perfetta. Se per caso non doveste averlo letto, fatelo. Per quanto mi riguarda, vi invidio, perché dovete ancora leggere Ferito a morte per la prima volta.

Mario Capello è uno scrittore italiano. Vive a Torino, dove lavora in ambito editoriale. Il suo ultimo libro è “L’appartamento” (Tunuè Editore, 2015.)
Per acquistare il libro e per saperne di più sull’autore:
http://www.tunue.com/it/home/299-l-appartamento.html#.VaUtcPntmko

5 domande orticanti a Antonio Castagna autore di: “Tutto è monnezza”

Tutto è monnezza-Libro di Antonio-Castagna

“…capire come abbiamo fatto ad arrivare fin lì è invece la condizione indispensabile se vogliamo avere un futuro, altrimenti dopodomani, quando avremo finito di denunciare e di piangere i morti, saremo di nuovo punto e a capo, ciechi e sordi… (Antonio Castagna*)

“Tutto è monnezza” è un bel libro che prova a spiegare davvero cosa accade al ciclo dei rifiuti in Italia. Quando lo hai scritto hai pensato a un lettore ideale?

In realtà il libro un po’ spiega, un po’ si interroga. Io sono un cittadino che ha provato a capirne di più, ma che si ritrova in una sorta di labirinto fatto di cose incomprensibili: perché in Italia ogni Regione calcola la differenziata a modo suo? Perché ogni bacino di raccolta utilizza cassonetti e metodi di raccolta diversi? Tutto questo e altre incongruenze rendono poco credibile tutto il sistema. Nel nostro paese sono ancora tanti a pensare che dopo aver fatto la raccolta differenziata i rifiuti finiscono tutti insieme in discarica. Non è vero, tranne rari casi dove la situazione è particolarmente critica. Però il sistema è talmente ingarbugliato e contraddittorio che a me pare ovvio che ognuno immagini cose diverse. E poi c’è il fatto che le leggi e le regole vanno spesso in senso contrario al buonsenso diffuso. Ad esempio la legge dice che un bene, quando qualcuno ha l’intenzione di disfarsene, allora è di per sé un rifiuto. Però molti di noi hanno fatto esperienza di oggetti trovati vicino ai cassonetti, o lungo le strade, che hanno valore, possono essere recuperati e utilizzati, come è successo spesso a me quando vivevo a Palermo da studente. Per la legge prendere un oggetto ingombrante appoggiato al cassonetto è furto nei confronti del Comune, che ha la responsabilità della raccolta. Capisco le ragioni della legge, ma sperare che un cittadino comprenda regole come questa è veramente difficile. E pensare che l’Italia ha fatto propria nel 2010 una direttiva europea che impone di attivare la “preparazione al riutilizzo”, cioè un sistema agevolato per rimettere in circolazione beni ancora utilizzabili a cui è possibile evitare la discarica. L’Italia ha approvato la legge nel dicembre del 2010, ma mancano i decreti attuativi, e quindi niente preparazione al riutilizzo. Sono solo alcuni esempi, c’è dell’altro e tanti aspetti non li conosco neppure io. Il lettore a cui pensavo e penso è il cittadino mediamente interessato. Il discorso pubblico sui rifiuti è spesso concentrato sui problemi e sulle emergenze. Io ho provato a mostrare come i rifiuti siano una parte normale e inevitabile della nostra esperienza, che vanno trattati come una possibilità, perché se smetti di guardarli come scorie disgustose puoi scoprire che spesso contengono materia che ha valore. La domanda che mi faccio e faccio al lettore è come mai facciamo così fatica a vederli in questo modo.

Qui in Campania -lo dico per esperienza personale- si muore di tumore da tempo. La percentuale dei decessi non cala.  Anche (e non solo) a causa di alcune aziende del nord Italia e del Nord Europa, che hanno seppellito in queste terre materiale tossico di ogni tipo. Lo dicevano in tanti, da anni, nessuno ci credeva. Ora scopro tanti grandi profeti e tecnici ambientali che propongono grandi soluzioni senza mai interpellare la gente comune che qui ci vive. La domanda è: Cosa pensi del problema italiano dei rifiuti accumulati al sud e mai smaltiti?

Penso come dici tu che è un problema italiano, non semplicemente del sud, né del nord. Non abbiamo voluto e saputo guardare e ora che ci accorgiamo il sentimento dominante è di angoscia e rabbia. Abbiamo bisogno di riflettere, non solo di opporci e denunciare. Quello dei rifiuti è un mondo complesso, non possiamo semplificare troppo. E pure rispetto al sistema criminale dei rifiuti, c’è spazio per capirne di più. Denunciare è importante, curare e bonificare fondamentale, capire come abbiamo fatto ad arrivare fin lì è invece la condizione indispensabile se vogliamo avere un futuro, altrimenti dopodomani, quando avremo finito di denunciare e di piangere i morti, saremo di nuovo punto e a capo, ciechi e sordi, pronti a subire soprusi pur di raccogliere qualche briciola di benessere.

Credi davvero che smaltire rifiuti aiuti a vivere in pace anche con la propria anima?

Riusare, riciclare e smaltire sono solo possibilità di trattare i rifiuti. Il punto, credo, è però quello di sapere, capire, conoscere i processi produttivi, conoscere la materia di cui sono fatti gli oggetti. Conoscere significa decidere; se non conosci, qualcuno decide per te e c’è poco da stare in pace.

Che domande ricevi dal pubblico quando presenti in giro il tuo libro?

Le persone che incontro sono interessate a capire di più e meglio le questioni legate alla differenziata. Perché ci siamo abituati a ragionare in questi termini. Io propongo di ragionare in termini di materia, di valore, di possibilità. Ragionare in termini di raccolta differenziata del resto ha poco significato, tanto che le leggi europee, approvate anche dall’Italia, impongono di ragionare in termini di materia recuperata. Perché tu raccogli magari il 70% di plastica (che poi sono plastiche, diverse l’una dall’altra, alcune riciclabili, come il PET con cui sono fatte le bottiglie, altre no, come il polistirene con cui sono fatti ad esempio piatti e bicchieri di plastica, che è di bassa qualità e non vale la pena riciclare, quindi finisce in inceneritore). Dicevo quindi, raccogli il 70% di plastica, ma recuperi meno del 50% di materia, perché una parte di quello che hai raccolto sono scarti, errori dei cittadini, una parte non è comunque riciclabile. In Italia, malgrado le leggi, si continua a fornire un dato, quello della raccolta differenziata, che aveva significato quando si cominciò a raccogliere in maniera differenziata, ma che ora rischia solo di illudere. Un’altra cosa che chiedono è, allora come si fa? Si fa che si impara a sorridere di tutte le contraddizioni, del sistema e di ognuno di noi, e poi ci si dedica a conoscere e saperne di più. Pare poco, perché non è una soluzione pronta, è tanto, perché è la condizione per trovarle le soluzioni. Spero che “Tutto è monnezza”  dia un contributo in questa direzione.

Ti andrebbe di dirci qualcosa sul tuo prossimo libro?

Mi andrebbe se ne avessi in programma uno. Io faccio il formatore manageriale, mi sono avvicinato ai rifiuti lavorando con dirigenti e funzionari della Provincia di Trento che si occupano di rifiuti. Non sono un tecnico, uno specialista, quella che ho provato a raccontare è un’avventura, il tentativo di immergermi in un mondo talmente complesso da essere attraente per quanti risvolti presenta. Ho scritto e realizzato anche dell’altro, ma sempre in maniera saltuaria, nel tempo che mi lascia il mio lavoro e la vita che faccio, che sono sempre in treno a girare da una città all’altra. Nel 2004 ho pubblicato un libro di racconti, Mappumi; nel 2008 ho realizzato un documentario Teatri interrotti (che si trova on line tra l’altro); nel 2012 ho pubblicato un reportage sul lavoro di un gruppo di rovistatori Rom di Torino. Il libro si intitola Il futuro del mondo passa da qui; e ora Tutto è monnezza. Scrivere mi piace, ho anche un blog www.lavorobenfatto.blogspot.it dove mi interrogo sul senso e sul valore del lavoro, perché andando in giro per le aziende ho l’impressione il lavoro per molti (imprenditori, dirigenti, ma anche lavoratori) abbia finito per coincidere con una merce come un’altra. Ma nel lavoro ci sono i desideri, i progetti, i pensieri, dubbi, di persone la cui vita non è riducibile a una funzione. Il ritmo di scrittura dunque dipende molto dal ritmo del mio lavoro. In preparazione ho tante cose diverse, ho cominciato dei racconti, ho cominciato un romanzo, sto ragionando su un saggio, ne ho cominciato un altro. Non ho idea se porterò a termine qualcuno di questi progetti.

Antonio Castagna* è un formatore manageriale, blogger e autore di storie che vive a Torino. Ha pubblicato un libro molto utile che sta facendo un gran “rumore” utile a capire meglio cosa accade (o dovrebbe accadere) ai rifiuti che produciamo: “Tutto è monnezza. La mia dipendenza dai rifiuti”(LiberAria Edizioni).  In questo bel saggio l’autore spiega vita, morte e miracoli del ciclo dei rifiuti: in modo propositivo e costruttivo.

Per comperare “Tutto è monnezza” potete rivolgervi al vostro libraio di fiducia. Se lui non è convinto del nome della Casa Editrice. Se è “pigro” e non vi ascolta,  ditegli che LiberAria Editrice è distribuita da Messaggerie Libri. Capirà al volo di cosa state parlando. Per saperne di più su Antonio Castagna ecco il link del suo blog:

http://www.lavorobenfatto.blogspot.it/

Ps: Considerato che dalle parti di LiberAria Edizioni c’è un gruppo di ragazzi davvero coraggiosi (perchè capaci ancora di  credere nei libri) secondo me, un salto sul loro sito per capire meglio che libri pubblicano dovete farlo!  http://www.liberaria.it/

 

©Mario Schiavone per Inkistolio: Storie orticanti. RIPRODUZIONE RISERVATA DEI TESTI.

 

 

5 domande a Luca Giordano: Intervista a un inventore di storie che gira il mondo a caccia di personaggi.

"Qui non crescono i fiori" primo romanzo di Luca Giordano pubblicato da Isbn Edizioni di Milano.
“Qui non crescono i fiori” primo romanzo di Luca Giordano pubblicato da Isbn Edizioni di Milano.

“I paesini arroccati del Chiapas e i visi sempre seri dei messicani. I randagi che ci stanno a Tehotiuacan. Il sudore. Ecco, quei posti mi hanno dato tantissimo in termini di descrizione. E ne ho approfittato…” (Luca Giordano*)

Il tuo primo libro è davvero un ottimo libro. Non perfetto, certo. Sei così giovane che sono sicuro avrai tempo per perfezionare il talento che già esiste. Pensi di voler continuare a raccontare storie anche attraverso i libri?

Credo proprio di sì. Ho iniziato a lavorare a un paio di storie e devo capire bene quale può interessarmi di più, quale tra le due sono in grado di scrivere meglio. Per ora sono solo embrioni. Probabilmente nessuno dei due diventerà un romanzo perché troverò una terza idea ancora migliore. Sono a quel punto in cui ancora non lo posso capire. Se poi dovessi cominciare a scrivere con più continuità per il cinema sarei solo contento, ma l’importante è raccontare storie che mi piacciono. Continuerò e, poco per volta, spero, riuscirò a migliorare fino alla perfezione. (Questa è una specie di minaccia.)

Di mestiere fai lo sceneggiatore. Che differenza c’è fra pensare per immagini e pensare per costrutti linguistici come quando scrivi in prosa?

Nonostante spesso inizi a scrivere pensando per il cinema, anche solo per avere una struttura solida e delle scelte ben precise, tra i due tipi di scrittura le differenze ce ne sono eccome. Più che altro, per quanto mi riguarda, anche se questo libro è piuttosto visivo, in un romanzo hai più libertà di divagare, di soffermarti su particolari che nella scrittura cinematografica puoi benissimo lasciare da parte. Hai meno regole. Nella maggior parte dei casi non scrivi nemmeno da solo, ma insieme a registi o altri colleghi. Devi fare scelte che siano fattibili per la messa in scena, magari per il gusto del produttore che ti dice che ci sta Raoul Bova anche se tu hai scritto un personaggio sessantenne. Poi, ovvio, una delle cose che hanno in comune è che se vuoi scrivere una cosa buona in entrambi i casi devi faticare, rischiare, essere pronto a fallire. Magari anche ricominciare da capo. 

La tua brevissima biografia dice che vivi a Torino. Però racconti benissimo il sud… ti andrebbe di dirci se ci sei stato o se prendi spunto dai libri che leggi e dai film che vedi?

Ho vissuto a Torino fino a vent’anni, ho sopportato Roma per gli ultimi otto e ora torno a casa. Sono stato in Sicilia per un paio di viaggi ma nulla più. Quindi sì, libri e film mi hanno enormemente aiutato a formare l’immaginario che è alla base di Qui non crescono i fiori. Leggere, leggere tantissimo, può solo aiutare chi scrive. Guardare tanto cinema, uguale. Poi ho fatto ricerche specifiche sull’isola in cui è ambientato ma, probabilmente, una delle cose che più mi hanno aiutato sono stati due viaggi che ho fatto negli ultimi anni. Un viaggio in solitaria in Messico e i mesi passati in Australia. Alcuni luoghi, gli odori, il calore del deserto di quei posti e le piogge improvvise che mi sono beccato nella campagna attorno a Sydney. I paesini arroccati del Chiapas e i visi sempre seri dei messicani. I randagi che ci stanno a Tehotiuacan. Il sudore. Ecco, quei posti mi hanno dato tantissimo in termini di descrizione. E ne ho approfittato. 

Parlaci, se ti va, di qualche tuo lavoro in uscita. O in preparazione. Senza svelare troppo, ovviamente!

Da qualche giorno abbiamo ricevuto l’ufficialità che il primo lungometraggio che ho scritto sarà in concorso a Venezia, nella sezione orizzonti. E’ il film di diploma del Centro Sperimentale, mio e di gran parte della troupe. La regia è di Enrico Maria Artale, e l’ho scritto insieme a lui e Francesco Cenni, uno dei giovanissimi nostri insegnanti che ha deciso da subito di partecipare al progetto. S’intitola Il terzo tempo, ed è la storia di un giovane che, uscito dal carcere minorile e nonostante i primi scontri con il proprio assistente sociale, trova nel rugby la possibilità di un riscatto che non si sarebbe mai sognato. E’ un esordio quasi per tutti, per molti attori, per il regista e gran parte dei reparti, quindi la soddisfazione è enorme e ne è uscito fuori un qualcosa che ho come l’impressione possa piacere a molti. Almeno lo spero. Ecco, questo è quello che ho in uscita. Fino a un paio d’anni fa una notizia del genere me la sognavo, quindi mi limito a parlare di questo che di questi tempi è già una gran cosa. 

Non credo alle storie a lieto fine. Forse neanche tu. Se esistono logiche della vita incomprensibili. Perché secondo te molti narratori contemporanei si ostinano a raccontare storie che finiscono sempre in modo romantico ma poco reale?

In realtà alle storie a lieto fine ci credo, e parecchio. Il problema è quando il finale è consolatorio perché conviene e non perché la storia lo richiede. Qui non crescono i fiori non è una storia che poteva finire bene, è un po’ come se Caino ad Abele gli facesse solo un piccolo taglietto sul costato. Abele non muore e son tutti felici e contenti. Adamo ed Eva non lo piangono, Caino è un po’ uno stronzo ma viene perdonato. Dio è tranquillo e pensa ad altro. Ecco, continuando su questo paradosso, forse alcuni narratori si accontentano del taglio sul costato. Queste scelte funzionano dal punto di vista delle vendite, è innegabile, e sono assolutamente convinto che sia giusto così. La maggior parte dei lettori ha bisogno di storie di questo tipo e il mercato deve accontentarli. Insomma, non credo che il problema sia del narratore che si ostina a raccontare storie che finiscono in modo romantico. Credo che la colpa sia quando questo viene fatto per convenienza o per pressione. Io probabilmente continuerò a scrivere storie di questo genere o con finali in cui non si intravede molta speranza ma, ne son convinto, quando troverò la storia giusta, che mi convince fino in fondo e che sarò in grado di scrivere, con un bellissimo lieto fine sarò solo contento. Per ora mi accontento. 

Luca Giordano* è un giovane e bravo sceneggiatore italiano. Come scrittore di prosa ha esordito con il romanzo: “Qui non crescono i fiori” (Isbn edizioni 2013). Per saperne di più sull’autore e leggere un estratto del suo libro:  http://www.isbnedizioni.it/libro/266

© Mario Schiavone per Inkistolio: Storie orticanti. RIPRODUZIONE RISERVATA DEI TESTI.

5 domande difficili a Dario Voltolini

Rincorse di Dario Voltolini (Einaudi)
Rincorse di Dario Voltolini (Einaudi)

“… secondo me in Italia i lettori (ma non solo loro) non cercano né Personaggi né Scrittori Veri” (Dario Voltolini*)

Hai lavorato alla Olivetti, tanto tempo fa. Che ricordo hai di quell’esperienza?

 Ho sostanzialmente buoni se non ottimi ricordi. Ho avuto in quegli anni, cioè dal 1987 al 1994, la possibilità di vedere dall’interno come funziona (va) una grande azienda italiana. Il ricordo più bello, a parte quelli relativi a vicende personali private, è che nel laboratorio dove io sono stato assunto, dove si sviluppavano tecnologie vocali, eravamo compresenti informatici, periti industriali, fisici, ingegneri, filosofi, matematici… quella varietà di formazioni diverse organizzate insieme per un lavoro comune era molto bella, e qui vorrei ricordare l’ingegner Vittorelli che aveva “messo su” questo laboratorio e lo aveva fatto in questo modo. Un brandello di utopia che mi è stato permesso di vivere nella realtà. Poi non voglio sottovalutare l’importanza che hanno avuto per me altre due situazioni olivettiane. La prima è ambientale ed eporediese: in una saconda fase del mio lavoro in Olivetti da Torino ero stato spostato a Ivrea e quella città, che altrimenti non avrei conosciuto così da vicino, mi è rimasta nel cuore e lo è tuttora, anche se la presenza dell’Olivetti su quel terriorio è svanita. La seconda è umana e calabrese: per un periodo ho fatto il “pendolare” fra Ivrea e Rende (Cosenza) dove stavamo trasferendo il laboratorio di tecnologie vocali presso un consorzio chiamato CRAI. Bene, anche quella parte di Calabria e molte persone conosciute lì, che non avrei mai incontrato in vita mia, mi sono rimaste nel cuore. Tutto grazie all’Olivetti. Ti ho detto le cose positive, perché sullo sfacelo e la dissipazione del patrimonio Olivettiano che ho visto con i miei occhi accadere e persino forse volere, non ho che inquietudini ed enigmi, tutti riguardanti il nostro Paese e le sue classi dirigenti.

Scrittore. Con la S maiuscola, altrimenti non vale. Secondo te in Italia perché i lettori cercano personaggi e non scrittori veri?

Domanda difficile. Provo vigliaccamente a cavarmela con una battuta: secondo me in Italia i lettori (ma non solo loro) non cercano né Personaggi né Scrittori Veri (ti ho messo tutte le maiuscole che volevi e che non volevi), ma, più passivamente, ricevono quello che gli si passa con più intensità. E quello che gli si passa sono i Personaggi, non gli Scrittori Veri. Certo, una persona può anche appartenere a entrambe le categorie, ma i Personaggi sono di più e più vari degli scrittori. Percepisco la polemica sottostante la tua domanda e la capisco perfettamente, tuttavia io stesso, che dovrei tifare per gli Scrittori Veri e contro i Personaggi, ho letto “Io, Ibra” ma non le ultime traduzioni di De Lillo.

 Quanto tempo dedichi, ogni giorno, alle invenzioni narrative che metti nelle tue storie?

Non so risponderti. Ultimamente scrivo insieme a Lorenzo Bracco, nel senso che scriviamo a 4 mani, e mi viene da dire che dedico alle invenzioni narrative esattamente il tempo che dedico alla scrittura, cioè quando viaggiamo a pieno regime mediamente quattro ore al giorno, tre-quattro giorni la settimana. Cioè: scrivere è equivalente a dedicare il tempo alle invenzioni narrative.

Sono di parte, se non si è capito: Puoi dirci qual è il tuo libro a cui sei più legato?

Esistenzialmente, al primo, “Una intuizione metropolitana”, pubblicato da Bollati Boringhieri nel 1990, quello che non prevedevo e che invece è capitato e grazie al quale si è aperta la strada per scriverne altri.

Anni fa, mentre facevo un lavoro difficile, in un ristorante colmo di gente strana…c’era un mio amico scrittore che mi guardava dalla strada. Faceva freddo, eppure era lì a guardarmi mentre correvo fra i tavoli portando piatti. Me lo disse un collega. Secondo te, quel mio amico torinese bravo a scrivere, cosa pensava oltre il vetro del ristorante?

 Pensava: bravo Mario, fatichi a faticare e così scriverai cose vere.

 Dario Voltolini* è uno scrittore italiano  nato nel 1959 a Torino. Dopo essersi laureato in Filosofia del Linguaggio ha lavorato nel laboratorio Speech & Language Lab. della Olivetti. Collabora all’inserto “Tuttolibri” del quotidiano La Stampa e alle riviste L’Indice e PulpHa pubblicato negli anni diversi libri che hanno colpito critica e pubblico per le originali invenzioni narrative. Ha scritto radiodrammi per la Rai e libretti per il compositore Nicola Campogrande. Usa da poco facebook e ha un cattivo rapporto con le e- mail e il cellulare. Però se lo incrociate per le strade di Torino è capace di tenervi una buona compagnia per ore, raccontandovi storie incredibili. Il suo ultimo libro, scritto con Lorenzo Bracco, è: “Da costa a costa. Cronistoria di un viaggio per mare “( Booksprint 2012).

 © Mario Schiavone per Inkistolio: Storie orticanti. RIPRODUZIONE RISERVATA DEI TESTI.

5 domande a Simona Sparaco: Una scrittrice in corsa per il Premio Strega 2013

Nessuno sa di noi. di Simona Sparaco  pubblicato da Giunti Editore

“Voler diventare scrittori è una scommessa difficile da vincere” (Simona Sparaco*)

Scrittrice e sceneggiatrice… Dopo anni di studio. Quanta fatica ti è costato tutto questo?

Voler diventare scrittori è una scommessa difficile da vincere. Quando sei ragazzina e senti la scrittura come un gesto naturale e necessario, devi anche imparare a confrontarti con la realtà di questo mondo e sapere che per veder pubblicato il tuo lavoro devi avere tenacia, fortuna e qualcosa di davvero interessante da raccontare. Gli anni di studio alla Holden, in Rai e a Mediaset mi sono serviti soprattutto per capire questo, e anche, certo, per affinare le tecniche di un mestiere che, seppur difficile da realizzare, resta comunque tale.

Finalista al Premio Strega: Una cosa incredibile ma bella e vera. Sei felice?

Felice è dir poco. Ancora non ci credo. Quest’anno è passato come uno Tsunami, devo ancora prenderne coscienza e rifletterci sopra. Per ora mi godo le emozioni allo stato puro.

 Dove cerchi gli spunti per le tue storie?

E’ la vita che me le offre di volta in volta. I romanzi, a differenza delle sceneggiature che scrivi su commissione, affondano le radici nell’anima. Per scrivere devi essere disposta ad ascoltarla, e a lasciare che sia la vita a guidarti, senza paura.

Una parola che non useresti mai nella tua scrittura?

Bella domanda. In verità sono per natura possibilista, il “mai” mi spaventa, e mi piace mettermi nella condizione di poter sempre cambiare idea. Anche la parola più insignificante e cacofonica, messa nella condizione giusta, potrebbe riservarmi sorprese.

 Credo di essere stato un compagno di banco difficile, negli anni in cui facevamo gli studenti a Torino.Vorresti vendicarti dicendomi qualcosa qui e ora?

Definirti difficile è impossibile. La tua sensibilità ti rende un essere speciale. Eri il più giovane di tutti, eppure anche quello con le idee più chiare. Ho sempre pensato di te che non appartenessi del tutto a questo mondo, ora che sei diventato grande te lo posso dire. E anche chiedere: “Svelami il tuo segreto, Mario. Come fai ad avere quello sguardo che dice: sono nato che di me sapevo già tutto? Da che pianeta vieni?”

Simona Sparaco* è una scrittrice romana. Dopo aver preso una laurea inglese in Scienze della Comunicazione e aver vissuto all’estero,  è tornata in Italia e si è iscritta alla facoltà di Lettere, indirizzo Spettacolo. Ha poi frequentato diversi corsi di scrittura creativa, tra cui alcuni corsi di scrittura Rai e Mediaset. Ha pubblicato un suo racconto nella raccolta The sleepers. racconti tra sogno e veglia” edito da Azimut nel 2008. Per Newton Compton ha pubblicato nel 2010 i romanzi “Lovebook” e “Bastardi senza amore”, tradotto anche in inglese. “Nessuno sa di noi”, sua ultima storia pubblicata quest’anno da Giunti Editore,  è uno dei libri in corsa per il  Premio Strega 2013. 

 © Mario Schiavone, per Inkistolio: Storie Orticanti.  RIPRODUZIONE TESTI RISERVATA.

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑