5 domande a Caterina Morgantini, ufficio stampa LiberAria Edizioni

Caterina Morgantini, Ufficio Stampa LiberAria Edizioni
Caterina Morgantini, Ufficio Stampa LiberAria Edizioni

“…molte persone per cui la letteratura è pane quotidiano navigano nella saccenza, nella vanità e nella superficialità…”(Caterina Morgantini*)

Lavori in LiberAria Editrice. Ti andrebbe di dirmi che tipo di storie cercate e quali autori solleticano la vostra voglia di far libri?

Sono entrata a far parte della squadra LiberAria da poco, nemmeno un anno, e fin dai primi contatti con Alessandra e Giorgia, poi con la conoscenza di Mattia ed Elisabetta, sono stata colpita da un elemento (forse proprio ciò che mi occorreva in quel preciso momento): l’entusiasmo genuino, la voglia di fare non acora ingabbiata da schemi o pregiudizi. Fin da subito, quindi, mi sono ritrovata nello spirito della casa editrice la cui “missione”, chiamiamola così, è quella di cercare e pubblicare buoni libri, buone storie: quelle che noi, per primi, come semplici e appassionati lettori, cercheremmo e sceglieremmo in libreria. Attualmente sono tre le collane proposte al pubblico (Meduse, di narrativa italiana; Phileas Fogg, di narrativa straniera; Metronomi, di saggistica): il catalogo che LiberAria intende costruire è fatto di titoli che riescano a stimolare la curiosità, l’attenzione, libri intelligenti e intriganti ambasciatori di messaggi importanti che non dovranno perdersi nell’oceano delle mille pubblicazioni annuali. Ci siamo dunque posti come obiettivo quello di pubblicare testi “necessari”, che possano arricchire e dare qualcosa al lettore oltre ai mille stimoli a cui  siamo esposti quotidianamente. La conseguenza di tutto ciò è che nella scelta degli autori siamo attratti da chi dimostra di avere non solo talento nella creazione di storie, personaggi ed intrecci, ma anche un contenuto (pronfondo, di valore) da convidivere.

La rete Redattori Precari, assieme all’Ires-Emilia Romagna, ha denunciato la situazione tremenda in cui vivono molti addetti ai lavori editoriali. Che ne pensi di quel rapporto cartaceo che sta facendo il giro del web?

Che, purtroppo, rischia di rimanere confinato nel luogo in cui è nato: il web. Senza tenere in considerazione un altro, importante (in negativo) fattore: la sua bassa, bassissima diffusione oltre le anguste pareti del mondo editoriale. Lode ai Redattori precari che hanno denunciato un fatto gravissimo, che lo hanno reso argomento di discussione rivelando che la fragilità dei contratti e il lavoro malpagato è ovunque: ma in una situazione come quella che attualmente sta vivendo l’Italia, un momento drammatico per tutti fatta eccezione solo per alcune fasce privilegiate, il lavoro dei redattori invisibili passa inevitabilmente in secondo piano. Chi, tra  ottocento operai messi in cassa integrazione e cento di una casa editrice sfruttati e sottopagati, si occuperebbe dei secondi? Occorre un cambio di rotta generale e generico, non più rimandabile, che ci permetta di respirare, che risolva problemi divenuti insuperabili (l’affitto, la spesa, perfino l’acquisto di un farmaco): occorre, anzi, occorrerebbe allo stesso tempo un cambiamento a livello culturale che possa dare nuova dignità a tutti noi che lavoriamo con e per i libri, affinché ogni manufatto (romanzi, pane, case, scarpe) diventi importante, tutelando chi ogni giorno si mette in moto per dare forma a quanto di bello, indispensabile e poetico arricchisce le nostre giornate.

Ci parleresti di un libro a te caro fin dalle tue prime letture?

Non uno, ma due sono i libri che hanno segnato un punto di svolta nella mia vita: li considero finestre aperte su mondi nuovi che, a braccetto con la curiosità, mi hanno spinto ad indagare la realtà, a spingermi oltre conoscenze “domestiche”. La mia infanzia “è” Piccole donne, di Louisa May Alcott: credo sia stato il primo romanzo letto in assoluto, all’età di sette anni, riletto poi più volte, sempre fonte di meraviglia. Partendo dalla storia della quattro sorelle March mi sono dedicata via via ai grandi classici della fanciullezza: sempre pensando a Jo March, a come avrei potuto fare per essere, diventare come lei. La mia adolescenza, invece, è stata segnata da On the road, di Jack Kerouac: non ricordo come, a 13, 14 anni, arrivai a lui e a tutti i poeti e scrittori della beat generation, ma ricordo invece molto bene come quel libro (letto e riletto, inutile dirlo) costutuì un benefico choc: esistevano cose, persone, sentimenti, che non potevo immaginare né capire, ma erano lì, da qualche parte, e stava solo alla mia volontà decidere di lasciarmi andare per scoprirle fino in fondo.

 

Qual è l’episodio più  buffo che hai vissuto facendo questo lavoro?

Mail senza oggetto o addirittura senza contenuto, scambi di persona, nomi sbagliati, date errate: sono tante le cose che capitano a chi lavora su più fronti e con ritmi sempre serrati (pare, infatti, che la produzione di libri richieda a volte un carico di urgenza pari a quello presente in un pronto soccorso…), e chiedere scusa, o rettificare dove possibile, è sempre la soluzione migliore. Più che buffi, però, gli episodi che si verificano in casa editrice potrebbero essere definiti “stralunati”: dall’autore sconosciuto convinto di avere scritto il capolavoro del millennio e dunque stizzito perché incompreso, al giornalista maleducato e borioso (per carità, alla centesima telefonata sul capolavoro del millennio, questa volta già pubblicato, tutti lo diventeremmo), agli organizzatori di festival e manifestazioni che si devono riconcorrere come il Coniglio Bianco di Alice nel paese delle meraviglie. Per tutto questo occorre ragionevolezza, buon senso e la capacità di dare il giusto peso ad ogni cosa: il talento di non farsi scoraggiare per costruire invece qualcosa di grande giorno dopo giorno, con costanza, consapevoli dei propri limiti (da abbattere) e delle proprie capacità (da coltivare).

 

Cosa  diresti a chi non ha mai letto un libro perché attratto da altri medium culturali?

Prima di iniziare a fare questo lavoro l’avrei probabilmente “flagellato” a colpi di citazioni e consigli: ora, subissata come sono anch’io di stimoli, informazioni, titoli, non gli direi nulla, perché credo che ciascuno (parliamo di adulti, ovviamente, non di bambini) possa e debba scegliere il modo e il mezzo che ritiene più giusti per formarsi e informarsi, per crescere e scoprire. Chi non legge perde sicuramente moltissimo perché i libri sono quelle “finestre aperte” citate prima senza le quali la nostra vita diventa una casa un po’ più buia, fredda e umida. Purtroppo, però, molte persone per cui la letteratura è pane quotidiano navigano nella saccenza, nella vanità e nella superficialità. Ritengo dunque che un libro (“alto” o “basso” poco importa, purché sappia catturare: le distinzioni lasciamole agli snob) sia un mattone fondamentale nella costruzione della propria identità: ma se manca la calce dell’umanità, la cultura finisce per rimanere lettera morta.

 Caterina Morgantini* Ha conseguito la laurea in Filosofia presso l’Università di Bologna e frequentato il master per Redattori presso l’Università di Urbino. Ha lavorato per diverse realtà editoriali indipendenti contribuendo a lanciare libri di esordienti che hanno trovato il proprio spazio in un mercato editoriale sempre più saturo. Cura la rubrica “Ho un libro in testa” sul blog di Chicca Gagliardo. Al momento è Ufficio Stampa per  LiberAria Editrice.

Per saperne di più:  http://www.liberaria.it/

© Mario Schiavone per Inkistolio: Storie orticanti. RIPRODUZIONE RISERVATA DEI TESTI.

Cinque domande a Jacopo Masini

Lo stagionale di Jacopo Masini
Lo stagionale di Jacopo Masini

Jacopo Masini*, scrittore-redattore-editor ci parla della sua passione per il mondo delle storie: libri, fumetti e altro ancora.

Sei uno scrittore di narrativa, ma anche redattore per una casa editrice di fumetti! Cosa hai imparato, di mestiere in mestiere, a proposito della scrittura creativa?

Caspita, questa è una domanda enorme. Allora, provo a condensare le cose che credo di aver imparato in poche battute. La cosa essenziale, credo, è principalmente una: le storie sono il motore di tutto. Provo a spiegarmi. È un po’ come quando racconti a un amico cosa ti è successo il giorno prima: ti sta ad ascoltare se gli viene voglia di sapere come va a  finire la tua storia, di conoscere la ragione per cui gliela stai raccontando. Dipende da come gliela racconti, da cos’è effettivamente accaduto e da una mescolanza di elementi che rendono la narrazione irresistibile. Ecco, questa cosa, questa specie di magnetismo delle storie, accomuna ogni forma di narrazione. Tutto il resto – la regia, la tecnica, la proprietà di linguaggio – viene insieme, dopo, prima, ma non può sostituire la forza pazzesca di una storia che ti irretisce come fanno le favole con i bambini.

I tuoi libri contengono per lo più racconti. Secondo alcuni editori italiani, i racconti piacciono a pochissimi lettori. Cosa pensi di questa inutile questione?

Penso la stessa cosa che dice Krugman a propostito delle ricette di austerità economica, una modalità di diffusione delle opinioni che ha un nome che ora non ricordo: qualcuno di autorevole sostiene una tesi, un’altra persona autorevole la ribadisce, un altro ancora la riprende e alla fine diventa una verità. Nessuno, però, si ricorda l’argomento iniziale e può dimostrarne la fondatezza. Detto questo, penso che le modalità di lettura imposte dal web e le abitudini dei nativi digitali faranno in modo che le forme narrative brevi richiederanno un loro spazio. Sono pronto a scommetterci.

Raccontaci la giornata di uno scrittore-supereroe come te:
La mattina in redazione, e la notte in strada a combattere il crimine?

Giornata? In genere sono due o tre giornate in una sola. Adesso che collaboro con SaldaPress, la casa editrice di fumetti che pubblica The Walking Dead in Italia e altre cose fighissime, passo la giornata in studio a occuparmi di redazioni dei testi e dell’ufficio stampa. La sera, o quando riesco a ritagliarmi un po’ di tempo, tengo corsi di scrittura e scrivo a mia volta. La notte il crimine non esiste, è questo il bello. Il crimine è di giorno. Di notte nessuno ti cerca, tutto tace, le macchine quasi smettono di circolare e scrivo e leggo. Infatti dormo pochissimo.

Qual è l’autore di storie – non vivente- che hai nel cuore?

Non ho nessun dubbio: Robert Louis Stevenson. Il più schietto, suadente, mirabolante narratore di tutti i tempi, per come la vedo io.

Cosa diresti a un (tuo) lettore immaginario?

Che lo ringrazio per avermi letto e che spero si sia divertito. Per me è sempre un piccolo miracolo che qualcuno legga le cose che scrivo, una forma concreta di telapatia, come dice Stephen King. Il lettore immaginario – che poi è sempre così, immaginario – è la materializzazione di un fantasma: qualcosa che non c’era, era senza corpo, senza volto e poi appare. Perciò gli direi che sono molto contento che lui esista, anche se prima non sapevo della sua esistenza. Gli direi che sono contento perché c’è lui, in fondo, ecco. Tutto qui.

Jacopo Masini è nato a Parma nel 1974. Si è laureato in lettere moderne a Bologna. Autore di diverse storie (pubblicate da Fandango,  Epika Edizioni e altri editori), fa parte della redazione che cura il mitico albo a fumetti “The Walking Dead” pubblicato in Italia da SaldaPress editore. Il suo ultimo libro è “Lo stagionale” (Epika Edizioni 2012).

 © Mario Schiavone, per Inkistolio: Storie Orticanti.  RIPRODUZIONE TESTI RISERVATA.

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