Cinque domande a Vito Faenza

L'isola dei fiori di cappero

Vito Faenza* giornalista campano, esperto d’inchieste sulla Camorra e  altri gravi fenomeni sociali italiani, parla del suo primo romanzo e della sua terra.

 

Sempre impegnato nel provare a raccontare la realtà: solo adesso un libro di narrativa. Perché non prima?

Prima ero “costretto” a scrivere tutti i giorni, a volte anche più articoli nello stesso giorno. Non sono mai stato con le mani in mano: ho scritto anche diversi saggi. Il primo, ad esempio, nel 1978 con l’ex ministro di Grazia e Giustizia Scotti, trattava di droga e diffusione degli stupefacenti. In seguito ho scritto di temi vari: fatti di camorra, storie di diritti negati, argomenti particolari del tempo come il rischio vulcanico in Campania, di economia e tanto altro: argomenti contenuti all’interno di saggi. Poi nel 1993 ho curato “Cosa Nostra Napoletana”. Quando sono andato in pensione ho messo in ordine il mio archivio e ho ritrovato quella storia che è diventata materia da cui trarre il mio primo romanzo. Ho scelto la forma del romanzo perché secondo me si comprendono fatti e problemi in maniera più immediata. In questo modo è più facile per i giovani arrivare al nocciolo della questione e delle questioni. La soddisfazione consiste nell’aver deciso di abbandonare il modo classico di scrivere un romanzo usato da altri scrittori: ho conosciuto tante persone, che non avevano mai letto un libro, essere entusiaste del mio romanzo. È la migliore ricompensa per il lavoro che ho fatto.

Conosci bene il casertano, perché ci vivi e perchè lo hai raccontato per anni. Secondo te cosa manca a chi vive in Terra di Lavoro per ricominciare a sognare un futuro, dopo quanto accaduto negli ultimi anni?

 Una classe dirigente all’altezza. Caserta, e l’agro aversano in particolare, hanno prima pagato a caro prezzo la vicinanza con la città di Napoli. In seguito, quando questa vicinanza poteva diventare un’occasione di sviluppo, c’é stata l’esplosione della malavita organizzata e poi la crescita a dismisura della corruzione e dell’inquinamento delle istituzioni. Ora, occorre puntare sulle forze sane che ci sono, lavorare sui giovani. Il futuro lo possiamo conquistare in un attimo, saltando a piè pari verso la società delle nuove tecnologie e della competenza. Sono cose che sanno tutti, ma difficili da mettere in atto.

Lo scrivo ogni giorno nel mio diario: qui nessuno gira armato fino ai denti. La mozzarella non è radioattiva. La gente buona esiste davvero. Che ne pensi?

Il primo che non gira armato sono io, non ho mai avuto un’arma e anche quando ho fatto il militare non sono stato capace di centrare un colpo sul bersaglio! Non tutti hanno una pistola e anche se ci sono persone armate e persone disarmate, non ho mai visto nessuno armato fino ai denti.La mozzarella la mangio, anche se sto attento dove la compro e cerco di fidarmi di quei produttori che conosco e che sono miei amici. C’è anche mozzarella alla diossina, ma i controlli sono tali che non mi sembra esserci un pericolo incombente. Ammettere che esiste gente buona anche qui da noi è un po’ come testimoniare la scoperta dell’acqua calda. Il problema è che quel 10-15% della popolazione non buona, finisce per “inquinare” tutto.

 Cosa ti piace della tua terra, cosa ti fa stare bene qui, e cosa diresti a chi scrive che qui non c’è futuro?

Mah! Oggi non c’è futuro per i “regali” che hanno fatto a questa terra i politici corrotti, i camorristi, i trafficanti di rifiuti e via dicendo. Per troppi anni da queste parti ha contato più l’avere che l’essere. È un atteggiamento mentale che ha reso povera questa terra. Il fatto che una parte della popolazione sia stata sempre oppressa dal bisogno, ha permesso che la parte peggiore della società avesse la meglio su tutto. Sto bene qui perché ho tanti amici, perché ci sono tante persone che fanno delle cose belle: ci sono giovani intelligenti con i quali interagire. Il futuro può essere altrove, anche se io spero in un futuro per tutti anche per quelli che vivono da queste parti. Il futuro è un discorso che mi appartiene poco, dico sempre che io ho un grande futuro alle spalle! Sono i giovani, e ce ne sono tanti capaci, ad avere il futuro davanti. Solo loro possono rispondere alla domanda sulla possibilità di un futuro per chi vive qui. Quello che mi fa star bene? Semplicemente passeggiare, parlare con gli amici, ricordare con loro i momenti belli della mia squadra di pallavolo in cui ho giocato raggiungendo la promozione nella massima serie.

 Puoi dirci qualcosa del prossimo libro? Ne hai uno in mente o uno nel cassetto?

Sto lavorando alla seconda stesura di un nuovo romanzo, anche in questo caso parte da una storia reale che ho rielaborato traendone materia per un romanzo. I protagonisti: terroristi, politici, uomini dei servizi segreti ma anche camorristi e massoni delle logge segrete. Ho in mente anche un altro romanzo, sulla camorra, che racconterà alcune storie di questa e di altre terre. Questo terzo libro, se riuscirò a scriverlo, concluderà la trilogia sui fatti di camorra della Campania e del sud dell’Italia. Poi, forse, mi dedicherò a scrivere un saggio sul Clan dei Casalesi (ovvero gli abitanti cattivi N.d.R.).Tutti ne parlano, ma nessuno è riuscito a penetrare nel tessuto narrativo che descrive i veri gangli delle organizzazioni camorristiche di quel triangolo. In vista del giorno in cui dovrò scrivere questo saggio, spero che questo problema non sarà più un argomento di criminologia, ma un fatto storico. Mi piacerebbe narrarlo come si racconta oggi La guerra dei cento anni o La spedizione dei mille.

 

*Vito Faenza è nato nel 1948 a Nocera Inferiore(Sa) e dal 1953 abita ad Aversa. Ha frequentato il liceo scientifico Diaz a Caserta dal 1962 al 1966. Dal 1976 al 1999 è stato redattore della redazione napoletana de “l’Unità”. Visita scuole in giro per l’Italia per parlare del suo primo romanzo “L’isola dei fiori di Cappero” (Spartaco Editore 2013).

© RIPRODUZIONE RISERVATA.

 

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