5 domande allo scrittore Tommaso Pincio.

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“Lo spazio sfinito” di Tommaso Pincio, un romanzo fuori dal comune.

“…Per noi, la guerra fredda era il tempo ideale. Dopo la sua fine, il nulla. È cominciato il viaggio nel deserto, il progressivo impoverimento. Ne usciremo soltanto quando le generazioni che hanno fatto il ’68 e gli anni di piombo non saranno più al potere. Prima o poi accadrà. Il rischio è che accada per decorrenza dei termini di esistenza in vita dei vecchi anziché per la rabbia dei giovani…”(Tommaso Pincio*)

Dicono che hai informazioni dirette sul tuo omonimo statunitense: Thomas Ruggles Pynchon Jr. ! Se non è vero a me piace crederlo: Ti andrebbe di dirci qualcosa in più rispetto alle pochissime informazioni che circolano in rete?

Spiacente, ma debbo deluderti. Non ho accessi privilegiati né mi interessa averli. Del nuovo romanzo, so quello che tutti possono trovare in rete. E le informazioni non sono affatto poche. Si conoscono titolo, ambientazione, trama. È anche possibile leggere un lacerto delle prime pagine. In pratica tutto l’essenziale. Cosa vuoi di più?

Tentativi da Pittore, Successo da Scrittore: Anni fa (Torino, 2004) mi hai raccontato della tua sofferenza legata al “fallimento” incontrato col primo “mestiere” artistico. Con la scrittura, hai ottenuto, a mio avviso, un ottimo successo. Oggi leggo che continui a creare opere d’arte, con un notevole riscontro di critica e pubblico. Pensi ancora di non essere un bravo artista quando usi tela e pennello?

Lo penso ancora e non c’è modo di non seguitare a pensarlo. E lo stesso vale anche per il mio lavoro di scrittore. Si è soddisfatti della propria opera soltanto a sprazzi, per brevi momenti di esaltazione cui sempre seguono ore interminabili di dubbio e sconforto. Soltanto gli idioti provano una fierezza perpetua e senza incrinature. Il successo, il riconoscimento del pubblico è faccenda diversa. Spesso si è apprezzati pur non avendo prodotto alcunché di speciale, pur essendo mediocri artisti. E allora il successo costituisce una sorta di lenitivo, un anestetico che consente di non fare i conti (o non farli troppo) con i propri limiti. Ma è un problema che mi riguarda soltanto relativamente, visto che pure il successo è molto, ma molto relativo.

Ho letto molti dei tuoi libri. In diversi momenti della mia vita: sembravano costruire, le pagine delle tue storie, una bellissima colonna sonora. Per me indispensabile perché utile a combattere i giorni tristi che vivevo fra un lavoro e l’altro, sogno dopo sogno. Se ti chiedessi di raccontare l’immagine di un ventenne che fa il portiere notturno, sognando di pubblicare il suo (primo) romanzo per bambini… Quale disegno o frase inventeresti?
Avendo un debole per gli alberghi, i portieri di notte mi sono sempre piaciuti. Preferisco comunque cambiare domanda; le dediche mi piacciono assai meno.

Quale storia scrivi in questo periodo così difficile per il nostro Paese?

Un libro attorno al quale giro da anni. Il suo centrale tema è l’arte e, più in particolare, la pittura italiana, la sua idea di spazio e luce, il suo rapporto con la cultura che l’ha prodotta, con il mecenatismo e il mercato, ma soprattutto il suo confrontarsi con l’immagine di tipo fotografico e dunque con la nozione di immagine e, fatalmente, di realismo. Vede per protagonisti uno fra i maggiori maestri italiani e una versione alterata di me stesso. Quanto alterata, se poco o molto, ancora non so. Dipende da quanto cambierò le carte in tavola in corso d’opera. Conoscendomi, può ancora accadere di tutto. In effetti, non importa granché quanto mi stravolgerò perché non sono io il vero protagonista bensì l’artista di cui dicevo. Mi rendo conto di essere stato fumoso, ma non posso essere più esplicito di così. In determinate fasi del lavoro, dire troppo significa spezzare l’intimità necessaria col soggetto.

Provo a essere ottimista: in Italia la gente comune ricomincerà a leggere davvero bei libri, la politica smetterà di far promesse e io non dovrò più fare mille lavori schifosi per sopravvivere. Forse. Tu cosa pensi di questi tempi bui italiani?

Pensare che i tempi bui siano una contingenza è un consolante abbaglio. L’attuale decadenza italiana non è frutto della crisi economica. La recessione ha soltanto esaltato e aggravato un male che covava da tempo. L’Italia non ha mai superato il trauma del crollo del muro Berlino, tant’è che abbiamo prontamente allestito una sua replica grottesca e patetica, un teatrino dell’assurdo col quale siamo andati avanti un ventennio. Che Berlusconi abbia potuto fare dell’anticomunismo una bandiera, la dice lunga in proposito. Anche l’insistita adozione del linguaggio calcistico dice molto sul nostro modo di pensare. Ci dice, per esempio, che la contrapposizione tra destra e sinistra, prima ancora che una questione politica, è una bega da stadio. Noi italiani sappiamo concepire la convivenza soltanto nel tempo orizzontale del derby, un tempo nel quale ci scanna tra fratelli, tra guelfi e ghibellini, tra rossi e neri, tra laziali e romanisti. Preferiamo accoltellare il fratello piuttosto che uccidere il padre. Per noi, la guerra fredda era il tempo ideale. Dopo la sua fine, il nulla. È cominciato il viaggio nel deserto, il progressivo impoverimento. Ne usciremo soltanto quando le generazioni che hanno fatto il ’68 e gli anni di piombo non saranno più al potere. Prima o poi accadrà. Il rischio è che accada per decorrenza dei termini di esistenza in vita dei vecchi anziché per la rabbia dei giovani.

 

Tommaso Pincio* è uno scrittore italiano esperto di arte e letteratura americana. Il suo ultimo libro è questo: http://www.ibs.it/code/9788842818298/pincio-tommaso/pulp-roma.html

Qui:  http://it.wikipedia.org/wiki/Tommaso_Pincio trovate la ragione del suo nome d’arte, una biografia e l’elenco dei suoi libri(nonché altri dettagli interessanti!)

 © Mario Schiavone per Inkistolio: Storie orticanti. RIPRODUZIONE RISERVATA DEI TESTI. 

 

 

 

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